Ivan Scalfarotto: “Essere gay in Parlamento è più complicato di quanto si creda”. Anteprima esclusiva del libro

In un bellissimo libro autobiografico il senatore racconta le vicissitudini che ha dovuto attraversare: "Quando mi fecero notare che Federico era “il nome di un uomo” (testuale), risposi dì sì ma che da nessuna parte nel regolamento c’era scritto che il convivente more uxorio dovesse essere del sesso opposto al mio”

di Claudia Fusani

“Ho cominciato perchè io, italiano a Londra, non potevo credere che dieci anni dopo l’Italia fosse ancora ferma a Prodi vs Berlusconi”. Correva l’anno 2005. Quelle primarie furono un assaggio veloce, andata e ritorno in un batter di ciglio. Ivan Scalfarotto comparve per la prima volta sulle scena politica italiana sul grande palco delle primarie del Pd allestito in piazza del Popolo. Era un puntino in fondo a destra (guardando il palco), uno mai visto nè sentito prima. Il primo assaggio di “candidatura dal basso”. Suonava strano. Sparì subito. Il secondo biglietto fu staccato nel 2013, prima volta in Parlamento, questa volta solo andata nel senso che Ivan Scalfarotto è senatore della Repubblica, alla sua terza legislatura. In questi dieci anni ha visto di tutto: “Ci siamo emozionati con le unioni civili,  ho eletto Napoletano II, Mattarella I e II, e poi ho visto i 101 di Prodi, Matteo Renzi vincere, perdere e vincere di nuovo, ho provato l’emozione più incredibile quando ci abbracciammo per l’approvazione definitiva delle unioni civili. Allora ho deciso di mettere in fila questi dieci anni e di raccontarli”. Col privilegio e l’anomalia di non essere mai stato veramente in prima fila “ma sempre abbastanza davanti per vedere tutto”.

"Un resistente" 

“La versione di Ivan” (ed. Nave di Teseo) ha un sottotitolo intrigante, “storia di un resistente negli anni del populismo”  ed è il diario di viaggio di questi lunghissimi dieci anni in cui è successo veramente di tutto, guerre, pandemie, crack finanziari, la fine della seconda repubblica e l’inizio di qualcosa ancora molto informe. Sono 416 pagine ben scritte, divertenti e fulminanti. Che poi è la cifra narrativa di Ivan Scalfarotto, uomo di finanza, entrato in politica col dono del racconto pungente mai banale delle cose viste. “ E ne ho viste tante di cose in questi anni. So che il libro è lungo ma ho raccontato molti episodi inediti. Credo ne valesse la pena”. Sorrisi, emozioni e rabbia si alternano spesso. Come nel  racconto puntiglioso della conquista della copertura sanitaria per il compagno Federico. “La storia è questa - racconta Scalfarotto - la Camera dei deputati già nel 2013 riconosceva l’assistenza sanitaria per il compagno/a purché convivente more uxorio. Andai quindi subito nell’ufficio per iscrivere il mio compagno. Il funzionario mi disse però il beneficiario doveva essere di sesso diverso. Ma non c’era scritto da nessuna parte. ‘Questa è l’interpretazione corrente’ mi disse.

"Il Pd non poteva più essere casa mia"

Iniziammo una discussione durata giorni con lui che mi diceva ‘chieda un’eccezione’ e io che insistevo ‘no, è già tutto molto chiaro, deve solo leggere’…”. E’ finita che Laura Boldrini, allora presidente della Camera, dette l’interpretazione ampia al dettato della norma. “A quel punto i 5 Stelle iniziarono ad attaccarmi perchè io ero un privilegiato della casta”. Oppure il racconto del momento in cui “capiì che il Pd non poteva più essere casa mia”. E quando fu esattamente? “Quando andai a trovare i carcere i due ragazzi americani accusati di aver ucciso il carabiniere Cerciello Rega. Uscirono foto in cui i ragazzi avevano un cappuccio in testa in attesa forse di un interrogatorio in caserma. Salvini, ministro dell’Interno, disse che era tutto ok. Mi sembrò civile andare a trovarli a trovare. La segreteria del Pd mi fece notare che a volte bisogna abdicare ai propri principi pur di restare in sintonia con il sentimento popolare. Che in quel momento chiedeva la gogna per i ragazzi e la beatificazione del povero maresciallo. Per me la stagione nel Pd finì quel giorno”. Poco dopo iniziò l’avventura con Italia viva. E che dire di quando, sottosegretario all’Interno, dopo la bocciatura del ddl Zan, Scalfarotto arrivò a Palermo e dovette essere difeso dalla polizia perchè la comunità lgbt si era messa in marcia  e proprio contro un omosessuale”. Non spoileriamo più. Basta la dedica: “Alle ragazze e ai ragazzi di Utoya e al mondo che avevano in mente”. E il primo di numerosi eserghi: “Avremmo voluto, avremmo dovuto, avremmo potuto. Le parole più dolorose che si possano pronunciare”.    

