Fagioli e cazzotti, "Trinità" compie 50 anni: storia di un mito che parla a tre generazioni di bambini

Festeggiati nel Chianti i 50 anni di un film cult: fu il primo successo con Bud Spencer e Terence Hill sotto il segno di un fortunato sodalizio, quello con il produttore Italo Zingarelli e lo sceneggiatore e regista Enzo Barboni

Esiste un’oasi di felicità nella memoria di molti ex bambini, un luogo abitato da cazzotti e rivincite, da Davide che puntualmente batte Golia, da personaggi grotteschi che sono buoni ma non del tutto, stretti nella morsa tra i buoni veri (e perciò noiosi) e i cattivi-cattivi. Quell’oasi sono i film con Bud Spencer e Terence Hill.

Ogni generazione ha il suo ricordo, c’è chi li ha visti al cinema e chi in televisione. Io appartengo alla seconda stirpe anche se la mia madeleine passa soprattutto per il telefono: ora di cena, l’apparecchio con tastiera a disco squilla in corridoio. «È per te», dice mia madre. A casa nostra era diventata una consuetudine ma quel rito non ha mai finito di stupirmi: i bambini non ricevono telefonate, tantomeno a quell’ora della sera. Era una cosa da grandi, mi piaceva.

Sapevo perfettamente chi avrei trovato all’altro capo del telefono e cosa aveva da dirmi (e in che modo quella telefonata avrebbe cambiato la mia serata). Era mio nonno, sempre. «Metti a Rete4», diceva. I miei si fingevano disperati, «Lo hai già visto cento volte», e io mi rifugiavo in cameretta con mio fratello che non disdegnava la centunesima.

Il punto è che quelle telefonate erano come quei film: rassicuranti, esaltanti, tendenzialmente a lieto fine. Non a caso il Mereghetti ha inserito Lo chiamavano Trinità tra i 100 capolavori da far vedere ai propri figli (Baldini & Castoldi). E di quel capolavoro si sono appena festeggiati i primi 50 anni. Non in sala, bensì nel cuore del Chianti, a Rocca delle Macìe, azienda vinicola degli eredi di Italo Zingarelli, l’uomo che nel 1970 scommise su una strana sceneggiatura presentatagli da Enzo Barboni e rifiutata da gran parte dei produttori italiani.

Terence Hill e Cristiana Pedersoli, figlia di Bud Spencer, ai 50 anni di "Lo chiamavano Trinità"

Era appunto il primo capitolo della saga di Trinità. Risultato: uno dei più clamorosi successi del nostro cinema nel mondo. Uscito nel dicembre del ’70, nell’ottobre del ’71 era già in sala il secondo capitolo, scritto e girato in tempi record. Bud e Terence avevano hanno già fatto coppia ma è con Trinità che prende vita quel tipo di commedia surreale e naif che continua a nutrire l’immaginazione di bambini ed ex bambini di tutto il mondo.

Alle celebrazioni (slittate di un anno a causa della pandemia) hanno partecipato lo scorso weekend Terence Hill e Cristiana Pedersoli, la figlia di Bud, per rivivere l’avventura pionieristica che ha portato alla nascita del film.
L’idea di Barboni si fa strada sul set di Django, pellicola di cui firmava la fotografia e che annovera qualcosa come 360 morti ammazzati. Si giravano all’epoca 50 o 60 western all’anno, e a Barboni viene in mente di ribaltare il cliché del genere, farne parodia. Via i morti, via la violenza (perché quelle risse tutto sono tranne che violente).

Dopo molte porte sbattute in faccia arriva il di Zingarelli, produttore visionario e spericolato che ha già sotto contratto Girotti e Pedersoli e affida loro il ruolo da protagonisti: bingo. È la nascita di un sodalizio che per 20 anni sfornerà storie bislacche, commedie innocue ma piene di grazia, con quelle coreografie a base di sberle e pugni sulla cima del cranio. Forse è la loro prevedibilità a far impazzire i bambini, il loro muoversi su uno schema riconoscibile che passa per un’avventura sempre nuova e porta a quei finali agrodolci quasi tutti uguali, in cui i nostri eroi sconfiggono il nemico ma puntualmente restano nei guai. Non si arricchiscono né svoltano la vita, casomai aiutano qualcuno mal in arnese peggio di loro. Il più delle volte rimettendoci.

A Rocca delle Macìe gli eredi di Zingarelli hanno varato un vino d’autore in edizione limitata: 1970 magnum celebrative di Chianti Gran Classico vestite con la locandina di Trinità, per questo film che non è propriamente come un vino pregiato, di quelli che migliorano con il tempo. Però ha una dote se vogliamo ancora più rara: sembra non invecchiare. Il suo sapore si conserva intatto, capace ancora di divertire e stupire.

La bottiglia celebrativa varata dagli eredi di Italo Zingarelli.

Durante i mesi più duri delle restrizioni anti covid, tra il primo lockdown e le successive zone di varia colorazione, mio fratello ha iniziato sua figlia al sacro rito a base di cazzotti e fagioli. Alice, otto anni appena compiuti, ne è rimasta subito sedotta: anche la generazione Netflix è conquistata.

C’era un’altra consuetudine a casa nostra, anche questa legata al telefono: uno squillare impazzito in orari non consoni. Quando mancava la luce, e mi sembra che mancasse spesso verso la fine degli anni ’80, o più spesso di quanto oggi non accada, soprattutto la sera dopo il tramonto – ecco quando mancava la luce casa nostra diventava una specie di centralino. Mio padre lavorava all’Enel e una trafila di amici e conoscenti chiamava da noi con l'assurda pretesa di capire cosa fosse successo. «È mancata la corrente» diceva mio padre. «E cosa dobbiamo fare?» chiedevano quelli. «Aspettare che torni».

Una sere di quelle, potrebbe trattarsi di un sabato, un sabato di molti anni fa, la luce va via proprio sul più bello, sul finale di Io sto con Ippopotami. Il telefono impazzisce di squilli e mio padre riserva le solite non risposte alle assurde domande dei suoi amici o conoscenti. Io divento matto perché non posso vedere il finale di un film che conosco a memoria, e che di lì a poco avrebbero trasmesso ancora e ancora e ancora. E che certamente non mi sarei perso perché mio nonno mi avrebbe avvisato.

Mi affaccio alla finestra in preda allo sconforto, a guardare i lampioni. Papà diceva che se non c’è luce nemmeno nei lampioni allora è una cosa lunga. Dopo qualche minuto - ma a me sembra un’eternità perché i bambini sono tipi impazienti, hanno tutta la vita davanti ma non se ne stanno lì a perdere tempo – un lampione si accende, e poi un altro e infine tutta la via e persino la luce del nostro bagno.

«Corri!», grida mio fratello in cameretta, «Stanno ancora rissando!».