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"Il premio Nobel per la pace? A Putin, per come è messo": l'Odissea esilarante di Paolo Rossi

L'attore in scena con la rivisitazione di Omero a mo' di racconto mediterraneo, fra risate, lacrime e gli spettatori invitati a narrare la loro odissea personale

di Massimiliano Lussana   
Paolo Rossi
Paolo Rossi

Dovrebbe parlare di Odissea e di Odisseo, Paolo Rossi. E raccontare tutto il poema omerico con la tecnica dello stand up, cioè il comico che si rivolge direttamente al pubblico, senza la quarta parete, tanto è vero che lo spettacolo si chiama Stand Up Omero. Ed è uno spettacolo uno e trino, come tradizione del Teatro Pubblico Ligure di Sergio Maifredi, con la caratteristica di fare teatro ovunque si possa e sia bello farlo: nei teatri, in palazzi e luoghi storici, in mezzo alla natura. 

Dedicato a Circe

A Pieve Ligure, Paolo Rossi l’aveva raccontato su uno scoglio, al Festival degli Scali a mare, con l’episodio di Odissea – Un racconto mediterraneo dedicato alla Maga Circe. Una situazione meravigliosa, con il mare, le lampare e i gabbiani come fondale naturale di uno spettacolo esilarante e poi, a cena, la dolcezza di Paolino e di Emanuele Dell’Aquila, suo chitarrista e sodale, “direttamente dagli arresti domiciliari”.

Poi è toccato a Palazzo San Giorgio, sede dell’Autorità Portuale di Genova, ma soprattutto palazzo storico dove Marco Polo ha scritto Il Milione dettandolo a Rustichello da Pisa che era in cella insieme a lui. E anche qui gli spettatori sono protagonisti, all’interno di un progetto che si chiama Capitani coraggiosi ed ha visto il racconto di storie di mare e di classici della letteratura di mare, con la partecipazione di Moni Ovadia, Giuseppe Cederna, Davide Riondino e tantissimi altri, fra cui al top dei miei beni culturali c’è stato il Moby Dick di Corrado d’Elia, splendido e commovente.

Qualcosa di completamente diverso

Insomma, un posto insolito, con una formula insolita: Paolo Rossi che chiedeva al pubblico di raccontare le rispettive odissee personali e spettatori che sono saliti sul palco a raccontare barzellette, con Paolino a fare a gara per le più divertenti. E, infine, nel posto più tradizionale, il teatro di Sori, sempre con lo stesso spettacolo, che però cambia titolo ed è a ogni rappresentazione completamente diverso.

Ne esce, sul palco, nel dialogo con il pubblico, fuori da Palazzo San Giorgio e a cena, un trionfo di battute e di giochi, che dimostra una volta di più che Paolo Rossi è in assoluto uno dei più grandi attori italiani, anche se qualcuno se ne dimentica e anche se anche lui a volte ce ne ha messo del suo per buttarsi via con testi e spettacoli non all’altezza.

Dario Fo, Gaber, Jannacci: tornano tutti

Del resto, basta pensare ai maestri che ha avuto: “Ho avuto la fortuna di lavorare con Dario Fo, con Giorgio Gaber, con Enzo Jannacci, con Carlo Cecchi…I miei maestri sono stati tutti i più grandi. Non è un merito, è un dato di fatto”. E fra coloro con cui ha lavorato c’è Claudio Bisio, interprete insieme a lui di Nemico di classe, uno degli spettacoli che ha fatto la storia del cabaret milanese e del teatro allora “alternativo” italiano, i Comedians, quelli di Kamikazen – Ultima notte a Milano e di Gabriele Salvatores: “Quando vedo la guerra e vedo l’attore di fiction, mi chiedo perché non sia presidente Bisio. La guerra con lui finirebbe immediatamente”.

Nobel per la pace? A Putin

Ma, attenzione, non è il solito cerchiobottismo di una certa sinistra italiana, perché Paolo Rossi ne ha soprattutto per Putin: “Gli darei immediatamente il Nobel per la Pace, così tutti rimangono spiazzati e anche lui, che già di suo non mi pare lucidissimo, non capirebbe più nulla…”. Insomma, non dice “nulla”, ma il concetto è chiarissimo.

