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Cinquant'anni dalla Bloody Sunday, quando l’esercito britannico massacrò i manifestanti disarmati

La strage che da 50 anni aspetta le scuse della regina Elisabetta

di Camilla Soru   

“Si chiama Sunday Bloody Sunday, parla di noi, dell'Irlanda" urlò Bono. Era il 1982, il palco era quello di Belfast e si apprestava a cantare per la prima volta uno dei pezzi iconici degli U2.

Ma cos’è stata davvero la Domenica di Sangue per gli abitanti dell’Irlanda del Nord e per il mondo intero? Oggi sono passati esattamente 50 anni da quel primo pomeriggio del 30 gennaio 1972 quando il primo battaglione del Parachute Regiment, i paras dell’esercito britannico, compì un massacro, lasciando nel sangue le strade di Derry.

Gli anni che preparano il terreno alla strage del 1972 furono caratterizzati da un crescente clima di tensione che vedeva contrapposti i protestanti discendenti dei coloni britannici, circa i due terzi degli abitanti dell’Irlanda del Nord, e i cattolici discendenti dagli antichi irlandesi che costituivano il restante terzo della popolazione nonché la maggioranza della popolazione irlandese tutta. I primi appoggiavano l’appartenenza al Regno Unito, i secondi rivendicavano la riunificazione dell’Irlanda.

La città di Derry rappresentava l’esasperazione di questa contrapposizione, oltre a vivere una condizione di mancata reale rappresentanza del suo tessuto cittadino. Nonostante ci fosse una spiccata maggioranza cattolica nazionalista infatti, le circoscrizioni erano organizzate in modo che fosse sempre garantita ai protestanti la maggioranza nell’assemblea cittadina. Questa condizione, unita all’arrivo dell'esercito britannico, fece aumentare le tensioni e portò all’avvio della "Operazione Demetrius", operazione che prevedeva la possibilità dell'internamento, ovvero l’arresto senza necessità di processo.

La domenica del 30 gennaio 1972, alle ore 14:45, partì una marcia pacifica anti-internamento. Circa quindicimila persone iniziarono a camminare per raggiungere il municipio della città. Il fiume di manifestanti incontrò però una barricata creata dall’esercito, decisero così per una modifica del percorso originario. Ma verso le 16 i paracadutisti ricevettero un ordine: attraversare la barricata e arrestare i rivoltosi. Forse i militari lo fecero ricordandosi della frase pronunciata dal loro comandante: “ci serve qualche morto” o forse erano solo pervasi da odio razziale, sta di fatto che lasciarono un’inspiegabile scia di sangue e crudeltà al loro passaggio.

Alla fine dell’azione militare rimasero a terra 26 civili. In tredici morirono quel giorno, quasi tutti giovanissimi. Tutti disarmati. La violenza fu senza precedenti. Chi fu colpito nel tentativo di scappare, chi sparato alla schiena mentre cercava di mettersi in salvo. Ci fu William, sparato al petto, e poi suo padre Alexander, colpito nel tentativo di soccorrerlo. John e Michael, gli amici di William, colpiti mentre erano rannicchiati per il terrore.

I paracadutisti sostennero di aver sparato solo ai manifestanti armati, raccontarono di bombe e pistole in mano ai civili. Eppure, durante i fatti di quella domenica, nessun soldato britannico riportò ferite, nessun proiettile e nessuna bomba furono mai ritrovati. Nonostante questo, nonostante le innumerevoli testimonianze, tutte concordanti, di manifestanti e giornalisti e nonostante le prove fotografiche emerse, la tesi dei militari fu confermata dalla ridicola inchiesta che ne conseguì.

Derek Wilford, il comandante del battaglione omicida, fu decorato cavaliere dalla regina Elisabetta II.

Ci vorranno 38 anni e una nuova inchiesta per ricevere delle scuse da parte del governo britannico. Quelle della regina le stiamo ancora aspettando.

di Camilla Soru   

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