Goliarda Sapienza, il destino di una donna vulcanica racchiuso in un verso di Battiato

Le mille esistenze della scrittrice, essere speciale, che ora ritorna a teatro grazie ai fili ritrovati da Mario Martone

Goliarda Sapienza, il destino di una donna vulcanica racchiuso in un verso di Battiato

Ogni tanto Goliarda torna in scena. Ed è tumultuosa, come al solito. "Lavica", come l'ha definita Alessandra Minervini. Perché era di fuoco e di terra Goliarda Sapienza, nata a Catania il 10 maggio del 1924. Cresciuta all'ombra di "iddu", l'Etna che spacca i luoghi e li trasforma, sputa fuoco come un Dio degli inferi, fa ribollire l'acqua e rende l'aria elettrica e ineluttabile. I quattro elementi teorizzati da Empedocle, il filosofo agrigentino che si uccise proprio lanciandosi in uno dei crateri, prendevano di volta in volta il sopravvento nell'arte di questa donna complessa, labirintica e meravigliosa. Attrice, scrittrice, poetessa, soprattutto spirito libero oltre ogni conformismo, un'Araba fenice che ogni giorno faceva i conti con le passioni che la divoravano fino a farsi consumare. Creatura lavica, appunto, nutrita dalle "certezze del dubbio". Ci piace immaginare che Goliarda abbia ascoltato il conterraneo Battiato, quel verso da "Oriente a Occidente" del 1979 che sembra la sintesi della sua intera esistenza.

"La luce sul vulcano
Mi indicherà l'uscita
Al fuoco delle tenebre
Scelgo una nuova vita".

Le vite di Goliarda sono state molteplici, dense, intense e brucianti come magma. Tra l'amato teatro e i set cinematografici con Visconti, Alessandro Blasetti e Citto Maselli, a lungo compagno di strada e di cuore. Ma fu la scrittura a fare esplodere il vulcano che Sapienza covava dentro. Cominciò una notte, alla fine degli anni Cinquanta, dopo la morte della mamma giornalista e rivoluzionaria, Maria Giudice.

"Tu mi volgi le spalle
io non ti chiamo
raccolgo
le tue impronte sul lenzuolo".

Parole che scottano, scritte a mano su un foglio A4 piegato in due, con una Bic nera a punta sottile, per "ascoltare il battito del polso". Le parole per la madre, per elaborare il lutto contenute in Ancestrale la raccolta pubblicata solo nel 2013, e per ferrea volontà del marito Angelo Pellegrino. Perché le cose sono andate così per Goliarda, compresa dopo, molto dopo la morte improvvisa, imprevista il 30 agosto del 1996 sul pianerottolo della casa-rifugio a Gaeta, dove si era quasi tumulata per scrivere.

Solo scrivere contava. Scrivere per scrivere, per tacitare il fuoco, i ricoveri in manicomio, le scosse dell'elettroshock, i tentativi di suicidio. Fino all'analisi raccontata ne "Il filo di mezzogiorno" del 1969 pubblicato all'epoca da Garzanti e ora di nuovo in libreria grazie a La Nave di Teseo, testo "scandaloso" perché autentico come una cicatrice, tentativo di "una autobiografia delle contraddizioni" tra visioni, sogni, confessioni, ricordi sul lettino dello psicanalista Ignazio Majore. Un flusso ininterrotto di pensieri, manie, libere associazioni dove coabitano vivi e morti, passato e presente. A raccogliere l'estremità di quel gomitolo è oggi Mario Martone che firma la regia di uno spettacolo in scena al Teatro India di Roma fino al 29 maggio (e poi a Milano, a Napoli, fino a concludersi il 14 novembre a Torino). A interpretare Goliarda in "Il filo di mezzogiorno" è Donatella Finocchiaro per l'adattamento di Ippolita di Majo. Gli autori annotano: "È un corpo a corpo senza esclusione di colpi nel quale i ruoli - la paziente e il medico - si distorcono per poi riprendere forma e poi si scompongono ancora fino quasi a invertirsi". Una piéce bella e dolorosa tra stanze che si illuminano e si rabbuiano, cambi di prospettive, un viaggio interiore dove la percezione si fa perdizione ma alla fine individua  un lumino  per ricominciare. Per rirovare l'equilibrio del ragno su un filo di seta. 

Donatella Finocchiaro interpreta Goliarda. Regia di Martone

Un omaggio, uno dei molti dovuti a Goliarda, per testimoniare il valore della donna lavica, colei che nel 1969 iniziò a scrivere il suo capolavoro - L'arte della gioia - che terminerà nel 1976, revisionerà fino al 1978 per poi impiegare 18 anni a cercare un editore che arriverà in Italia soltanto nel 2008, a 12 anni dalla morte e solo dopo il clamore suscitato dal romanzo in Germania e in Francia. Un destino feroce. Lo stesso che accompagnerà - come rileva una delle sue più mirabili esegete,  Anna Toscano - anche per Appuntamento a Positano (2015), Tre pièces (2014), Elogio del bar, (2014), le poesie raccolte in Ancestrale (2013), La mia parte di gioia (2013), Il vizio di parlare a me stessa (2011), Io, Jean Gabin (2010), Destino coatto (2002).

Scrivere per scrivere, si diceva. Nonostante tutto e tutti. Pur di farlo Goliarda finirà isolata, indigente, ruberà dei gioielli a una amica ricchissima per poter stampare delle copie de L'arte della gioia, verrà sfrattata dalla casa di Roma, entrerà in carcere e scriverà ancora L’università di Rebibbia, spaccato di quel periodo dietro le sbarre. Perché per capire un Paese, come diceva la madre Maria, occorre conoscere gli ospedali, i manicomi e le prigioni. Li sperimentò tutti e tre, assieme alla fame, nonostante il sostegno e l'amore di Angelo Pellegrino e la stima di Lina Wertmuller che la volle come docente al Centro Sperimentale di Cinematografia. Solo un atto di decenza e di pietas del Municipio di Gaeta eviterà che le spoglie di Goliarda finiscano nell'ossario comune. Le verrà data una tomba e poi intitolata una piazzetta a 674,2 chilometri da "iddu", l'Etna, quello che le ha indicato l'uscita per scegliere la sua vita. Quello che ribolle in ogni pagina di Goliarda Sapienza, donna libera e scrittrice.