E l’attualità, che sarebbe comica se non fosse drammatica, comprende di tutto: “Dunque abbiamo fatto due anni di pandemia, in cui si restava chiusi in casa e io ho una bella casa nel centro di Trieste, ma con le finestre del bagno che danno sulla questura. Cioè io andavo e loro mi salutavano dall’altra parte, in divisa. “Buongiorno, Rossi”. Poi, siccome a Trieste c’erano le manifestazioni dei No Vax, per attraversare la piazza era un’impresa ogni volta e hai un bel dire che tu sei plurivaccinato, che hai il Green Pass e che quindi non c’entri niente con la manifestazione. Niente, ti guardavano lo stesso con sospetto e allora ho giocato il jolly, spiegando che potevo passare perché avevo fatto l’esavalente quando ero militare. Un No Vax è intervenuto spiegando che era vero perché gliel’aveva spiegato suo cugino…”.

Il teatro e la guerra

Mica finita. “Dopo la pandemia, nemmeno il tempo di festeggiare e di tornare nei teatri, che è arrivata la guerra. A questo punto, mancano solo gli alieni, ma mi sa che dobbiamo augurarceli, rispetto a ciò che è successo fino ad ora… Venite alieni, vi prego!”. Risate e amarezza si mescolano, fino a momenti irresistibili, come quando Paolo Rossi racconta le sue cene in una rinomata trattoria triestina, che però oltre a manicaretti sfodera nostalgie del Ventennio, con canti fascisti, fasci littori e quant’altro. “Quando mi videro, sapendo che non è propriamente la mia parte politica, mi trasformarono in un vino: “Lei è un rosso, ma di quelli buoni…”.

E Trieste e Monfalcone sono da sempre al centro dei racconti di Paolo Rossi: “Quando Charles Aznavour scrisse “Com’è triste Venezia…” certamente non aveva mai visto Monfalcone”. Così come è sempre stato un cavallo di battaglia esilarante la domanda che gli facevano poco dopo i Mondiali di Spagna, quando Paolo Rossi era un eroe nazionale: “Fratello?”. E lì il racconto di Paolino – che col calcio è straordinario, come dimostrò il monologo a “Su la testa” sui due rigori sbagliati da Evaristo Beccalossi nella stessa partita contro lo Slovan Bratislava con la maglia dell’Inter – diventa esilarante: “Ma come si fa a chiedere “Fratello?”. Come se la famiglia Rossi chiamasse tutti i suoi figli Paolo…”.

Tre matrimoni, come da "tradizione"

E’ travolgente, il comico triestino. Con un passaggio straordinario sul fatto che si è sposato tre volte. “Ogni tanto qualcuno mi ferma quando lo dico e, sgranando gli occhi, mi dice: “Tre volteeeee?”. E io lì io spiego che voglio rispettare la tradizione che vuole gli artisti morire in povertà…”. E poi, per l’appunto, c’è l’Odissea, con una battuta sacrosanta dedicata a giornalisti ed altre categorie che si improvvisano attori leggendo un foglio “e poi lo chiamano reading, così chiunque può fare l’attore. E quindi faccio anche io un reading…”.

Eroi dai nomi improbabili

Ma, anche qui è un gioco, per raccontare che lui è appassionato di personaggi minori, per commentare il nome di Elpenore (“ma che nome ha questo”), “che sopravvive a Polifemo, alle Sirene e a tutto e poi arriva da Circe, viene trasformato in maiale. Poi, la dea gli ridà le sue fattezze umane. Ubriaco, Elpenore si sdraia a dormire sul tetto dell'abitazione di Circe. Al mattino, essendosi dimenticato di dove si trova, cade e muore per la rottura dell'osso del collo”. E il pianto di Paolo Rossi su questa storia è quanto di più esilarante si possa immaginare.

di Massimiliano Lussana   

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