Mingus, genio "bastardo" che mangiava troppo, faceva sesso come un forsennato e suonava come un dio

A cento anni dalla nascita si moltiplicano gli omaggi: un graphic novel da non perdere per Coconino Press, un podcast e l'intero festival jazz di Vicenza

Mingus, genio 'bastardo' che mangiava troppo, faceva sesso come un forsennato e suonava come un dio

Aveva le premonizioni, Charles Mingus. Nato il 22-4-22, per esempio. Un numero palindromo sufficiente per farlo sentire un predestinato. Così la morte di Charlie Parker gli fu annunciata da un tuono. E somiglia a un tuono lugubre, lacerante Epitaph, la sinfonia che scrisse sapendo che sarebbe stata eseguita dopo il suo funerale. Era il 5 gennaio del 1979. L’uomo che suonava il contrabbasso come un lottatore di catch, lo placcava, lo lavorava ai fianchi, era immobile su una sedia a rotelle. L’uomo che aveva trascorso la vita mordendo l’aria, tempestando di pugni l’infinita schiera di amici-nemici, mangiando troppo, urlando troppo, facendo sesso come un forsennato, suonando e scrivendo musica come un dio, l’uomo al centro di un vulcano in eruzione era fermo, come congelato, paralizzato dal morbo di Lou Gherig. Era andato a Cuernavaca, in Messico, per tentare l’ultima cura. La guaritrice Pasquina provò con un rito al buio. Non accadde nulla. Aveva 56 anni Mingus. Il giorno dopo 56 balene, secondo la leggenda, si spiaggiarono nel golfo messicano.
Sue Graham, la quarta moglie, una donna bianca, bionda e bellissima, non ebbe il tempo di vederle. Partì con le ceneri di quell’omone folle e furibondo, genio della musica contemporanea, e le disperse nelle acque del Gange.

Cento volte Mingus

Cento anni di Mingus sono un cerchio ininterrotto, una spirale. Omaggiarlo non è semplice, ma è doveroso. In tutto il mondo si moltiplicano iniziative, celebrazioni, spettacoli, reunion, molte sotto l'egida di Sue, l'infaticabile vedova. Il festival Vicenza Jazz ha chiamato sul palco l’11 e il 12 di maggio il contrabbassista Furio Di Castri per rispolverare un progetto importante come “Furious Mingus” ma con un nuovo quintetto, così anche il sassofonista David Murray (il 17 al Teatro Comunale, con Shabaka Hutchings al secondo sax) dedicherà un'intera pièce a Charles e composizioni dell'artista di Nogales saranno eseguite il 19 maggio pure dai Doctor 3 (ovvero Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra). Intanto Il Giornale della musica gli sta dedicando più di un episodio del podcast Along Came Betty curato da Enrico Bettinello mentre per Coconino Press/Fandango è appena uscito un graphic novel di altissimo valore. Si intitola semplicemente "Mingus" ed è opera di Flavio Massarutto ai testi e Squaz ai disegni. E ha ragione Ferruccio Giromini a scrivere su Artribune: "non l’ennesima facile e sintetica biografuccia fumettata, ma un’accurata e accorata compartecipazione sentimentale che mette in fila alcuni episodi significativi come fossero altrettanti brani di un long playing, rigorosamente in vinile, possibile best of, o forse meglio concept album, illuminante di una intera carriera, artistica ed esistenziale". Da sfogliare, da leggere, usando come base ritmica solo il tum tum del cuore.

Mingus, Mingus, Mingus: non un nome ma un verbo, il pensiero che diventa azione, spinta interiore. Così sintetizza Geoff Dyer in quel capolavoro che è Natura morta con custodia di sax.

Un verbo, come la sua musica. Ora furente, ora garbata e melodiosa, ora primitiva, virtuosa, sempre possente. La dicotomia sdraiata su una partitura. Hard bop, la lezione di Schönberg, Pablo Casals, Duke Ellington, Charlie Parker, Thelonious Monk, Max Roach come socio per una temeraria etichetta discografica.
Un mix di note e al centro la sua arte, quella capacità di attraversare gli stili con un timbro inconfondibile sia nell’evoluzionismo degli esordi con Pithecanthropus Erectus, sia nell’infernale suite per balletto di The Black Saint And the Sinner Lady, delirante ma lucidissimo affresco paranoide, con le note scritte dal suo psichiatra. In mezzo c’è il blues, certo, ora swingato, ora trasformato in bop, ora lezione free e improvvisazione pura. Il blues e le lacerazioni politiche contro l’America del potere bianco. Ma anche tutti i folli, voraci appetiti di Mingus. Sonici, erotici, gastronomici, culturali.
Un monumentale ibrido per un artista geneticamente meticcio. La madre metà cinese e metà pellerossa, il padre nato da una donna svedese e da un uomo nero.

"In me ci sono tre persone. La prima occupa sempre il centro, indifferente, senza emozioni. La seconda è come un animale spaventato che attacca perché teme di essere attaccato. E poi c’è una persona piena d’amore, forse troppo, (...) che si fida di tutti, firma contratti senza leggerli e si lascia conmvincere a lavorare sotto costo, o gratis, e quando si accorge che l'hanno fregato, vorrebbe distruggere e uccidere. Ma non ce la fa". Così scriveva Mingus in Beneath the underdog (in italiano Peggio di un bastardo, edito da Marcos y Marcos e da BigSur), la sua autobiografia uscita nel 1971.Un flusso romanzato di ricordi: dalle memorie del violoncello suonato da bambino all’incontro con Red Callender, il maestro di contrabbasso. E soprattutto sesso, violenze, vita randagia, la malattia mentale e l’ombra perenne del razzismo. "Se due bianchi tintinnano il bicchiere è razzismo. E io smetto di suonare", diceva. Valga su tutto Fables of Faubus, del 1959, squinternata e celestiale composizione contro il Governatore dell’Arkansas che impedì a 9 adolescenti di colore di accedere alla High school.

Tre persone in una. Una prolissità di sé stesso, per citare le inquietudini di Pessoa. Capace di invocare Dio in ogni lingua, «farsi» 23 donne in una notte (meglio di Bird), e piangere fino a svenire per la morte di Eric Dolphy, il sassofonista prezioso, il flautista poeta, quello a cui dedicò So long Eric, il brano che poi divenne un requiem. Eric Dolphy si chiama il figlio di Mingus, bassista naturalmente. Spietato e tenero assieme, Charles, che insegnava al gatto a usare la toilette degli umani, che raccontava a Rahsaan Roland Kirk, altro meraviglioso fiatista, non vedente, che un uovo somigliava al sole. Tondo e giallo. Tutto qui: sintesi mirabolante.

La schizofrenia resta la cifra stilistica di questo colosso del jazz. Ma la sua è musica immortale, così piena di vita, così pulsante e selvaggia. Coi suoni della città in sottofondo, e le sue urla, la sua voce. E i solchi del vinile costretti a contenere i fuochi d’artificio di un’arte tonda e gialla. Come un sole che tramonta nel cielo del Messico. A Cuernavaca c’è ancora un uomo-vulcano che guarda il mare. Addomestica 56 balene e poi le manda al diavolo, agitando l’archetto di un contrabbasso.