Il canto libero di Ella Fitzgerald e Marilyn Monroe: mano nella mano contro ogni razzismo

L'amicizia profonda tra la cantante nera e la biondissima attrice. Insieme sfidarono i pregiudizi nell'America degli anni Cinquanta

Il canto libero di Ella Fitzgerald e Marilyn Monroe: mano nella mano contro ogni razzismo

Ci sono date scritte in un disegno imperscrutabile: ti aspettano lì, in quel punto del calendario, e ti cambiano la vita. Ci sono segni che facciamo fatica a leggere, incroci tra astri, alchimie impreviste. Basta un attimo. E quello che era non è più. Diventa un'altra storia. Anzi la Storia. Siamo a New York, è il 1934. Una ragazzina nera di 17 anni, cresciuta tra orfanatrofi, miseria, povertà, viene estratta a sorte per partecipare al concorso Amateur Night dell'Apollo Theatre, il tempio della black music nel Bronx. E' goffa, timida, sovrappeso. Però vuole danzare. Sale sul palco e in una frazione di secondo, quella dettata dalla magia dell'imprevisto, cambia idea. Dice: canterò. E canta Judy, un pezzo di Hoagy Carmichael nella versione di Connee Boswell, il brano preferito dalla mamma che è morta da poco, e l'ha lasciata a vivere con uomo violento che non è suo padre. Un uomo che beve, picchia, tocca, entra nella cameretta di notte e fa paura. Per portare a casa qualcosa da mangiare fa la vedetta nei bordelli. Strilla quando vede arrivare gli agenti. Mette in allarme. Tutti fuori: clienti e prostitute.
Strilla forte. Perché ha una voce più tosta di quella delle sirene della Polizia.

Quel giorno all'Apollo la ragazzina canta e il pubblico in sala ammutolisce, la band si ferma per l'incanto. Le chiedono il bis, lei conosce solo il lato b di quel 45 giri degli anni Trenta. Lo esegue alla perfezione. Loro non lo sanno, non lo sa neppure lei ma nel Big Bang cosmico accade qualcosa di incredibile: quel giorno nei cieli della musica appare una tra le stelle più luminose. Si chiama Ella Jane Fitzgerald ed è nata il 25 aprile 1917. E' la voce per antonomasia, la voce del jazz, dello scat, è la voce del cristallo e della meraviglia, è la sorpresa, è il palpito, un'estensione di tre ottave, dal contralto al soprano, ma tutto insieme, senza fatica, un dono del Dna, del Dio della musica. Ella apre bocca e la VOCE diventa non uno strumento, ma una intera Orchestra. Impossibile starle dietro perfino per Duke Ellington che dal piano la osserva stupefatto come si guarda un treno in corsa.

Passano 20 anni. A Hollywood una ragazza bellissima, bianca, bionda e infelice ascolta a ripetizione i dischi di Ella Fitzgerald. Ha un manager che le dice: cerca di capire come fa, come fa a cantare così. "Devi provare a essere come lei". La giovane donna che ascolta, e ascolta, è Norma Jeane Mortenson Baker nata a Los Angeles il 1º giugno del 1926. Anche lei è cresciuta negli orfanatrofi, ha una madre psicotica, viene spedita come un pacco tra famiglie che vorrebbero adottarla e poi la lasciano in strada come un pacco, un sacco di immondizia troppo pesante. Tutti la vogliono, nessuno la vuole. Si fa chiamare Marilyn Monroe, dopo una lunga gavetta è diventata una star. Norma consuma i dischi della Decca incisi da Ella così come esaurisce in fretta le storie d'amore che le capitano: una, dieci, cento. Quasi tutte perfettamente inutili eppure dolorose. La definiscono "Dumb blonde", l'oca giuliva, la bionda cretina. Ma lei sa ascoltare, impara a memoria album che si intitolano Songs in a Mellow Mood e Lullabies of Birdland. Impara, perché "l'oca" sa riconoscere i propri limiti ed il talento altrui. E la voce di quella donna, quella nera, è Suprema grandezza.