   

Ecco l’anteprima del libro per gentile concessione di Ivan Scalfarotto

 

Che – in quanto gay – nella mia vita da politico le cose sarebbero state molto più complicate che in quella precedente di dirigente di una multinazionale all’estero, me ne accorsi sin dal mio primo giorno da deputato della Repubblica. Non tutti sanno che, a ogni inizio di legislatura, i parlamentari attraversano una fase burocratica di accoglienza da parte degli uffici che ricorda molto da vicino quella dei nuovi assunti in un’azienda. Si dedica tutta un’intera giornata alle procedure di immatricolazione: un sacco di moduli da riempire, foto da fare, firme da depositare e così via. Si lasciano anche le impronte digitali per attivare il sistema di voto in aula e, tra le mille altre cose, ci sono da completare le pratiche per la designazione dei beneficiari delle prestazioni previdenziali e assicurative.

Erano i giorni che precedevano immediatamente la data del 15 marzo 2013, primo giorno della XVII legislatura repubblicana e mio debutto in aula, ed ero arrivato all’appuntamento dell’immatricolazione già preparato: sapevo già che quello che appariva come un semplice concatenarsi di formalità burocratiche sarebbe stato invece il primo momento politicamente significativo della mia vita di parlamentare. Nella legislatura precedente, infatti, tra le sue molte battaglie, la mia amica Anna Paola Concia ne aveva condotta una che non aveva avuto una grande copertura mediatica: aveva chiesto che la polizza che copre le spese mediche dei parlamentari, nel cui statuto c’è scritto che può essere estesa a pagamento ai familiari e tra questi al “convivente more uxorio”, fosse estesa a Ricarda, che allora era la sua compagna.

Spegnete il campanello d’allarme: è una cosa del tutto normale anche nel settore privato, lo dico da ex direttore del personale. Le assicurazioni mediche sono sempre estensibili, a pagamento, anche alla famiglia del titolare: coniuge, figli conviventi. È la norma, si applica in molte aziende anche a dipendenti che non rivestono ruoli dirigenziali o di vertice: è insomma un benefit abbastanza standard, che – sarò franco – non mi ha stupito verificare che anche il parlamento garantisse a deputati e senatori. Comunque, quando Paola aveva (giustamente) chiesto di estendere il beneficio a Ricarda, l’ufficio di presidenza allora guidato da Gianfranco Fini non si era mai nemmeno degnato di darle una risposta. Né sì, né no, così la povera Paola non aveva potuto nemmeno lagnarsi del rifiuto.

Quando, tra la massa di documenti da firmare, mi apparve il modulo di designazione del beneficiario della cassa, con estrema calma scrissi nome e cognome di Federico e con la massima flemma allungai il modulo alla funzionaria che mi assisteva nelle pratiche di immatricolazione. La donna guardò il modulo con l’aria di una che è impegnata soprattutto a controllare anche il minimo movimento dei propri muscoli facciali, e senza altro commento mi disse che bisognava che venisse ad assistermi un suo superiore. All’arrivo del superiore, che mi fece giustamente notare che Federico era “il nome di un uomo” (testuale), risposi che sì, risultava effettivamente anche a me, ma che da nessuna parte nel regolamento che mi era stato fornito c’era scritto che il convivente more uxorio dovesse essere del sesso opposto al mio. Mi chiedevano il nome del convivente more uxorio? Be’, quello era: Federico. “Mi scusi, onorevole, devo consultare un mio superiore.” “Ma certo, faccia pure”. Arrivò a quel punto il massimo dirigente del ramo per spiegarmi che l’interpretazione costante del regolamento era quella che il “convivente more uxorio” dovesse essere un uomo per le deputate e una donna per i deputati. Di conseguenza, il suo consiglio era che io chiedessi all’ufficio di presidenza della Camera un’eccezione, al fine di autorizzare l’estensione a Federico delle prestazioni della cassa. Risposi: “Non ci penso nemmeno, mi perdoni. Per quale motivo dovrei chiedere a qualcuno, come fosse una cortesia, di assicurare a me ciò che – in primo luogo – viene riconosciuto a tutti i miei colleghi e colleghe e che – in secondo luogo – è scritto nero su bianco essere un mio diritto sul regolamento? Ai conviventi more uxorio dei parlamentari è riconosciuta a pagamento l’esten- sione della cassa sanitaria, c’è scritto qui, e io sto semplicemente chiedendo di applicare la norma per come è scritta e non per come voi curiosamente la interpretate, peraltro senza alcun appiglio testuale”.

