Benito Urgu e Jacopo Cullin, quando l'arte di ridere diventa la storia di un'amicizia

Con Jacopo Cullin a casa di Benito Urgu, stralci di un incontro con due mattatori della risata: «Ci sono certi attori, attori forti che hanno fegato, che sentono il pubblico e subito capiscono: il pubblico ha paura di loro».

Benito Urgu e Jacopo Cullin, quando l'arte di ridere diventa la storia di un'amicizia
Jacopo Cullin e Benito Urgu (Giulia Camba)

Nel mondo prima, e cioè prima del covid, delle restrizioni, della socialità azzerata, ho passato una mattina a casa di Benito Urgu, o meglio nel suo giardino, dove ha sede una sorta di pensatoio spartano e bucolico che si raggiunge scostando una tenda di plastica, oltrepassando una breccia su un muro di calcestruzzo.
Mi ci ha portato Jacopo Cullin

Scopo della visita era provare a capirci qualcosa e ne è venuto fuori un pezzo che è il ritratto di un’amicizia. Per un motivo o per un altro, il pezzo è rimasto a lungo nascosto dentro la cartella dei documenti di un vecchio Mac.
Capirci qualcosa su un tema misterioso: com’è che si fa ridere la gente?

«Ci sono certi attori, attori forti che hanno fegato, che sentono il pubblico e subito capiscono: il pubblico ha paura di loro». Benito Urgu ti guarda serio con quegli occhi a mezz’asta da messicano di Marrubiu, tira fuori un boccale ghiacciato da un freezer a pozzetto e dice: «Adesso ti faccio vedere come si beve la birra». Apre due lattine da sessantasei e le versa dall’alto, perché «la schiuma è importante e il boccale dev’essere grande». Dal boccale travasa poi in tre bicchieri a misura d’uomo.

Cullin spalanca gli occhi e sorride, mentre Urgu si allontana dice: «Te l’avevo detto, adesso siamo nel suo mondo». Come a dire che nulla più saremo in grado di decidere. Il concetto di paura viene fuori spesso durante la conversazione. Ha a che fare con il concetto di sublime, con quella sensazione che si prova di fronte a qualcosa di pericoloso e bellissimo, come una bestia feroce o un gol di Gigi Riva. Un concetto che Benito Urgu ha imparato alla fine degli anni ’50, quando si unisce - diciottenne - al circo di Armando bello-bello. «Il calore del pubblico, la gente tutta intorno a semicerchio, te ne accorgi che hanno paura dell’artista».

Urgu e Cullin

Urgu non è un nostalgico dei bei tempi andati, a 82 anni continua a esibirsi (covid permettendo) e continua a fare quello che gli riesce meglio: far ridere gli altri. E la paura di cui parla è il segno della piena consapevolezza del suo lavoro, il lavoro del clown, della maschera, del giullare, il mestiere antico dell’attore.

«Prima di lui - dice Jacopo Cullin – non esistevano tracce di comicità nel ‘900 in Sardegna». Urgu sorride, accenna ad alcuni mitologici uomini di spettacolo di un tempo lontano, la cui vita era a tutti effetti una commedia ma la cui arte era altro dal ridere. Personaggi guasconi i cui aneddoti sono piccoli capitoli del grande romanzo popolare del dopoguerra in Sardegna.

«Sentire la risata del pubblico è come fare l’amore», dice Urgu. «La risata è come una droga - sottolinea Cullin - dà dipendenza». Sono, questi, stralci di una conversazione di primavera raccolti a Marrubiu, nel giardino di casa Urgu, una tarda mattinata di sole davanti a un boccale da litro pieno di birra versata dall’alto. Stralci, appunto, perché Urgu e Cullin sembrano due compagni di banco che si danno di gomito e appena possono, cioè in ogni momento, giocano e si divertono e scherzano su tutto.

«Sarebbe un problema se dovessimo andare insieme a un seppellimento», dice Urgu lasciando intendere che non basterebbe quello a fermarli. Figurarsi un giornalista che prova a fare domande su quel dono meraviglioso che è regalare sorrisi. «Sono le situazioni che mi fanno ridere», è uno degli stralci rubati a un fiume impetuoso di gag e voci camuffate, a parlare è Cullin: «Mi interessa creare delle situazioni assurde ai limiti del nonsense, come se fossero delle piccole scene teatrali. Mi fanno ridere più delle battute». Urgu ci pensa e dice: «La risata arriva dopo. Prima c’è il contenuto, il modo di muoversi, di stare in scena, di trasformarsi sul palco».

Nel giardino ci sono cani e galline, un laghetto artificiale con le oche e un piccolo circo naturale fatto di canne disposte a cerchio, piantate da Urgu perché il circo è il primo amore che non si scorda mai. «Prima o poi mi piacerebbe fare uno spettacolo qui dentro», dice. Dopo guarda il recinto con le galline e comincia a doppiarne la voce, Cullin lo segue e risponde interpretando la parte del gallo. «Lo vedi cos’è che ci fa ridere? Queste cose, perché tutto è scuola: appena dici una parola vedi la reazione delle persone che hai vicino e capisci cosa funziona e cosa no, cosa scartare e cosa tenere».

Jacopo Cullin, Benito Urgu e Paolo Zucca (Giulia Camba)

Urgu è d’accordo: «Anche io ho sempre lavorato così. I miei spettacoli nascevano in macchina, nei tragitti tra un paese e l’altro. Se il pezzo funzionava, poi lo portavi in scena. C’è sempre stata poca scrittura e molta pratica». Eppure al cinema, dove i margini d’improvvisazione sono molto più ridotti, Urgu e Cullin hanno raggiunto un equilibrio che li ha resi credibili, efficaci.

«Ci ha aiutato molto la fiducia reciproca, il fatto di conoscerci bene, di aver viaggiato e lavorato insieme molte volte. Leggevo certe scene nel copione e dicevo c’è Benito, queste le portiamo a casa». Ma l’intesa, senza il lavoro, sostiene Cullin, da sola non basta: «Insieme a Paolo (Zucca, ndr) siamo venuti spesso qui per preparare L’uomo che comprò la luna. Molte ore di confronto e molte di prove. E quello è metodo, non è più improvvisazione».

«Con Paolo mi diverto – ora è di nuovo Urgu a parlare - perché sul set è sempre molto concentrato. E a volte, quando stiamo per girare una scena, con la faccia serissima gli chiedo “Cosa ne dici se qui aggiungiamo una battuta tipo tiritiri di lì?”». Ridono ancora Urgu e Cullin, e tra loro non si avverte il solco generazionale, i 43 anni che li separano. «Quando ho visto per la prima volta uno spettacolo di Jacopo, mi ha colpito soprattutto una cosa: non copiava lo stile di nessuno, era qualcosa di nuovo». 

Benito Urgu si alza e tira fuori un tè freddo fatto in casa: un’infusione di menta raccolta in giardino mista a erbe aromatiche di provenienza cubana. Infine ritira il grande boccale di birra, ormai vuoto. «Ti ha gonfiato la birra?», chiede. «No, vero?», dice con quel suo sguardo a mezz’asta da messicano di Marrubiu che non capisci mai se è una cosa seria o ti sta prendendo in giro.

E intanto, nel dubbio, con addosso un po’ di paura, alla fine ti scappa da ridere.