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Lou Reed, l’amore-odio con David Bowie e quell’ultimo magico concerto a Cagliari

Il ricordo della compagna Laurie Anderson. L’artista newyorkese moriva 10 anni fa ma “la nostra vita continua a essere scandita dalla sua musica feroce”

Daniela Amentadi Daniela Amenta   

L'unica al mondo a non sapere chi fossero i Velvet Underground era lei, Laurie Anderson. "Credevo fosse una band inglese, mi stupì molto l'accento americano di Lou". Lou è ovviamente Lou Reed. Sembrava una relazione improbabile quella tra la signora dell'avanguardia e il rocker furibondo, il cantore cinico e dolente di ogni bassofondo dell'anima. E invece è stato, è, un grande amore, 21 anni insieme, lei e lui. Per il primo appuntamento Reed la portò all’Audio Engineering Society Convention, la più grande mostra mercato di apparecchiature elettroniche. "Era il 1992. Passammo un pomeriggio fantastico a guardare cavi e amplificatori. Una giornata perfetta". Perfect day, già, come quella canzone meravigliosa scritta da Reed, contenuta in Transformer, l'album del 1972 prodotto e arrangiato da David Bowie e Mick Ronson dove le trasformazioni passano dalla fluidità sessuale mentre New York si traveste da drag queen. Il primo grande successo di Lou che poi, però, picchiò Bowie per una battuta infelice sulla sua voce al ristorante Rendez Vous di Chelsea, Londra. Non si parlarono per anni, dopo essersi baciati in pubblico. Si rincontrarono tempo dopo entrambi adulti, "puliti" dalle droghe. Tornarono anche a suonare assieme al Madison Square Garden nel 1997 per il compleanno del Duca Bianco, entrambi vestiti di nero, a cantare Waiting for the man, elegia dell'attesa di un pusher, lanciandosi sguardi complici, saettanti. Perché Bowie adorava quell'artista rude e coltissimo, che per una vita ha "camminato nel fuoco passandosi la lingua tra le labbra". E Reed contraccambiava con una punta di invidia: "I ragazzi urlano quando David sale sul palco. A me tirano addosso le siringhe usate".

Lou se n'è andato dieci anni fa il 27 ottobre del 2013. In 71 anni ha fatto in tempo a fondare i Velvet Underground, a comporre a suo nome 22 album in studio, almeno tre live imperdibili, a scrivere poesie, piéce teatrali, a pubblicare libri di fotografia, a interpretare sé stesso in una pellicola di Wim Wenders, a prestare quella sua voce monocorde e gelida in film d'animazione, a convivere con una bellissima trans alla quale ha dedicato un capolavoro come Coney Island e a sposare Laurie Anderson. Che è l'unica deputata a ricordarlo come nessuna, nessuno: "Insieme abbiamo imparato ad andare in kayak, a trattenere il fiato sott’acqua, a cantare arie d’opera in ascensore, a riconoscere le farfalle, a perdonarci l'un l'altra. L'ho visto andarsene via per sempre mentre con le mani faceva la forma 21 del Tai Chi, quella dell’acqua che scorre. Non aveva paura. Ero riuscita a camminare con lui fino alla fine del mondo. La vita – così bella, dolorosa e spettacolare – non può dare qualcosa più di questo. E la morte? Penso che lo scopo della morte sia la realizzazione dell’amore". Ci conforta Laurie Anderson, conforta gli orfani di "quel depravato più sfatto mai visto", come lo definiva Lester Bangs, l'artista che ha trasformato la carne in rock'n'roll, il rock'n'roll in elettricità, e l'elettricità in parole. Perché Reed ha cambiato la musica e tutti noi con i suoi "dischi da leggere e i libri da suonare", così come aveva imparato dal suo maestro all'università, lo scrittore Delmore Schwartz.

Ha cantato ogni dolore, ogni perdita, ha urlato la fatica delle dipendenze, ha suonato ogni suono anticipando la musica industriale con Metal Machine Music nel 1975, disco ritirato dal mercato perché invendibile, ha sperimentato ogni tensione, ha raccontato New York come un pezzo di sé, ha scritto canzoni d'amore e d'odio indimenticabili, ci ha insegnato la letteratura imbracciando una chitarra. Non ha fatto sconti a nessuno, a cominciare da sé stesso. Un provocatore mirabolante che ha scelto di camminare lungo il lato selvaggio della strada, quello dove la vita vera si manifesta senza trucchi, mediazioni, dove le ferite non si cancellano e al massimo divengono cicatrici. Tra le ferite di Lou Reed c'era Berlin, un concept album magnifico, imponente, lacerante, composto nel 1973. Non capito all'epoca. Troppo faticosa quella storia di passioni e morte, di violenza tossica. Si prese la rivincita nel 2007, portando quel disco ostico in giro per il mondo con un'orchestra, un coro di bambini, con la scenografia imponente di Julian Schnabel che realizzò anche un film. Il tour planetario si concluse in Italia, all'Anfiteatro romano di Cagliari il 14 luglio di quell'anno. C'era una luna piena scandalosamente luminosa quella notte, un leggero vento di maestrale, odore di salsedine ed elicriso. Reed era felice e noi con lui, come in un gioco di specchi. Perché Lou, nonostante ogni complessità, ci ha reso migliori insegnandoci a fare i conti con la finitezza. Con la magia e con la perdita. Con la trascendenza e con la libertà. Gli uomini liberi se ne vanno, ma rimangono per sempre a "far vorticare il tramonto" in giorni perfetti in cui un ragazzo con un chiodo di pelle nera e un paio di Ray-Ban ci regala un sorriso storto e obliquo. Identico al nostro. I'll be your mirror.

Daniela Amentadi Daniela Amenta   

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