Tutankhamon, la maledizione che non c'è e la Tac che ha rivelato la vera causa di morte del faraone

La ricerca, le indagini, le leggende attorno alla scoperta che cambiò l'archeologia. Di certo il faraone-bambino non morì di morte violenta. A ucciderlo probabilmente un'infezione alle ossa

La scoperta archeologica più straordinaria e incredibile della storia compie un secolo: era il 4 novembre 1922 quando Howard Carter, archeologo inglese, dopo anni di ricerca infruttuosa nella Valle dei Re, presso l'odierna città di Luxor in Egitto si imbattè nel primo dei 16 gradini che conducevano alla tomba di Tutankhamon, il faraone-bambino vissuto tre millenni fa e morto che non aveva neanche vent'anni. Una data importante che permise di riportare alla luce uno dei più grandi tesori dell'antichità: per celebrare il centenario, il Ministero della cultura egizio prepara l'inaugurazione del GEM – Grand Egyptian Museum, colossale struttura da 100 mila metri quadrati a Giza, a pochi chilometri dalla capitale, che sarà aperto a novembre 2022 e darà una casa al favoloso patrimonio archeologico del paese. Il museo, progettato dallo studio di architettura Heneghan Peng Architects, ospiterà anche il tesoro di Tutankhamon, finora esposto al Museo del Cairo. 

Il Grand Egyptian Museum

Sono trascorsi cent'anni, eppure sono ancora tante le domande a cui gli esperti non hanno ancora dato una risposta: non conosciamo con certezza le cause della morte del ragazzo, salito al trono a otto anni e deceduto dieci anni dopo, e non siamo sicuri che la tomba che ne ospitò le spoglie, certamente meno monumentale rispetto a quella di altri sovrani, sia stata costruita per lui. Qualcuno, come l'egittologo francese Marc Gabolde, immagina che a causa della morte prematura il corredo funebre sia stato in parte adattato da quello della sorella Merytaton, il cui nome sembra cancellato da alcuni oggetti rinvenuti nella tomba. E poi ci chiediamo ancora perché proprio questa, tra le tante tombe dell'area funeraria, sia rimasta intatta attraverso i secoli, e perché la fama di Tutankhamon abbia superato quella di qualsiasi altro sovrano egizio.

Maledizioni e leggende

Intanto, sfatiamo subito un mito: quella della maledizione è una leggenda senza alcun fondamento. La storia, secondo cui chiunque avesse violato la tomba del faraone sarebbe morto, è stata diffusa poco dopo la scoperta e arrivata fino a noi con pubblicazioni quali “La maledizione dei faraoni” di Philipp Vandemìnberg e “Il libro dei fatti incredibili ma veri” di Charles Berlitz. In realtà, come ricorda il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (CICAP) fondato da Piero Angela, la leggenda potrebbe essere stata diffusa dallo stesso Carter per spaventare i curiosi che durante gli scavi gironzolavano attorno alla tomba. Tra i protagonisti della scoperta solo Lord Carnarvon, il conte inglese che finanziò la missione, morì due mesi dopo quel novembre 1922, ma non certo per una maledizione, bensì a causa di una polmonite su un fisico già debole e sofferente. L'archeologo Carter si spense 14 anni dopo la scoperta, sua figlia Evelyn, tra le prime persone a entrare nella camera funeraria, ben 57 anni dopo. Nessun altro dei 25 occidentali che avevano partecipato ai lavori morì in modo improvviso e tragico. A confermarlo, anche uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica British Medical Journal dal titolo esplicito “The mummy's curse”, che analizzò le cause di morte di chi entrò nel sepolcro appena scoperto.

Una scoperta "meravigliosa"

Messa da parte la storia della maledizione, restano gli aspetti più affascinanti e straordinari della scoperta. Si racconta che Lord Carnarvon, che assisteva all'apertura della prima breccia nella camera funeraria, chiese all'archeologo "Vedi qualcosa?" e questi rispose "Si, cose meravigliose. Oro, ovunque il luccichio dell'oro!". La tomba, un ipogeo scavato nella roccia composto da un corridoio e quattro camere rettangolari a otto metri di profondità, fu trovata intatta, o quasi, anche perché nascosta dalla tomba più recente di Ramses VI. Lo stesso Carver si accorse che già in epoca passata i tombaroli avevano forzato la porta di ingresso e rubato diversi oggetti e gioielli, ma l'accesso era stato nuovamente chiuso e sigillato ancora; per questo motivo nella camera funeraria, nella camera accessoria e nella stanza del tesoro il corredo era in disordine. I ladri non avevano comunque forzato lo scrigno che custodiva i resti del faraone: un primo grande involucro in quarzite pesante mezza tonnellata, altri due di legno e oro, quello più interno in oro massiccio; quest'ultimo conteneva la mummia di Tutankhamon, nascosta ancora da una preziosissima maschera d'oro divenuta oggi il simbolo di tutti i tesori dell'antico Egitto e conservata al Museo del Cairo. Tra le stanze dell'ipogeo, Carver e i suoi collaboratori recuperarono oltre cinquemila oggetti: cose di uso comune o votivo, monili e gioielli, contenitori per cibo, profumi e unguenti, statue, vasi canopi, scrigni, sedute, armi; ci sono anche i resti di quattro carri, fatti a pezzi per poter entrare attraverso la piccola porta di accesso, e due vasi contenenti le piccole mummie di due feti femminili, forse le figlie del sovrano morte prima della nascita.

Uno scavo moderno

Howard Carter, vissuto un secolo fa, non aveva certamente le competenze di un archeologo di oggi né poteva contare su conoscenze multidisciplinari; tuttavia la sua indagine, considerati i tempi, fu condotta con grande cura: ogni oggetto venne disegnato, fotografato e schedato con appunti e misure prima di essere archiviato, e posizionato schematicamente nella mappa della tomba. Carter redasse i quaderni con le notizie dello scavo annotando ogni dettaglio con l'obiettivo di studiare e pubblicare la tomba in un secondo momento. Se la scoperta diede all'archeologo inglese una grande notorietà postuma, in patria Carter non ebbe gli onori che meritò, e dopo aver pubblicato i tre volumi de "La tomba di Tutankhamon" morì a Londra il 2 marzo 1939 senza riconoscimenti pubblici.

Una riedizione del volume curato da Howard Carter

La vera causa della morte del faraone-bambino

Nel 1925 l'antropologo Douglas Erith Derry e il suo assistente Saleh Bey Hamdi praticarono un'autopsia sulla mummia di Tutankhamon, parzialmente danneggiata proprio durante la sua estrazione dal sarcofago. Da subito emersero le gravi patologie di cui era affetto il giovane: un piede storto, che lo costringeva a camminare appoggiandosi a un bastone, i segni della malaria, una ferita alla testa e un'altra a una gamba. Grandi rivelazioni arrivarono però in epoca contemporanea: nel 2005 "King Tut" fu sottoposto a una Tac che fotografò il corpo, oggi ancora conservato nella sua tomba, producendo 1700 immagini poi analizzate da studiosi egiziani, italiani e svizzeri; lo studio venne pubblicato poco dopo dal Supremo consiglio delle antichità egiziano. Tanti i chiarimenti arrivati dalle analisi: di certo il sovrano non morì di morte violenta, come invece si era ipotizzato in precedenza, e vennero confermati i problemi alla gamba e al piede. Il re la cui fama ha attraversato i secoli era un ragazzo fragile, debilitato dalla malaria e ucciso probabilmente da un'infezione alle ossa.