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Chitarre, collari di cuoio, foto e bigliettini di Natale: svelato il mondo segreto (e non sempre selvaggio) di Lou Reed

Una mostra a New York celebra uno dei giganti del rock. L'ha voluta organizzare la moglie Laurie Anderson: viaggio nei ricordi di un artista che ci ha cambiato la vita

Daniela Amentadi Daniela Amenta   
Chitarre, collari di cuoio, foto e bigliettini di Natale: svelato il mondo segreto (e non sempre selvaggio) di Lou Reed

La mostra si intitola Caught Between the Twisted Stars - "Impigliati tra le stelle avverse" - , come un verso di Romeo had Juliet, la canzone contenuta in New York, disco capolavoro del 1989. Come un corposo bootleg dedicato ai Velvet Underground uscito nel 2000. Impigliati per sempre nel cuore selvaggio di Lou Reed che si svela tra mille particolari inediti in una gigantesca retrospettiva alla Public Library for the Performing Arts della Grande Mela. Dentro troverete i testi autografi del musicista, le sue private collezioni di 45 giri, nastri con registrazioni inedite dei suoi mille concerti, video, tonnellate di foto (era lui stesso fotografo), appunti, bigliettini, scontrini. Perfino la ricevuta del collare di pelle usato sulla copertina di Rock'n'Roll Animal. A volere la mostra è stata la moglie-musa devotissima, Laurie Anderson. Ha incaricato due amici di Reed, Jason Stern e Don Fleming, di catalogare il magma dei ricordi del marito sparpagliati tra case, cantine, armadi. Ne viene fuori un affresco delle infinite passioni di questo artista che ha segnato con una ferita indelebile il Novecento e un pezzo di Terzo Millennio.

Lou Reed se n'è andato il 27 ottobre del 2013, aveva 71 anni e un miliardo di progetti da concludere. Laurie ha raccontato gli ultimi istanti della vita di un uomo che è stato leggenda con parole che ancora commuovono. "Non ho mai visto un’espressione così piena di meraviglia come quella di Lou quando è morto. Le sue mani stavano facendo la forma 21 del Tai Chi, quella dell’acqua che scorre. I suoi occhi erano spalancati. Stavo tenendo tra le braccia la persona che amavo più di ogni altra cosa al mondo e le parlavo mentre moriva. Il suo cuore ha smesso di battere. Non aveva paura. Ero riuscita a camminare con lui fino alla fine del mondo".

Deve esserci una voragine dalle parti dove il mondo finisce, dove resta solido questo senso di vuoto assoluto, questa mancanza che neppure una mostra bellissima riesce a colmare. Deve essere un punto dove vorticano stelle avverse. Chissà se è da lì che ci guarda Reed, artista meraviglioso e geniale - il Dante del chitarrismo, il Cristoforo Colombo del rock -, che con le sue ballate tossiche, la sua musica tesissima e al calor bianco, il suo blues violento, ha cambiato la storia di intere generazioni. Il nostro menestrello dolente, il re di New York, l’uomo che ha inventato i Velvet Underground con John Cale e Andy Warhol, l’algido intellettuale ebreo, l'appassionato di cani e amori bizzarri.

