Droga? Ogni epoca ne ha una. Breve viaggio stupefacente tra riti e condanna sociale

Anticamente l’oppio era utilizzato con un duplice scopo: alleviare il trapasso di un moribondo e interconnettere le persone a lui care con la sua anima durante il rito funebre

Droga? Ogni epoca ne ha una. Breve viaggio stupefacente tra riti e condanna sociale

Il ritrovamento in Israele di un vaso del XIV secolo a. C. contenente residui di oppio ha fornito la prova che fin dall’antichità l’uomo è ricorso all’uso di droghe. Uno dei funzionari dell’Autorità israeliana che ha sovrinteso agli scavi archeologici ha affermato che l’oppio era certamente utilizzato con un duplice scopo: alleviare il trapasso di un moribondo e interconnettere le persone a lui care con la sua anima durante il rito funebre. Non è certo un caso isolato: in Grecia, ad Eleusi, ogni anno venivano celebrati i “misteri”, rituali in onore della dea Demetra comuni a molti popoli antichi. Gli studiosi ritengono che, durante le celebrazioni in onore della dea, grazie a fonti scritte e anche grazie a qualche rappresentazione artistica, che una parte fondamentale del rituale fosse il consumo di sostanze psichedeliche. Nel celebre bassorilievo di Farsalo, ad esempio, Demetra e Persefone si scambiano funghi appartenenti al genere psilocybe, dalle potenti proprietà allucinogene.

Nel cuore dell’Europa

In occidente la storia delle droghe legali e illegali comincia presto, con la feroce critica da parte delle autorità di bevande come il te e il caffè, considerati eccitanti e dunque “socialmente pericolosi”. È in questo momento storico, il 1545, che le droghe si dividono in autorizzate e non. Ricordiamo che lo speziale, figura tipica fino all’Ottocento, aveva a che fare con sostanze considerate comunemente droghe come il pepe, che per noi, è semplicemente un ingrediente da cucina, così come con preparati farmaceutici. In Inghilterra, nel Seicento, le donne firmano una Petition Against Coffee, in cui lamentano che il caffè rende impotenti gli uomini e rovina il matrimonio. Tra Settecento e Ottocento è il gin ad essere oggetto di biasimo. Ciò che emerge dai dati storici è che le “dipendenze socialmente accettate” diventano dall’Ottocento in poi quelle che corrispondono alle abitudini di certe classi dominanti che impongono la loro visione a quelle considerate inferiori. In questo atteggiamento si può intravedere una lettura piramidale della popolazione e una spinta per l’esclusione delle minoranze dai piaceri accettati come leciti e, contemporaneamente, un tentativo di rendere fuori legge le consuetudini di queste classi ritenute socialmente marginali. Rapidamente anche i costumi sessuali divennero argomento di giudizio da affiancare alla critica sul consumo di alcol e droghe, ancora una volta a danno, spesso, di minoranze sociali ed etniche. Viene stabilito cosa è a norma e cosa non lo è. Ciò che non rientra nella norma diventa attentato allo status sociale. Pensiamo allo stigma che per lungo tempo ha visto imposto a intellettuali come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Wilde, il marchio della devianza a causa di scelte stilistiche inusuali e dell’uso di assenzio.

E oggi?

La storia recente vede hippies e mods contendersi la messa al bando per la loro frequentazione con cannabis, acido lisergico e anfetamine. Più di recente sarà con i rave, negli anni ’90, che si scatenerà l’odio del governo su chiunque organizzi e partecipi a questo tipo di feste. Oggi ci racconta questa lunga storia, con dovizia di date e le testimonianze dei frequentatori dei club che parlano della loro esperienza con la droga e la socialità, Enrico Petrilli nel libro “Notti tossiche” edito da Meltemi. Il ricercatore ha raccolto le testimonianze degli avventori di alcuni tra più famosi club di Berlino e Milano e ha fatto del loro racconto un saggio sociologico che abbraccia una fetta molto più ampia di umanità rispetto ai soli clubbers. Il discorso è incredibilmente complesso e in questo libro l’autore, ripercorrendo le tappe dell’uso e della relativa condanna degli stupefacenti attraverso i secoli, traccia un quadro coerente e mai giudicante, partendo da dati storici e analisi obbiettive.