Così l'America bianca e razzista perseguitò Billie Holiday. Fino a silenziarla

Il film di Lee Daniels racconta le violenze e i soprusi della Fbi contro l'artista: troppo nera, libera e scomoda

"Silenziate Billie. Fatela tacere con ogni mezzo necessario. E' nera, è donna, è libera e ribelle. Sbattetela in carcere, trovate un motivo valido per non farle aprire bocca, perché quella lì, Billie, se canta, canta tutto il dolore e la rabbia dei negri. Silenziate Billie, tenetela in carcere con una scusa qualsiasi. Piantonatela mentre sta morendo in ospedale, che nessuno si avvicini, che nessuno raccolga le sue lacrime".
Le cose andarono proprio così. E l'America dichiarò guerra a Eleanora Fagan nata a Filadelfia il 7 aprile del 1915 che scelse di chiamarsi Billie Holiday, la voce più drammatica e inesorabile del jazz. Negli Stati Uniti dal 1877 al 1964 a ufficializzare la segregazione razziale c'erano le Leggi Crow: scuole diverse, ristoranti diversi, lavori diversi, bagni pubblici diversi per bianchi e neri. Nessun diritto, neppure di voto. E processi sommari per la gente di colore trasformati in pubblici spettacoli macabri. Tra il 1889 e il 1940 negli Usa vennero giustiziate oltre 4mila persone: l'80% delle vittime era afroamericano. Uomini e donne linciati, spesso impiccati per reati neppure commessi. Strange Fruit, il più potente inno contro il razzismo, nasce in quel tempo buio per raccontare l'inaudita violenza della discriminazione.
Il testo recita:
"Gli alberi del sud danno uno strano frutto,
sangue sulle foglie e sangue sulle radici,
un corpo nero dondola nella brezza del sud,
strano frutto appeso agli alberi di pioppo".
Nel 1939 Billie Holiday iniziò a cantare questo pezzo deflagrante, e lo fece fino alla fine, fino a che ebbe fiato nei polmoni nonostante le minacce, il carcere, gli insulti.

Il marchio sulla pelle

Lo conosceva bene il razzismo Billie. Ce l'aveva marchiato sulla pelle come una cicatrice. Figlia di una ragazzina e di un padre adolescente che abbandonò lei e la madre in fretta per andare a suonare il banjo, cresciuta tra case desolate, bordelli e riformatorio solo perché aveva denunciato lo stupro di un vicino di casa. Per sbarcare il lunario sarebbe finita a prostituirsi per un tempo infinito. Ma Billie aveva il dono, lo "shining", la luccicanza. Aveva la voce, una voce unica, una voce che fluttuava tra i toni, si interrompeva per creare stupore in chi ascoltava, aumentare il pathos, la drammatizzazione. Una voce allungata in cui ogni sillaba dei testi che cantava veniva scandito. Una voce come uno strumento, dilatata, mormorata, strascicata fino a far male. E' così tanto Billie, così dolorosa la sua voce che a volte si fatica ad ascoltarla.
C'è dentro quel canto tutto il coraggio e la perdizione di una ragazza bella e selvaggia, la nera che Artie Shaw, come in un'eresia, scritturò in un'orchestra di bianchi. Lei costretta a entrare in teatro dagli ingressi laterali perché "black", quella che non poteva prendere l'ascensore negli alberghi ma salire sul montacarichi assieme al personale di servizio, quella che durante i tour non aveva mai una camera in hotel e dormiva in macchina, quella che ordinava due hamburger - uno lo teneva dentro la borsetta - perché non sapeva mai se nella città dove si sarebbe esibita avrebbe trovato una cucina disposta a dare da mangiare a una negra.
Una negra troppo ribelle per l'America, la negra di Strange Fruit.


Un film di denuncia

Ora un film, United States vs. Billie Holiday , uscito su Hulu lo scorso febbraio, racconta come l'Fbi cercò di incastrarla, farla passare come una tossica, ridurne l'arte e il talento a particolari ininfluenti. Una pellicola firmata da Lee Daniels, interpretata da una strepitosa Andra Day, candidata ai Golden Globe e agli Oscar 2021 e molto più credibile di Diana Ross ai tempi di Lady sings the blues. Andra che per l'occasione è dimagrita di 17 chili, ha preso a fumare e a bere e ha detto: "Ci ho messo tutta me stessa perché il suo dolore mi pervadesse". Un lungometraggio incentrato sul rapporto tra la cantante e l'agente federale Jimmy Fletcher, che lavorava sotto copertura per il Dipartimento federale degli stupefacenti, la struttura gestita da Harry Jacob Anslinger, ispettore del Bureau of Prohibition, che la accerchiò, la perseguitò come un cane da caccia con una volpe ferita.
Il film, seppure incensato dalla critica, ha incontrato molti ostacoli tra produzione e distribuzione. E forse non è casuale: nell'America di George Floyd diventato il simbolo di un nuovo "Strange fruit", miss Holiday continua a fare paura.
E dunque questo omaggio a Lady Day è assolutamente attuale.

La donna con la gardenia

Billie diventata una star nonostante il fango, Billie alcolizzata, fatta di oppio ed eroina ma con una gardenia tra i capelli, la donna che trovò nel sassofono di Lester "Prez" Young la prosecuzione della sua anima deragliata, Billie coraggiosa e sfortunata, Billie troppi amori e tre mariti violenti, circondata da manager magnaccia, sbattuta in carcere per un anno, interdetta a esibirsi in ogni club che servisse alcol, praticamente tutti i locali d'America. Billie amata da Louis Armstrong e dal pianista Mal Waldron, accanto a lei fino alla fine. Lei che cantò Gershwin come poche, con il suo timbro, un timbro da tempesta in Stormy Weather, il tono di ogni cuore lacerato in Lover Man e God Bless The Child, la signora del blues e del jazz come grammatica di libertà, di ribellismo, di regole scardinate.
Billy in crisi di astinenza, ormai alla fine per la cirrosi epatica, eppure ammanettata al letto del Metropolitan Hospital Center di New York, filmata dagli agenti dell'Fbi, piantonata, cancellata dalla lista dei pazienti critici per volontà del Bureau di Anslinger. Morirà così, da sola, il 17 luglio del 1959. Sul conto in banca solo 70 centesimi di dollaro. Una gardenia lasciata sfiorire, una voce soffocata dal suprematismo bianco che nello Stato dell'Unione continua a togliere il respiro a chi ha la pelle troppo scura.