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Ma l'amor mio non muore: la lezione politica di Joe Strummer, l'uomo che ha trasformato il punk rock in resistenza

A vent'anni dalla morte il frontman dei Clash viene celebrato da un saggio che analizza il suo ruolo di leader di un Movimento radicale, quello del 1977

Daniela Amentadi Daniela Amenta   
Ma l'amor mio non muore: la lezione politica di Joe Strummer, l'uomo che ha trasformato il punk...
Il murale di Fabieke dedicato a Strummer a Bologna

Nato ad Ankara il 21 agosto del 1952, morto a Broomfield il 22 dicembre del 2002. Si faceva chiamare Joe Strummer. E ci manca, non ha mai smesso di mancarci in questi venti anni volati via. Morto per un infarto dopo una vita randagia, morto poco prima di Natale come in un romanzetto dal finale poco attendibile. Lui era Clash. Era la sbandata, il botto, l'esplosione in testa. Joe, simbolo del pelvico bacino due decadi dopo Presley. Più che una star. Era - rimane - passione condivisa da una, due, tre generazioni. Più che un musicista, moltissimo di più. Che quando si tirano in ballo i Clash si parla di un amore totalizzante, di fette cospicue di immaginario, di gente che ti incollavi il poster in cameretta e ci parlavi, condividevi, ti vestivi uguale, parte di te. Di noi.

Non solo un artista ma l'anima di un movimento con le idee chiarissime sulle disuguaglianze, sullo scontro tra ceti, sull'Inghilterra affamata dalle politiche ultra conservatrici della Thatcher. Gregor Gall, accademico e studioso delle sinistre inglesi, invece dell'ennesima biografia ha scritto un saggio proprio sulle convinzioni politiche del leader dei Clash. Si intitola The Punk Rock Politics of Joe Strummer, pubblicato per il momento solo in Gran Bretagna dalla Manchester University Press. Un libro in cui l'autore indaga su radicalismo, resistenza e ribellione di un artista che sopravvive al tempo, che ha cantato le rivolte dei dimenticati, delle comunità nere a Londra, delle vite a margine nell'Impero Britannico. Billy Bragg, commentando questa opera interessantissima e fuori da ogni logica di mercato, ha detto: "Vi siete mai chiesti perché il punk rock britannico fosse politico e il punk rock statunitense no? Due parole: Joe Strummer".

Joe Strummer, dunque, lo strimpellatore che suonava l'ukelele nella metropolitana, nelle case occupate. Metà busker, metà rocker, metà squatter. Magnifico ibrido. Cuore meticcio e testa a mille. Arrivò con un urlo e uno sberleffo il redentore sbilenco del rock'n'roll, che in realtà è solo folk amplificato, vive in strada, attraversa le radici popolari, i sogni comuni e li trasfigura. Joe era il nostro folkman preferito, il nostro Woodie Guthrie del'77 e aveva camicine incollate sulla pelle, stelle rosse da sceriffo brigatista, cravatte da cowboy e stivali sbeccati. Dicono: fu solo il profeta del punk. Cazzate. C'è così tanta musica nei Clash che tutto il resto pare silenzio. C'era il reggae selvaggio di Notting Hill, c'erano il fischio dei lacrimogeni, l'urlo delle molotov, l'honky tonky sgangherato dei bar all'alba, il gracchiare di mille juke boxe che macinavano 45 giri. C'era il funk negrissimo e c'era il dub di Giamaica, tempi raddoppiati, ok che diventava okkey, facciate zeppe zeppe, bianchi vestiti da brothers, rock'a'billy e roots, canzonette e inni, Sam Peckinpah e tutto il Far West.

C'era la consapevolezza che la musica potesse essere rivolta e che, anzi, cadenzasse quei giorni di piombo e morte, giorni fantastici e paurosi, indimenticabili. Strummer usciva dai dischi, scendeva in piazza con noi, occupava le università, strillava: «Siete pronti per lo scontro ?». Pronti, certo, con la chitarra di Joe, uguale a quella di Woody, strumento contro i fascisti. Pronti e senza paura. Eravamo un esercito di ribelli e danzavamo nell’aria. Londra chiamava. L’Italia rispondeva. Era il 1980, a Bologna, in piazza Maggiore. I Clash iniziarono il concerto con due ore di ritardo per colpa di Topper Headon, un signor batterista, che si era perso chissà dove. Poi fu la sacra estasi e la celebrazione del culto. E così a Firenze, l’anno successivo, dove il rito punk imponeva che il frontman di un gruppo venisse coperto di sputi dalla folla eccitatissima sotto il palco. Joe nella luce bianca era come il Cristo di Pasolini, fosforescente, lavato, bagnato, benedetto, maledetto dalla doccia collettiva. Lui immobile, scolpito nei calzoni di pelle aderentissimi, spalle dritte da vero gladiatore e occhi sgranati da martire sul Golgota. Silenzioso sotto il fascio di luce. Lui che raccoglieva gli sputi, tirava fuori il pettinino dalla tasca posteriore e si allisciava i capelli. Come potrebbe non mancarci?
Pensavamo non finisse mai. E poi finì nell'82, con Combat Rock, l'album dei record, che avrebbe dovuto contenere una sola canzone, l’unica che ci riguardasse, l'epitaffio: Straight To Hell. Era il necrologio dei Clash e di noi tutti insieme senza più poster in cameretta, sopravvissuti agli incendi, agli assalti. Orfani e dritti all’inferno. Joe continuò da solo e con i Mescaleros, ma non fu più, mai più come allora. Se ne andò a vivere nel Somerset, tra fiumi e colline, con moglie e cani. A marzo del 2003 sarebbe entrato nella Hall Of Fame, consegnato alla storia ordunque, e derubato alla nostra. Non ci arrivò. L’ultimo show lo dedicò ai pompieri di Londra in lotta. Quelli che spengono i fuochi di noia della Londra che brucia. Poi è tornato a casa per il Santo Natale, ha portato i cani a spasso, si è seduto e ha urlato forte: «Siete pronti per lo scontro?» come ai tempi di Career Opportunities, come quando cantava: «Spero di andare in paradiso nel 1977 perché ho preso il sussidio troppo a lungo”. Vent’anni anni fa, un battito di ciglia mentre ognuno di noi, gli orfani, lo celebra come può, come sa sui social sperando che la Fender nera continui a eruttare note e i cannoni di Brixton a svegliare la gente nel cuore della notte.
Pensavamo fossi Peter Pan. E invece te ne sei andato, divino e improbabile. Unico. Ma siamo ancora pronti per lo scontro, Strummy. Dacci i tempi. Vedrai che fiamme.

Daniela Amentadi Daniela Amenta   
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