Il «tiraggiro» nel dizionario Treccani, da Insigne a Pasolini fenomenologia di un atto poetico

Le lingue cosiddette vive sono democratiche, talvolta anarchiche: sfidano la norma, la eludono, la irridono sino a creare una norma nuova, diversa, non di rado in antitesi con la precedente. In attesa di qualcosa che tra dieci, venti o trent’anni ne scalfirà l’autorevolezza faticosamente conquistata.

Il «tiraggiro» nel dizionario Treccani, da Insigne a Pasolini fenomenologia di un atto poetico
Lorenzo Insigne impegnato in un tentativo di «tiraggiro» durante la finale di Euro2020

La lingua è di chi la parla, con buona pace delle grammatiche che diventano obsolete nel momento stesso in cui vanno in stampa, in quanto fotografia di un attimo che è già passato, superato dalla velocità dei tempi e dalle evoluzioni di un organismo vivo com'è la lingua, perché viventi e in movimento sono i parlanti di ogni ordine e grado.

Capita così che il «tiraggiro» travalichi i confini dell’italiano regionale, della gergalità da stadio, del linguaggio popolare, della cultura che alcuni ancora definirebbero cultura bassa, per finire tra i neologismi del dizionario enciclopedico della Treccani.

«Adattamento del napoletano parlato tir a ggir», è scritto accanto al lemma fresco di conio. E ancora: «tiraggiro s. m. (fam.) Nel calcio, il tiro a giro, fatto colpendo il pallone in modo da imprimergli un forte effetto a rientrare». Ovvero il marchio di fabbrica di Lorenzo Insigne, attaccante del Napoli e della Nazionale specializzato nel convergere sul destro e dipingere una traiettoria cha trascende la geometria per diventare architettura, una parabola a virgola verso il palo lontano, che si abbassa all’improvviso, da sinistra a destra, mettendo spesso i portieri nei guai.

In un dizionario illustrato, accanto alla definizione, ci sarebbe la vignetta del gol di Insigne al Belgio, nel quarto di finale degli ultimi campionati Europei vinti dagli Azzurri. Treccani si limita invece a citare le fonti: i giornali, che a quel tiraggiro tutto attaccato hanno dato dignità di stampa. Tra gli articoli più ispirati quello di Repubblica (4 luglio 2021), che si lancia in un gioco di parole beffardo come beffardo è quel gesto tecnico: «ti raggiro».

Ma la fonte primaria sembra essere un tweet di Anna Trieste, blogger e giornalista de Il Mattino: «Mah Insigneeeeeeee CHESFACCIMMADIGOL ILTIRAGGIROOO IL TIRAGGIRO! MIRACOLO». Correva l’anno 2016, era il primo vagito di un'espressione che usciva dalla curva per conquistarsi nel tempo i galloni dell'uso comune. 

È il bello delle lingue cosiddette vive: esse sono democratiche, talvolta anarchiche, sfidano la norma, la eludono, la irridono sino a creare una norma nuova, diversa, non di rado in antitesi con la precedente. In attesa di qualcosa che tra dieci, venti o trent’anni ne scalfirà l’autorevolezza faticosamente conquistata.

Ed è anche il segno che il calcio, nel nostro Paese, è un fenomeno popolare capace da sempre di influenzare le nostre vite, le nostre usanze, persino la nostra cultura e la nostra lingua. Pensiamo a un'espressione come “zona Cesarini”, che ha finito per farsi metafora di ogni situazione decisa sul finale. «Meglio un bel gol di un cattivo quadro - diceva Luciano Bianciardi - meglio lo sport fatto bene dell’arte fasulla». A dimostrazione che calcio e cultura non vivono per forza su pianeti diversi

Pasolini si era addirittura prodotto in un accenno di saggio sulla “lingua del calcio”. «Il football – diceva - è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato». Secondo Pasolini, se i fonemi sono le unità minime del linguaggio, i “podemi” sono le unità minime della lingua del calcio.

«La sintassi – argomentava l’autore di Petrolio - si esprime nella partita, che è un vero e proprio discorso drammatico». Pasolini distingueva poi, all’interno del linguaggio calcio, tra prosa e poesia. Rivera, ad esempio, era per lui un prosatore, un «elzevirista», ovvero una sorta di esteta fine a se stesso. Mentre Riva assurgeva al rango di poeta realista.

Ecco perché l’intellettuale bolognese - ala destra praticante - non farebbe certo fatica a catalogare come poetico anche il tiraggiro, dal momento che per lui il gol è «uno dei momenti esclusivamente poetici del calcio [...] un’invenzione, una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità». 

Come ogni parola nuova, in qualche maniera.