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Barbara Alberti: “Dario Bellezza, gay innamorato delle donne e malato di Aids fu ‘ucciso’ da un articolo. Una vendetta”

Intervista alla scrittrice, giornalista e opinionista sul poeta in occasione del documentario ora su Sky Arte “Bellezza, Addio”: “Era un tempo di sogni e speranza, oggi siamo consumatori. Pasolini lo aveva previsto”

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

Dario Bellezza era un poeta omosessuale che “si innamorava delle donne con storie caste e terribili” in un tempo in cui l’amore poteva essere uno scandalo, non obbediva all’odierna logica “medicale” dove “fa bene perché siamo diventati tutti consumatori”. Lo dice a Tiscali Cultura Barbara Alberti con il suo spirito tagliente e risate sane e improvvise che rendono la conversazione telefonica un gran piacere. La scrittrice, giornalista, presenza televisiva dalle osservazioni penetranti e senza fronzoli, conduttrice, romana, interviene in occasione di un documentario profondo e pieno di affetto di Carmen Giardina e Massimiliano PalmeseBellezza, Addio”: prodotto da Zivago Film e Luce Cinecittà, presentato al Festival del cinema di Pesaro nel giugno 2023, il docufilm di 80 minuti sul poeta e scrittore romano, e sulla sua epoca, viene trasmesso su Sky Arte sabato 29 giugno alle 21.15, in streaming su NOW ed è disponibile on demand.

Attraverso interviste e spezzoni d’archivio Giardina e Palmese compongono un ritratto molto umano e sfaccettato (contraddizioni incluse) dell’autore morto 52enne di Aids il 31 marzo 1996, poeta che nella raccolta d’esordio “Invettive e licenze” del 1971 scriveva: “Forse mi prende malinconia a letto / se ripenso alla mia vita tempesta”. Pasolini allora lo descrisse come il miglior poeta della sua generazione.

Attraverso Bellezza Giardino e Palmese ritraggono l’epoca dagli anni ’60 alla morte, la cultura e la Roma effervescente di quei decenni. Nel film parlano figure che gli sono state vicine: Renzo Paris, Franco Cordelli, Maurizio Gregorini, Fiammetta Jori, Giuseppe Garrera e, appunto, Barbara Alberti. La quale definisce “una vendetta” di qualcuno un articolo del Messaggero che gettò nella piazza pubblica la malattia per Aids del poeta per arrivare a Pasolini e quanto aveva previsto della nostra epoca.

Alberti, nel film lei sostiene che Dario Bellezza ha avuto la fortuna di vivere l’ultimo tempo di libertà prima che diventassimo consumatori, che lui si è consumato come si consumavano gli artisti una volta, per eccesso d’amore. Erano altri tempi?
"Era un tempo diverso e non soltanto in Italia. Era un tempo di speranza. Si parlava di pace anche se c’era tanta guerra anche allora, come quella del Vietnam, e c’era una violenza spaventosa. Però Bernardo Bertolucci ci ha beccato proprio con il film “Dreamers”. In una parola sola ha detto tutta una generazione. Perché il sogno in qualche modo era consentito".

A suo giudizio, sempre nell’intervista al film, Dario Bellezza era una bandiera, poi è seguito l’imborghesimento di qualsiasi amore.
"Adesso l’amore è diventato medicale come tutto il resto: fa bene. Menerei chi dice che l’amore fa bene. Immaginiamo Paolo e Francesca che scopano perché fa bene? O Giulietta o Romeo? Adesso c’è una visione clinica di tutto perché siamo consumatori: dobbiamo consumare le medicine e soprattutto essere visti in un’ottica medicale. C’è stato un rincoglionimento notevole e globale dei costumi e dello spirito. Però è globale anche la vita parallela dell’arte e quella di tantissima gente che fa il volontariato, parola che sembra odiosa perché diventata retorica invece non è vero, tanta gente si fa il mazzo mentre i nostri lasciano affogare nel Mediterraneo la gente o la vendono ai libici".

In un altro passaggio lei ricorda la vitalità della Roma di allora dove circolavano la poesia, la follia, Elsa Morante, Moravia, Gadda. Cosa è rimasto?
"C’è ancora un sacco di gente viva come Franco Cordelli, ma i superstiti sono all’ospizio (ride, ndr), siamo irrilevanti. Vale ricordarsi quei tempi di felicità nella sventura".

Come rammenta il film, Dario Bellezza ha avuto rapporti intensi, anche conflittuali, con donne come Amelia Rosselli, la Morante appunto, Anna Maria Ortese.
"Lui era un omosessuale che si innamorava molto delle donne, aveva storie caste ma terribili. Elsa Morante non lo voleva vedere manco dipinto e lui s’appostava. Era bello anche perché quando Elsa non lo riceveva si facevano le piazzate (e ride di cuore, ndr). Era una roba molto pasoliniana".

