Un nuraghe a Cagliari, Giovanni Ugas: “Più grande di quello di Barumini. A che punto siamo e cosa c'è da fare ora”

Per gli scavi la soprintendenza ha suggerito di procedere con una richiesta al Ministero. Si è però in attesa di un intervento di finanziamento da parte dell’amministrazione comunale. Il professore: "Ecco le ragioni che inducono a ritenere certa la presenza del nuraghe"

L'archeologo Giovanni Ugas (Foto I.D.)
L'archeologo Giovanni Ugas (Foto I.D.)
di Ignazio Dessì

La notizia dei resti di un grande nuraghe su uno dei colli di Cagliari, incastonato in uno scenario da cartolina sfavillante di colori, affacciato sul mare e capace di dominare  a 360 gradi tutta la zona circostante, ha destato clamore e discussioni. E’ stato l’archeologo Giovanni Ugas, uno dei maggiori esperti di archeologia della Sardegna nuragica, a lanciare la bomba dell’esistenza di quella preziosa testimonianza a Monte Urpinu, affiancando uno dei suoi ex allievi, l’ormai quotato archeologo Nicola Dessì (leggi l'articolo)

E la voce del personaggio sceso sull’arena non è di quelle secondarie. Stiamo parlando di un’autorità in materia, autore di studi, scavi e pubblicazioni di rilievo. Il suo libro “Shardana e Sardegna”, lavoro basilare per la conoscenza dei Popoli del mare e in particolare degli Shardana da lui identificati nei sardi del tempo dei nuraghi, summa di 30 anni di studi e ricerche intensi, è ormai un testo fondamentale sull’argomento nell’Isola, in Italia e anche all’estero.

Dopo la diatriba tra Ugas più i suoi sostenitori, convinti che quelle del capoluogo sardo siano le rovine di una reggia nuragica più grande di quella di Barumini, e gli avversari, lesti a dire che non è così, la Soprintendenza comunque ha detto sì a una campagna di scavo che riporti completamente alla luce le testimonianze sepolte. L’unico modo per vedere chi ha davvero ragione.

“La soprintendenza – ci spiega l'archeologo – suggerisce di procedere con una richiesta al Ministero per gli scavi, mentre il comune di Cagliari dovrebbe preoccuparsi dei necessari finanziamenti. Ho sentito a questo proposito il professor Raimondo Zucca e Nicola Dessì per valutare la possibilità che la richiesta al Ministero della concessione di scavo parta dall’Università”.

Alcuni resti del nuraghe (Foto I.D.)

Per il professor Ugas, allievo prediletto di Giovanni Lilliu con trascorsi da docente universitario e Direttore archeologo della Soprintendenza cagliaritana, gli scavi porteranno certamente alla conferma della esistenza dell’antichissima costruzione.

“Guarda qua – mi dice durante un sopralluogo sul sito di Monte Urpinu in sua compagnia (leggi l'articolo) – questa è la cortina muraria di una fortezza nuragica risalente alla seconda metà del secolo XIV a.C., formata da due fila parallele di grandi massi in calcare, e, in mezzo, il riempimento di piccole pietre legate con argilla, proprio alla tipica maniera nuragica. E lì, più giù nel pendio, resti murari di quella che poteva essere la cinta turrita esterna, l’antemurale. Non c’è dubbio: i resti sono quelli di un grande nuraghe”.

Quanto grande, professore?
“Questo muro è lungo 22 metri. Basta pensare che nella reggia di Barumini il muro del bastione quadrilobato corrispondente non va oltre i 15 metri. Ecco – aggiunge spostandosi veloce – qui all’estremità del muro si vede l’innesto di una delle torri laterali. Su una quota superiore del banco di roccia calcarea si elevava invece la torre centrale del bastione. Purtroppo occorre dire c’era, perché del nuraghe, sul lato Est, non esiste più nulla; tutto è stato divorato dalle cave ma dobbiamo ritenere che in precedenza, dopo la devastazione dei nuraghi avvenuta intorno al 1000 a.C., la fortezza di Monte Urpinu fosse stata smantellata prima nel I Ferro e poi in età punica e romana per utilizzare i massi per nuovi edifici. Il nuraghe doveva essere maestoso e, tenendo presenti le proporzioni, poteva raggiungere in altezza i 25 metri se non oltre”.

Giovanni Ugas (Foto I.D.)

Più grande di quello di Barumini, che roba. Certo non mancava la visuale, gli dico per stuzzicarne ulteriormente l’entusiasmo.
“La posizione è fantastica, altamente strategica – risponde subito – Questa fortezza è la maglia fondamentale del sistema insediativo della piana campidanese e del controllo delle coste del Golfo di Cagliari. Da qui si domina tutto il mare sino alle Coste di Villasimius e di Sarroch sull’altro fronte, il Campidano, le montagne che lo coronano, e dall’alto della torre, si poteva scorgere il Gennargentu innevato. E il nuraghe poteva essere in raccordo con altre torri situate a Sant’Elia o a San Bartolomeo e in Castello per controllare il versante ovest del Golfo di Cagliari e la laguna”.

