2 giugno 1946: quando il corpo delle donne entrò nella politica

Con il loro voto le italiane riuscirono anche a dare voce alle 21 "ragazze" dell'Assemblea Costituente. Un saggio ricostruisce la "rappresentazione di genere"

2 giugno 1946: quando il corpo delle donne entrò nella politica

Furono milioni quel giorno. Quel 2 giugno del 1946. La prima volta delle donne al voto in Italia. Una conquista figlia di lotte antiche, costanti come gocce a scavare la roccia. Una vittoria politica, culturale, sociale figlia della Resistenza. Con 12.718.641 preferenze espresse, il nostro Paese voltò pagina definitivamente e divenne Repubblica. Tina Anselmi, partigiana e poi ministra, lo scrisse nero su bianco: "C'erano tante paure all'epoca. Si diceva che non fossimo abbastanza emancipate per poter dire la nostra. Dicevano che non eravamo pronte perché siamo state sempre un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica".
Le italiane votarono anche per dare forma all'Assemblea Costituente. Su un totale di 556 deputati furono elette 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque: sono le "ragazze" del '46.

Sembrano trascorsi millenni da allora: in realtà tutto questo avviene solo 75 anni fa, un tempo breve. Il tempo per le donne di entrare nella storia, provare a cambiarla. E' allora che il corpo femminile irrompe ufficialmente in politica. I media restano spiazzati. Per cercare di raccontare la rivoluzione delle "ragazze del'46" vengono usati tutti gli stereotipi disponibili. E come sempre c'è chi si concentra sull'estetica per non dare voce alla sostanza. E dunque Teresa Mattei, "la più giovane deputatessa italiana alla Costituente ha molti bei riccioli bruni e due begli occhi vivi" (da Il Messaggero 26 giugno 1946). Poco importa che a Firenze si sia laureata in filosofia, durante la lotta clandestina. E così Vie Nuove spiega che queste ragazze "non fanno solo la calza, e sono pari agli uomini" (9 marzo 1947), mentre Rita Montagnana viene definita "la sartina". Nonostante la tempra, il vissuto, diventa dirimente il paltò di Gina Borellini, Medaglia d'oro per la Resistenza. Un cappottino semplice confezionato dalle donne dell’Udi quando dovette recarsi a Roma come deputata nel primo Parlamento italiano. Perfino Nilde Iotti, eletta molti anni dopo presidente della Camera, ha nella titolazione de l'Unità niente più che "un sorriso severo" (28 marzo 1987).

Sul tema riflette il volume edito da Rubettino dal titolo: "Elette ed eletti. Rappresentanza e rappresentazioni di genere nell’Italia repubblicana" a cura di Patrizia Gabrielli, docente di Storia contemporanea e Storia di Genere all’Università di Siena. Gabrielli si occupa nello specifico del capitolo relativo a "Corpi nella politica. L’Italia Repubblicana e le rappresentazioni di genere". E scrive: "L’ingresso delle donne nelle istituzioni rappresentative produce ansia, i loro corpi sono percepiti come una sorta di «invasori dello spazio» che rendono evidente lo scarto rispetto alle norme e ai valori stabiliti, incarnati dal soggetto maschile; si continua a discutere dell’abbigliamento delle elette e delle loro virtù fisiche, e di virtù estetiche se ne sottolinea soprattutto l’assenza". Quindi già da allora è un profluvio di riflessioni sull'immagine, sul taglio dei capelli o delle gonne.
"Data l’importanza dell’estetica nella definizione delle identità politiche, il continuo riferimento ad elementi apparentemente frivoli e svilenti caratterizzanti la donna, in seguito anche l’uomo , suggella di fatto la tendenza di rappresentare il ceto politico utilizzando un filtro visivo che si sofferma sulle apparenze per attribuire un valore non solo ai soggetti ma anche al loro impegno", annota Gabrielli.

Settantacinque anni dopo, in piena Seconda Repubblica, che cosa è cambiato?
Poco. Anzi, pochissimo. Le qualità politiche, civili, l'impegno tutto si riduce alle dicotomie più banali: "belle" e "non belle", "giovani" e "vecchie", "eleganti" e/o "impresentabili" Questo se va bene. Poi ci sono gli attacchi personali, gli insulti, le minacce. Tutto l'abbecedario dell'odio, la presa d'atto patologica, e per alcuni insopportabile, di dover fare i conti con i saperi e la conoscenza al femminile, l'esperienza, le capacità e l'esempio al femminile.
Quel 2 giugno del 1946 le donne si sono prese la scena, ma la Storia è ancora tutta da scrivere. Dal pubblico al privato. Dalle case trasformate in prigioni ai luoghi del cuore e dei sentimenti dove rischiamo la vita per una scelta sbagliata, dall'equità di diritti alla parità di salario fino alle identità politiche e di ruolo. Un dibattito globale perché tutto questo accade, con diversi gradi di ginecofobia, ovunque nel mondo.

La deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez

Solo nel 2009 fini "sotto processo" mediatico la giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Sonia Sotomayor. La sua colpa? Aver usato uno smalto troppo rosso "indecente per una donna per bene". La magistrata ha continuato a esercitare la sua professione nei tribunali dipingendosi a piacimento le unghie delle mani. Per questo motivo Alexandria Ocasio-Cortez, il giorno dell'elezione al Congresso statunitense, ha scelto un look forte e simbolico. "Mi sono vestita di bianco - ha spiegato la democratica americana - per onorare le donne che hanno spianato la strada davanti a me, e per tutte le donne ancora da venire. Dalle suffragette a Shirley Chisholm, non sarei qui se non fosse per le madri del movimento. L’abbinamento rossetto, smalto e orecchini è invece ispirato a Sonia Sotomayor. Ha mantenuto il suo rosso. La prossima volta che qualcuno dirà alle ragazze del Bronx di togliersi i cerchi, possono rispondere che si stanno vestendo come una deputata".
Ecco: questo è un concetto che come un codice potrebbe essere replicato dalle donne che decidono di scendere in politica. Usare lo stesso outfit di Ocasio-Cortez, non arretrare. Essere quello che siamo con lo stesso sorriso orgoglioso di quei milioni di donne che il 2 giugno del 1946 entrarono per la prima volta in una cabina elettorale.