Friends reunion, l'operazione nostalgia che terrorizza i vecchi fan

«Ogni aspetto della nostra società sembra soffrire della stessa patologia. Basta pensare ai remake di film e telefilm di culto, alla moda del vintage, al revival della cultura hipster e mod».

«Perché non sappiamo più essere originali? Cosa succederà quando esauriremo il passato a cui attingere? Riusciranno gli artisti di domani a emanciparsi dalla nostalgia e a produrre qualcosa di nuovo?».

Se lo è domandato, in un fortunatissimo saggio uscito in Italia per minimumfax, il critico inglese Simon Reynolds, concentrandosi in modo particolare su quanto accade nella musica ma allargando il ragionamento a tutta la cultura pop, sino ad affermare che «ogni aspetto della nostra società sembra soffrire della stessa patologia. Basta pensare ai remake di film e telefilm di culto, alla moda del vintage, al revival della cultura hipster e mod».

E la nostalgia è senz’altro il sentimento che accompagna in queste settimane i milioni di orfani di Friends, la serie culto che il 27 maggio torna in TV per una reunion attesa 17 anni. Nostalgia e commozione, specie dopo i trailer trasmessi la settimana scorsa.

Friends è la serie TV archetipo di tutto quello che è venuto dopo, una sorta di educazione sentimentale pop in chiave ironica per la generazione degli attuali trenta-quarantenni. Con Friends abbiamo imparato a prendere le misure con un paio di concetti chiave dell’età adulta: l’emancipazione, il lavoro, la mancanza di lavoro, la complessità e la potenza delle relazioni, la loro fragilità.

Soprattutto, ovviamente, con l’amicizia. Tutti abbiamo sognato di vivere sullo stesso pianerottolo dei nostri migliori amici, in simbiosi, e di avere sotto casa una caffetteria che fosse una prosecuzione dell’appartamento, un luogo rifugio. Invece, dal 2004 in poi - anno in cui nasceva Facebook e finiva Friends - ci siamo ritrovati a chiederla e a darla con un click, l’amicizia.

Commozione, si diceva, forse anche una venatura di malinconia. C’è una cosa che colpisce subito: i nostri eroi sono invecchiati. E questo è quello che ci commuove, perché la regola dice che gli eroi son tutti giovani e belli. Non solo: sono invecchiati e sono di nuovo insieme, nonostante tutto ancora più amici, e pazienza se li vediamo un po’ bolsi e troppo rifatti, pazienza, chi gli ha voluto bene non li giudica.

Insieme alla commozione si è insinuata però anche una certa paura, quella di sciupare un ricordo. Quasi come una gita in un luogo caro dell’infanzia che finisce per rivelarsi deludente: perché non è lo spazio ciò a cui eravamo legati, ma il tempo. Solo che il tempo se n’è bello che andato. E se questa reunion sarà brutta? Se si rivelerà deludente come quella gita, scialba, inutilmente ancorata a un passato glorioso?

Questo esperimento potrà dirsi vincente se riuscirà a schivare almeno in parte – per dirla con Reynolds - il peso della nostalgia, se avrà una minima propensione non tanto verso il futuro, ma se non altro nei confronti del presente. Compito tutt’altro che semplice per quella che è a tutti gli effetti una celebrazione.

Incoraggia il tipo di format scelto: non un sequel, per fortuna, non un cavallo di ritorno azzoppato dall’artrosi, ma un ritrovarsi senza maschere, con gli attori a interpretare se stessi. E magari finirà per essere una gita in un posto nuovo, insieme agli amici di sempre.