Mi guardo intorno e mi lascio trascinare dalle sue parole. Sogno ad occhi aperti. Vedo una specie di castello che nulla ha da invidiare a quelli medievali, ma di un paio di millenni prima. Materializzo con lo sguardo della fantasia guerrieri, sacerdoti, uomini, donne e ragazzini con le armature e gli abiti dell’epoca intenti a scrutare la stessa bellezza naturale che mi si para davanti. La vista è magnifica. I colori frastornano i sensi. L’azzurro del cielo, schizzato di nuvole bianche, si unisce col celeste del mare. Poi c’è il verde delle montagne di Sinnai e della Sella del Diavolo. Il rossiccio delle saline, il bluastro plumbeo dello stagno di Molentargius su cui plana dolcemente uno stormo roseo di fenicotteri. Dall’altra parte, oltre il panorama mozzafiato del capoluogo sardo, lo sguardo può spaziare ancora sul mare, sulla laguna di Santa Gilla e le susseguenti pianure, sulle montagne di Capoterra e Pula, verso il Campidano, sui campi coltivati. Una visione che toglie il fiato, da stordimento estetico, paradisiaca.

Obiettano che dalla parte che guarda verso lo stagno di Molentargius non c’è posto per farci stare il resto di una struttura come quella che descrivete lei e Nicola Dessì, gli sparo, sperando di non urtarlo troppo.
Si gira di scatto e ride. “Certo – spiega con uno sguardo sornione – non c’è ora, ma prima c’era”.

Che vuole dire?
“Che dove sorge il nuraghe c’è stata un’attività di cava per un periodo di tempo non breve, da accertare con un approfondito studio geologico e morfologico, che ha sbancato la gran parte della sommità della roccia calcarea naturale che doveva formare una sorta di pianoro. Con ciò è andata perduta la gran parte di ciò che restava del nuraghe”. Poi torna al di sopra del muro rimasto. Punta il dito in giù. “Qui è stata tagliata una delle torri laterali. E’ chiaro che era un nuraghe, ed era davvero imponente”.

Ricostruzione virtuale di un nuraghe complesso

Che importanza ha da un punto di vista archeologico e storico questo ritrovamento?, gli chiedo.
“Da un punto di vista archeologico ha una importanza immensa – spiega con enfasi - Perché questo nuraghe complesso è l’anello mancante dell’archeologia cagliaritana che abbraccia il periodo prenuragico, con le grotte e domus de janas di San Bartolomeo e Sant’Elia, e le tombe a forno eneolitiche di Monte Claro, e poi i notevoli resti della città in età punica e romana e medievale che attestano il ruolo centrale di Cagliari nel panorama sardo della storia antica. Nella sostanza questa fortezza dimostra che già in età nuragica, per ragioni strategiche ed economiche Cagliari, intendendo con questo termine il nuraghe di Monte Urpinu e il suo territorio di pertinenza, era l’insediamento più importante della Sardegna”.

Non c’è da stupirsi – azzardo – vista anche la collocazione geografica della città.
“Certo – risponde lui – l’area di Cagliari in età nuragica poteva contare anche su diversi villaggi, come emerge dai resti abitativi pur sporadici del I Ferro di Bonaria, via Campidano, via Brenta e S. Gilla, oltre che della grotta dei Colombi. È palese che già prima dei domini di Cartagine e di Roma, la città controllava l’ingresso per le principali piane sarde sul mare. Qui approdavano le navi provenienti dalla Sicilia e dalla Grecia e più in generale dall’Est del Mediterraneo, come documentano i manufatti micenei del XV-XII secolo a.C. dei siti prossimi a Cagliari quali Nuraxi Antigori di Sarroch, Bi’e Palma di Selargius, Monte Zara di Monastir e Mitza Purdia di Decimoputzu. Qui si comprende tutto questo. Chi arrivava dal mare dal golfo di Cagliari non sfuggiva a questa strategica residenza di un importantissimo capo tribale. Poi basta guardarsi intorno per capire l’interrelazione esistente con altri nuraghi del Campidano, come il Diana di Quartu o il Cuccuru Nuraxi di Settimo e soprattutto gli altri grandi baluardi di Sant’Uanni di Dolianova e di Casteddu de Fanari di Decimoputzu”.

Giovanni Ugas ormai è irrefrenabile.

“Ecco qui c’era l’attacco del nuraghe – bisbiglia l’archeologo apparentemente estraniato da tutto – e qui sono stati trovati dei cocci ceramici nuragici. Ma anche se non fossero stati trovati – proclama sollevando la voce - per me non cambierebbe niente. E’ evidente che questa muraglia appartiene a un nuraghe, un grande nuraghe, lo indica la struttura edilizia e il suo impianto planimetrico”.

C’è però chi dice che avete preso una cantonata lei e il suo allievo Nicola.
“Tutti possono esprimere il loro pensiero, anche quando vedono un inesistente muro di una non ben determinata struttura edilizia settecentesca; io mi avvalgo dalla mia esperienza, oramai di mezzo secolo, sull’architettura dei nuraghi e sarei un pessimo e irresponsabile studioso se affermassi categoricamente ciò che non è”.

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