La conversazione andò avanti a lungo, il dirigente della Camera sempre più imbarazzato, io sempre più fermo. La questione si risolse quando, davanti alle suppliche (non so veramente come altro definirle) della persona che mi stava di fronte, accettai obtorto collo di mettere per iscritto la richiesta all’ufficio di presidenza. Non una richiesta semplice, ma una lettera in cui ampiamente argomentavo sul fatto che mi si stava imponendo di chiedere per favore l’applicazione di una norma che invece costituiva un mio preciso diritto. Sottolineavo inoltre che comunque ci trovavamo di fronte a una discriminazione inspiegabile: se la Camera riteneva di coprire un semplice convivente more uxorio, non si capiva proprio perché si arrogasse il diritto (senza peraltro dirlo espressamente) di stabilire arbitrariamente delle differenze tra convivente e convivente. Insomma, come mi pareva ragionevole, il mio convivente lo sceglievo io e non l’ufficio di presidenza della Camera dei deputati. Per fortuna, in quella legislatura la maggioranza era di sinistra e a Gianfranco Fini era succeduta Laura Boldrini. Cosicché la mia richiesta arrivò in poche settimane in ufficio di presidenza e il 14 maggio successivo, dopo nemmeno due mesi, fu approvata. Il mio convivente more uxorio era uguale a quello dei miei colleghi, una battaglia di uguaglianza era stata vinta: cittadini etero e gay, una volta eletti, avevano le stesse prerogative. Avevo stabilito un principio che valeva per me, ma soprattutto valeva per il futuro. Esponendomi avevo conquistato un diritto per me e, soprattutto, avevo stabilito ora e per il futuro un principio di giustizia sostanziale per tutti quelle e quelli come me.

Questo pensavo io. Ingenuo. Le cose infatti andarono in realtà assai diversamente. L’ufficio di presidenza non aveva infatti votato all’unanimità. A mio favore c’erano stati i voti di PD e di SEL. Votò sorprendentemente a favore anche il Popolo della Libertà (che presto tornerà a chiamarsi Forza Italia) anche se il questore pidiellino Gregorio Fontana subito frenò sulla questione: “Non si provi ad attribuire all’atto il valore di una decisione storica, perché la Camera non ha riconosciuto le coppie gay, bensì solo esteso ai parlamentari la disciplina già prevista per i dipendenti della Camera fin dal 2001”. Contraria la Lega, astenuti Scelta Civica e Fratelli d’Italia, ma soprattutto quel Movimento 5 Stelle che si astenne qualche anno dopo pure sulla legge sulle unioni civili e che successivamente fece sfoggio di un orgoglio da campione dei diritti civili che era ed è ovviamente – come diceva un mio amico facendomi sempre molto ridere – “falso come una parrucca rosa”.

Così la contraerea grillina si scatenò contro di me, e con che virulenza. “Il Sole-24 ore” riportò così la posizione di Luigi Di Maio: “‘Si tratta dell’ennesimo privilegio che si concedono i parlamentari,’ attacca Luigi Di Maio (M5S), per il quale del tema si deve dibattere nel paese, affrontandolo con una legge per tutti i cittadini. E invece si sceglie di dare il ‘segnale malsano che qui facciamo quello che ci pare’.” Rincarò la dose Roberta Lombardi: “Non vogliamo discriminare i gay ma portare avanti un discorso di equità”. Insomma, il problema per i grillini era che la cassa sanitaria per i deputati era un privilegio della casta e che il modo per risolverlo non era quello – eventuale – di eliminare la cassa, ma di lasciarla in capo esclusivamente ai parlamentari eterosessuali fino alle calende greche dell’eventuale riconoscimento per legge delle coppie gay. Stare nella casta, insomma, era temporaneamente accettabile ma solo per le persone eterosessuali: nell’attesa della rivoluzione grillina (che avrebbe aperto il parlamento “come una scatoletta di tonno”) bastava farsi eleggere e godere ampiamente di tutti i benefit previsti per la carica, come facevano e fanno tuttora (dopo dieci anni dall’ingresso in parlamento) anche loro. Ma attenzione, bisognava essere anche dell’orientamento sessuale giusto, o almeno dichiarare quello giusto. (…)

