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I vasi in diorite impossibili da realizzare anche ai nostri giorni: chi li fece millenni fa in Egitto?

La collezione del faraone Djoser risale al 2.800 a.C. ma non si sa chi abbia prodotto davvero quei vasi. La diorite è un materiale più duro dell’acciaio e inoltre certi vasi hanno i colli allungati e le pance larghe e non si capisce come possano essere stati lavorati all’interno

Ignazio Dessi'di Ignazio Dessi'   

L’antico Egitto è uno scrigno di archeologia, storia e antichi misteri ancora da svelare. Uno dei più incredibili, apparentemente senza risposta, è quello della collezione di vasi del faraone Djoser. Una raccolta di circa 40mila vasi che il sovrano del Paese del Nilo, famoso per la piramide a gradoni di Saqqara costruitagli dall’architetto Imothep, avrebbe messo insieme intorno al 2.800 avanti Cristo.

Se appare chiaro come quella collezione millenaria sia stata raccolta da quel sovrano, resta però un grosso punto interrogativo su chi abbia creato veramente i vasi e, dunque, sull’epoca a cui risalgano effettivamente.

In via preliminare va detto che si tratta di manufatti di grande bellezza e raffinatezza, ma non è certo questo l’aspetto più intrigante ed enigmatico della faccenda.

Qui vale la pena di ricordare che i vasi prodotti dall’uomo nell’arco della sua evoluzione risultano plasmati solitamente con materiali malleabili come l’argilla, la terracotta e il vetro soffiato. Tutt’al più possono essere stati realizzati con materiali come l’alabastro, più duri ma sempre lavorabili con una certa facilità. Nella maggior parte dei casi, poi, gli artigiani hanno utilizzato un tornio per ottenere la forma tondeggiante del vaso.

E allora? Si dirà. Il fatto è che i vasi contenuti nella collezione Djoser risultano in gran parte realizzati, appunto, in alabastro, ma ce ne sono altri realizzati in granito e perfino in diorite. E qui il discorso cambia in modo notevole.

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Di cosa stiamo parlando

Per comprendere bene di cosa stiamo parlando bisogna pensare che nella scala che descrive la durezza delle pietre, quella di Mohs, la diorite risulta in posizione 6-7.

Per avere una idea ancora più adeguata occorre tener presente che l’acciaio si trova in quella stessa scala solo in posizione 4-4,5.

L'acciaio non riesce a scalfire la diorite

Tutti comprendono dunque che una punta d’acciaio non può assolutamente graffiare la diorite. Ovviamente si parla di durezza e non di resistenza, è bene tenerlo presente. Per cui se colpiamo la diorite con un martello questa probabilmente si frantumerà. Ma la durezza è un’altra cosa, tanto che quel materiale risulta praticamente impossibile da lavorare, anche ai nostri giorni, in modo così raffinato e particolare come sono stati lavorati i vasi di Djoser.

I colli stretti e allungati

E’ vero, ai tempi nostri gli scultori riescono a trattare il granito con strumentazioni moderne ottenendo statue e altre opere. Ma quando si tratta di vasi il discorso si complica e non di poco. E’ già difficile infatti lavorare l’esterno di essi ottenendo una perfetta simmetria, ma lavorare l’interno dei vasi fatti con quei materiali è quasi impossibile. Se poi, come accade in certuni di quelli di Djoser, il collo è stretto ed allungato, mentre il corpo è largo,  risulta pressoché impossibile comprendere come millenni prima di Cristo qualcuno sia riuscito a lavorare internamente i vasi di granito o diorite.

L’unico metodo sarebbe quello di utilizzare strumenti con punte o spazzole di quarzo, smeraldo o diamante. Ma gli antichi egizi di alcuni millenni fa, come affermano del resto gli archeologi, non possedevano alcuno strumento di questo tipo. Per i vasi dal collo molto stretto o con pancia molto larga (in confronto al collo del vaso), inoltre, non funzionerebbe nemmeno questo sistema.

Ammesso e non concesso che gli stoici  artigiani egizi si siano immolati per la causa, usando con inconcepibile pazienza la polvere di quarzo per plasmare i vasi, come avrebbero fatto a realizzare la cavità interna degli stessi?

E’ evidente infatti che, per un puro fatto tecnico, la parte vuota all’interno del vaso non potrebbe mai risultare più ampia del diametro del collo del vaso stesso.

La piramide di Saqqara

Come hanno potuto lavorare l'interno?

Come si spiega allora la pancia vuota riscontrabile nei vasi di diorite di Djoser?

E attraverso quali attrezzi è stato usato il quarzo che ha ipoteticamente modellato i manici ravvisabili in alcuni vasi? come si sono piegati questi attrezzi all'interno del vaso, oltre il collo stretto di esso? Con quali strumentazioni sono state ottenute le finissime incisioni che molti esperti hanno ritenuto ottenibili solo con punte da 0,12 millimetri? Come hanno realizzato superfici perfettamente circolari se a quei tempi  – come dicono gli archeologi – non conoscevano nemmeno la ruota?

Già, come hanno fatto allora? Nessuno sa dirlo.

Eppure quei vasi esistono. Sono stati datati in maniera inequivocabile e possono essere ammirati da chiunque si rechi nella Terra dei faraoni, a Saqqara. C’è un grosso mistero, insomma. Un grande enigma che esige risposta.

Come giustificano questi inspiegabili vasi gli esperti? A volte le soluzioni prospettate sono risibili, spesso invece gli studiosi preferiscono glissare. Eppure una risposta va data. Anche perché, sostengono alcuni ricercatori di frontiera, o si riesce a spiegare come gli antichi egizi hanno prodotto quei manufatti, oppure è lecita qualche altra conclusione.

Si potrebbe perfino pensare, insomma, che a realizzare i vasi di Djoser sia stato qualcuno che conosceva delle tecniche, dei segreti antichi, smarriti col tempo. E non manca nemmeno chi pensa a contributi giunti da civiltà avanzate aliene che potrebbero aver visitato il pianeta terra in tempi molto lontani da noi.

Ignazio Dessi'di Ignazio Dessi'   
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