Quale rapporto aveva con lei, Alberti? Nel documentario racconta come lo accompagnasse nei suoi giri in cerca di ragazzi con un momento esilarante. Quando gli chiedevano come si chiamasse lui rispondeva “Alberto Moravia, Cesare Garboli, Enzo Siciliano…” e lei commenta: “Ha fatto ‘battere’ tutta la letteratura italiana”.
(Gran risata). "Sì, lo accompagnavo. Quando c’ero io non succedeva niente. In realtà lui era anche un grande flâneur, quelli che camminavano e andavano nei caffè, anche perché c’era un gran piacere nel chiacchierare. Anche con i ragazzi che battevano: era una liturgia".

Nella sua intervista lei rievoca un passaggio drammatico. Il 15 settembre 1995 il Messaggero pubblicò un articolo su Giuseppe Marineo, ingegnere arrestato perché sperimentava una macchina da lui inventata per curare l’Aids nella sua villetta a Vitinia. Il poeta Bellezza, malato dal 1987, si sottoponeva a quelle cure ed era lì al momento dell’arresto. Il quotidiano romano lo riportò in prima pagina. A suo giudizio l’articolo lo uccise: per lui era importante che non si sapesse, soprattutto suo padre, non ha retto, gli è crollato il mondo.
"Penso sia stata una vendetta. Non posso immaginare chi possa essere stato, ma fu un dispetto atroce. Chi l’ha fatto sapeva che per Dario quella macchina era la salvezza, ci credeva fermamente. Quel Marineo faceva cure sperimentali, alternative, e le morti allora erano ineluttabili. Di aspetto stava benissimo, la sua guarigione era legata al segreto, lo preservava. Il punto era che non si sapesse, soprattutto che non lo sapesse il padre. Quel fatto fu la rivincita del padre bigotto, sicuramente maschilista che, come tutti, considerava un grande disonore avere un omosessuale in casa: tu peccatore di Sodoma sei stato castigato dalla malattia di Sodoma. Hanno offerto al padre la vendetta e la vergogna di farglielo sapere. Avere l’Aids voleva dire essere visto come un appestato, era tabù. Per me fu decisivo. Poi se ne sarebbe andato lo stesso però, togliendogli la macchina, in un secondo gli hanno tolto ogni illusione, ogni appiglio. Quella macchina per Dario era la salute fisica, il silenzio era la salute spirituale, riusciva a vivere bene".

Pier Paolo Pasolini. Foto Ansa /Archivio / Drn Tecnavia

A proposito di tragedie, quanto lo colpì l’assassinio di Pasolini, il 2 novembre 1975, al quale anni prima aveva fatto anche da segretario personale? L’omicidio dello scrittore e regista all’Idroscalo a Ostia è stato un passaggio epocale.
"Pasolini era un simbolo, era troppo forte, era la voce della coscienza, della libertà. Fu un fatto simbolicamente potentissimo".

Per Bellezza fu devastante?
"Certo, fu una tragedia al di là della tragedia. Pasolini aveva previsto tutto, dipinse il tempo che sarebbe stato, il nostro. Nella Postilla in versi alle Lettere luterane in appendice c’è la sua più bella poesia. Sono i bambini che parlano e dicono: “Papà per favore, papà, la bacchetta, almeno un po’” e ancora: “Sciopero, compagni, sciopero per i nostri doveri, non vogliamo essere adulti per forza, non vogliamo essere così, subito senza sogni. Papà, per favore, almeno un po’ la bacchetta”. Pasolini evocava un’educazione vera, aveva previsto l’infinita accondiscendenza che sa di senso di colpa senza spirito morale dei genitori con i figli oggi che vanno solo accontentati. Pensiamo a quanto narcisismo proiettivo c’è nei genitori che vanno a menare i professori perché danno un brutto voto".

Ha ragione, purtroppo.
"Non solo. Ho pensato fortemente a quella poesia quando un ragazzo in classe ha sparato alla maestra: è una violenza con una potenza simbolica devastante. Bisognava fermare la scuola, invece ai ragazzi hanno dato nove in condotta, alla professoressa che aveva cinque classi ne hanno levate tre: è agghiacciante. Sparare in classe vuol dire che stai uccidendo l’istituzione. Pasolini lo aveva visto e diceva: facciamo dono ai ragazzi della severità. In quella postilla scriveva: “basta con le buone, vogliamo le cattive, la bacchetta, papà, la bacchetta”, e “Signor Maestro, la smetta di trattarci come scemi che bisogna sempre non offendere, non ferire, non toccare. Non ci aduli, siamo uomini, Signor Maestro”.

Stefano Milianidi Stefano Miliani   
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