Il problema è che questa logica, soprattutto in quella fase storica, era assolutamente prevalente nella pubblicistica italiana e in particolare sui social media. Il risultato fu che mi trovai sepolto da una montagna di insulti e osservai con un certo livello di sgomento la mia battaglia per un principio sacrosanto (quello per cui tra cittadini, a parità di condizioni, non può esserci una differenza di trattamento sulla base dell’orientamento sessuale) trasformata nel tentativo di guadagnarmi un vantaggio economico a scapito degli altri. Era una delle prime conseguenze del veleno che il M5S aveva inoculato nelle vene della nostra società e nel cuore delle nostre istituzioni. La maledizione dell’“Uno vale uno”, non è tanto il principio che alla Camera o al Senato debba poter accedere letteralmente il primo che passa. Fosse solo questo, per quanto mi riguarda non ci sarebbe alcun problema: in una democrazia, chiunque deve poter aspirare a qualsiasi carica.

Dove casca invece il celebre asino è che l’onere di essere diventati parlamentari dovrebbe risiedere non tanto nel rinunciare alle proprie prerogative (restituendo quattrini, rifiutando l’appellativo di onorevole, esprimendo ripulsa per ogni forma di immunità collegata alla carica, eccetera) ma nell’assumersi i relativi doveri: primo tra tutti studiare, motivare adeguatamente le proprie opinioni, tenere un contegno all’altezza dell’incarico di rappresentare la nazione, che si è deciso di ricoprire senza che te l’abbia ordinato il medico curante. I grillini, entrando in parlamento, hanno combattuto non soltanto le prerogative ma anche e soprattutto i doveri che ne costituiscono il reciproco. Anzi, mi sento tranquillamente di affermare che aver combattuto così furiosamente le prerogative dei parlamentari è stato l’alibi perfetto per poter poi più agevolmente declinare le responsabilità che essere deputati o senatori della Repubblica comporta.

I “portavoce” della prima legislatura, quelli originari, non potevano avere opinioni, prendere decisioni, assumersi la responsabilità delle proprie idee: ricordo con chiarezza un dibattito televisivo con Barbara Lezzi nel quale la futura ministra (la ricordate senz’altro: è quella per la quale il PIL aumenta accendendo i condizionatori e l’Italia ha già troppi gasdotti) sosteneva di non avere alcuna opinione sulla futura legge elettorale perché i militanti del suo Movimento non si erano ancora pronunziati sull’argomento. “Viene da chiedersi lei cosa ci stia a fare in parlamento se non ha o non può esprimere un’opinione su nulla”, fui costretto a dirle. E se erano lì solo perché scelti a caso (appunto: “Uno vale uno”), se erano meri portavoce, strumenti di una volontà esterna, se erano cittadini qualsiasi che restavano tali anche una volta diventati parlamentari, era di conseguenza inutile che si impegnassero, inutile che si dessero da fare, inutile che avessero (Dio ce ne scampi!) qualsiasi forma di immunità e, alla fine, uno stipendio e una cassa sanitaria.

Non lo si sarebbe detto vedendo Luigi Di Maio girare il mondo a capo delle nostre feluche o Paola Taverna presiedere con flemma britannica l’aula di Palazzo Madama, ma alla fine, quello portato dai grillini è stato il più colossale e pianificato attacco al prestigio delle istituzioni della storia repubblicana. Diventare parlamentari non doveva più essere il più alto degli onori, qualcosa alla quale almeno in teoria aspirare e della quale mostrarsi degni con lo studio dei fascicoli, la conoscenza dei dossier e l’attaccamento alle istituzioni (per le quali invece bisognava fungere da apriscatole). L’avvicinamento delle istituzioni democratiche al demos di riferimento doveva essere operato non elevando il demos, ma delegittimando e impoverendo in ogni modo l’istituzione. Del resto, Davide Casaleggio ebbe a dire che “Il superamento della democrazia rappresen- tativa è inevitabile”: non era una previsione, era un programma. Nemmeno i lanzichenecchi.