È stato mille cose Lou Reed, nato a Broooklyn il 2 marzo del 1942, sopravvissuto «al lato selvaggio» e a un miliardo di trasformazioni. Vizioso e immenso, l’imperfetto perfetto che celebrava pusher, eroina, drag queen e veneri in pelliccia. Un poeta vero, forse l’ultimo grande poeta del rock che è urgenza e adrenalina, passione sparata a mille e dolore. La leggenda dice che venne sottoposto ad elettroshock quando aveva 14 anni per curare una presunta bisessualità. Reed non ha mai ufficialmente smentito ma ha giocato per un’intera, lunghissima carriera – cominciata negli anni Sessanta – con l’ambiguità, trasformandola in virtù, orgoglio, ostentazione. Una personalità sfaccettata, sia che cantasse i fasti del rock’n’roll, o che si reinventasse con i Metallica (Lulu è ufficialmente l’ultimo disco, del 2011). Sia che raccontasse la sua New York, o la storia di «Drella» Warhol o quella di Jim e Caroline, i protagonisti di Berlin, il concept album del 1973 dedicato a un amore tossico e senza ritorno nello zoo della città tedesca. Lo aveva riportato in giro quel disco, nel 2007, anche in Italia. Per fare pace con il passato, per restituire valore a quello che all'epoca era stato un flop, per farlo diventare una delle tappe della sua resurrezione. «Lo suono ogni trent’anni e poi basta». Si era fatto aiutare da Julian Schnabel che aveva creato delle immagini-arazzo rosso sangue da far scorrere sullo sfondo, dietro il palco. Scenografia importante a rappresentare il buio dell’Europa. Ecco, per decifrare Lou Reed, Berlin è un disco cruciale. Un ponte tra Est e Ovest che mescola rock freddo e barocco, screzi punk tinti di blues, furibonde reiterazioni armoniche, echi da Kurt Weill.

Reed era questo ma anche molto altro. Era Sweet Jane e Metal Machine Music, quando il noise non faceva parte della grammatica di una star, era Coney Island Baby e Street Hassle. Il rock trasformato in una citazione colta ma al tempo stesso carnale, di viscere, un’operazione logica e catartica, una metafora zen per entrare nel tunnel e uscirne integro. Perché Reed aveva tatuate sulla pelle, sul cuore, le trasgressioni dei suoi antieroi vinti, le aveva attraversate in lungo e in largo fino a condensarle in suono. Un trasformista geniale che ha camminato nel fuoco scottandosi quanto bastava per poterlo raccontare a sé stesso e al pubblico. Sempre credibile, dunque, e nonostante le apparenze poco sopra le righe, il poco che serve a guardare avanti con una prospettiva superiore. Un’araba fenice che aveva battuto droghe e draghi e scavalcato muri e che quando cantava con la sua voce monocorde lacerava l’aria.

Un personaggio difficile, ombroso. Intervistarlo era quasi impossibile, sempre scontroso e annoiato, ma se arrivava la domanda giusta era lui a chiederti: «Ma tu chi sei? Che fai? Come si vive in Italia?».

Non solo suoni. I suoi testi sono letteratura deviata, poesia di sangue e carne, senza mediazioni. Nel 2003, con l’aiuto del vecchio amico jazzista Ornette Coleman, aveva riletto The Raven di Edgar Allan Poe, altra opera fulminante, scura, densa. Catrame e paranoie, un senso di morte ad aleggiare, un senso di sconfitta che Reed riusciva a battere. Sempre. Come se si mettesse in gioco per farci e farsi paura, per sperimentare l’oltre vita, l’oltre rock, l’oltre tempo e infine uscirne furibondo e vitale.

Pensavamo non finisse mai. Pensavamo che oltre Set The Twilight Reeling o New York, due dischi che sono opere d’arte del ventesimo secolo, non si potesse andare. E invece Lou, il diabolico e obliquo Lou, ci stupiva ad ogni giro di boa, lasciandoci di stucco. Come quando cominciò a duettare con Bowie, Don Cherry o con Anthony, voce d’angelo, o come quando si portò in tour il maestro di T'ai Chi. Ora questa mostra (che resterà aperta fino a marzo 2023) ci mostra un altro lato di Reed, quello anche meno selvaggio e più tenero: i bigliettini di Natale con Moe Tucker, una foto in cui gioca a pallone, un fax inviato da un hotel giapponese a John Cale, le chitarre, le stanze della musica, gli oggetti della vita quotidiana.
«Io non so proprio dove sto andando, ma cercherò il Regno, se ci riesco», cantava in Heroin. Forse l'ha trovato il regno, il suo posto, lì dove vorticano come farfalle stelle che non sono avverse. 

Daniela Amentadi Daniela Amenta   

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