E' il 1954. E' l'anno di The Seven Year Itch di Billy Wilder, tradotto in italiano "Quando la moglie va in vacanza". La scena si gira all'incrocio tra Lexington Avenue e la 52º strada a New York. Il vestito bianco di Marilyn si alza per i vapori e gli sbuffi della metro in arrivo. Anche in quel caso c'è qualche congiunzione astrale, qualche magia sconosciuta. Quell'immagine diventa un'icona, è la perfezione, a metà tra l'incoscienza, la seduzione, la bellezza. Il treno in corsa che vide Duke Ellington ascoltando Ella corre a perdifiato lungo lo stesso binario e alza la gonna di Norma Jeane. Se ne accorgono in un battibaleno i fan e i divoratori di Marilina: gli amanti, i mariti, i fidanzati, i procacciatori di contratti, le sanguisughe. Lei è così bella da diventare il giocattolo preferito anche del presidente degli Stati Uniti: John Fitzgerald Kennedy. Lei è così affamata d'amore da farsi divorare, come un'oliva nel Martini, dalla depressione, dai mix di alcol e barbiturici, dagli antidepressivi.

Ella e Marilyn, due storie in parallelo

E' il 1954, dicevamo. Fitzgerald è a un passo dalla divinità: è iniziata l'ascesa di The First Lady of Song. Marilyn, invece, è già nell'Olimpo. C'è un concerto in Colorado. E "dum blonde" decide di andare ad ascoltare da vicino la sua ossessione. Ella canta e suda, avvolge sempre il microfono con un foulard per la vergogna di bagnare il palco. Ma è un'apoteosi, nonostante la stazza, i chili di troppo, le chiazze sotto le ascelle. Perché Ella è la Voce che si fa verbo e gioia, sono milioni di note che cantano con lei, è il suono in purezza, è la tecnica imparata in strada che diventa il più grande romanzo americano. Si incontrano nel camerino loro due, la negra e la bionda. Si parlano, si riconoscono, così distanti, così perfettamente incastrate nei bizzarri giochi del destino. La stessa infanzia derelitta, la stessa vorace voglia di imporsi, ripagarsi, fare pace con la vita. La differenza sta nel fatto che Fitzgerald è "pulita" - non fuma, non beve - mentre Monroe è dentro una voragine buia. Eppure si intendono.

Dicono le cronache che Ella raccontò a Norman Marilyn di un club. Un club di nome Mocambo. Si trovava a Hollywood. Numero 8588 Sunset Boulevard. Ci cantava Frank Sinatra di fronte a star come Charlie Chaplin, Marlene Dietrich, Humphrey Bogart o Clark Gable. Il locale di Charlie Morrison, un'isola irraggiungibile per una nera troppo grassa e sudata.
Il terzo mistero gaudioso di questa storia di amicizia e solidarietà contempla la telefonata di Marilyn a mister Morrison. Non è un invito, è una proposta. E' un accordo. "Fai cantare Ella per una settimana. Io sarò lì in prima fila a farmi fotografare, ti porterò qualche amico celebre".
Andò così. Andò che fu un successo. Andò che Ella iniziò a cantare per Count Basie, con Armstrong, e in tutto il mondo. Andò che Marilyn era sempre lì, accanto alla nera dalla voce divina, quando qualche impresario costringeva Fitzgerald ad entrare dall'ingresso laterale, a farle sporcare il vestito passando dai sottoscala o dalle cucine. Era lì, bellissima, mano nella mano con la più bellissima voce del mondo a imporre un diritto di cittadinanza, di esistenza con il suo irresistibile sorriso. Mano nella mano come due sorelle.
L'ultima cosa che a Ella venne proibita è stata la più dolorosa.
5 agosto 1962. Marilyn muore.

Fitzgerald non potrà partecipare ai funerali della sua amica. Scelta di Joe DiMaggio, il secondo marito della Monroe.
Ma saluterà la ragazza di platino fino a che avrà voce. "Le devo moltissimo".
Ella se ne andrà il 15 giugno del 1996, 34 anni dopo la più bionda delle bionde. Se ne andrà cieca e malata, con le gambe amputate per le conseguenze del diabete dopo aver venduto 40 milioni di dischi, vinto 14 Grammy, essere entrata dalla porta principale di ogni Mocambo, di ogni club, di ogni teatro. Per sempre mano nella mano con una ragazza triste e bellissima.