Oggi sono 150 anni dalla nascita dell'unica italiana premio Nobel della Letteratura. Ricordiamo Grazia Deledda (che non fu mai fascista)

Era nata a Nuoro il 27 settembre 1871, quinta di sette tra figli e figlie di una famiglia benestante. Una formazione da autodidatta e un talento straordinario.

Oggi sono 150 anni dalla nascita dell'unica italiana premio Nobel della Letteratura. Ricordiamo Grazia Deledda (che non fu mai fascista)
Portrait of Grazia Deledda by Plinio Nomellini, 1914.

"Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio Paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza.

Avrò tra poco vent'anni, a trenta voglio avere raggiunto il mio sogno radioso quale è quello di creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda.

Sono piccina piccina, sa, sono piccola anche in confronto delle donne sarde che sono piccolissime, ma sono ardita e coraggiosa come un gigante e non temo le battaglie intellettuali".

Il suo Paese non era l'Italia ma la Sardegna. Perché la prima e unica donna italiana a vincere il Nobel della Letteratura veniva dalla periferia dell'Impero. Sarda di Nuoro, ma tanto apprezzata dal Duce che le perdonò sempre questo suo grande amore per l'Isola e il suo costante rifiuto nello scrivere testi scolastici per il fascismo- perché il Duce amava profondamente la scrittura deleddiana- Claretta Petacci ricevette costantemente i suoi romanzi in regalo. Ma è giusto ribadire una volta per tutte che Deledda e Mussolini non erano affatto amici. Nonostante qualche storiografo continui a insinuare il contrario. Deledda morì molto prima della guerra, prima anche delle leggi razziali. Il volto più truce del Regime non lo visse mai. E nonostante questo al contrario di tanti intellettuali maschi sopravvissuti al secondo conflitto mondiale e poi dichiaratisi antifascisti, l'immensa scrittrice ebbe l'ardire di rispondere a Mussolini che l'arte non fa politica e che lei non avrebbe firmato nessun “catechismo” scolastico totalitario. E' ormai risaputo che dopo la vittoria del Nobel, la scrittrice sarda ringraziò il Re di Svezia, il Re d’Italia, Dio, ma non citò mai il Presidente del Consiglio italiano. Riuscì in modo astuto senza scontrarsi con esso a non farne parte. La definirino afascista (non antifascista) e non lo definite allo stesso modo coraggio? 

Quante cose sappiamo di Lei, e quante continuiamo a scoprirne. La piccola Cosima che studiò da sola, e si formò attraverso la lettura. Dopo aver frequentato le scuole fino alla quarta elementare, Grazia Deledda proseguì gli studi con un precettore dal momento che al tempo, anche in Sardegna, le ragazze non frequentavano le scuole superiori. La critica in generale tende a incasellare la sua opera di volta in volta in questo o in quell'-ismo: regionalismo, verismo, decadentismo. Altri critici invece preferiscono riconoscerle l'originalità della sua poetica.

Andrebbe anche detta un'altra cosa che spesso ci dimentichiamo: è stata l'unica scrittrice a riceverlo questo Nobel, anche tra gli uomini, perché Giosuè Carducci, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale erano poeti, mentre Luigi Pirandello e Dario Fo drammaturghi.

E poi ci sarebbe da ricordare un'altra cosa, facendo uno sforzo di contestetualizzazione, quel marito "femminista" di nome Pamiro Madesani. Un funzionario pubblico che aveva sposato la scrittrice l’11 gennaio 1900, innamoratosi del suo talento ne era presto diventato il segretario e agente. Un uomo che a Pirandello non era mai andato giù. Un matrimonio troppo moderno per l'epoca, il drammaturgo siciliano a casa sua viveva l'inferno della discordia. All'amico Ugo Ojetti, quel direttore che fascistizzò il Corriere della Sera, raccontò in una lettera: "Ho la moglie, caro Ugo, da molti anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io", per farla breve una relazione tossica fatta di gelosia e ricoveri psichiatrici. Deledda da Madesani invece aveva sostegno e stima. Un rapporto sano, che di tossico non aveva nulla. Per una donna dell'epoca qualcosa di straordinario, che ancora molte donne di successo di oggi non ricevono dai loro compagni. 

In un'epoca, la nostra, in cui chiunque scrive, pochi leggono e troppi editori pubblicano, l'immenso lavoro di Grazia Deledda, ci spiega cosa sia davvero il mestiere di scrivere. 32 romanzi, 250 novelle, due drammi teatrali, un libretto d'opera, una sceneggiatura per il film tratta dal suo romanzo Cenere, una raccolta di tradizioni popolari sarde. La sua infatti era una lingua moderna, che ben si addattava alla scrittura per cinema.

"Leggo relativamente poco, ma cose buone e cerco sempre di migliorare il mio stile. Io scrivo ancora male in italiano - ma anche perché ero abituata alla lingua sarda che è per se stesso una lingua diversa dall'italiana". La lingua italiana è quindi una lingua non sua ma che sa ben maneggiare. Nel più recente dibattito sul tema delle identità e culture nel terzo millennio, il filologo Nicola Tanda ha scritto: "La Deledda, agli inizi della sua carriera, aveva la coscienza di trovarsi a un bivio: o impiegare la lingua italiana come se questa lingua fosse stata sempre la sua, rinunciando alla propria identità o tentare di stabilire un ponte tra la propria lingua sarda e quella italiana, come in una traduzione. Comprendendo però che molti di quei valori di quel mondo, di cui avvertiva imminente la crisi, non sarebbero passati nella nuova riformulazione. La presa di coscienza, anche linguistica, della importanza e dell'intraducibilità di quei valori, le consente di recuperare termini e procedimenti formali del fraseggio e della colloquialità sarda che non sempre trovano in italiano l'equivalente e che perciò talora vengono introdotti e tradotti in nota. Nei dialoghi domina meglio l'ariosità e la vivacità della comunicazione orale, di cui si sforza di riprodurre l'intonazione, di ricalcare l'andamento ritmico. Accetta e usa ciò che è etnolinguisticamente marcato, imprecazioni, ironie antifrastiche, risposte in rima, il repertorio di tradizioni e di usi, già raccolto come materiale etnografico per la Rivista di tradizioni popolari, che ora impiega non più come reperto documentario o decorativo ma come materiale estetico orientato alla produzione di senso. Un'operazione tendenzialmente espressionistica che la prosa italiana, malata di accademismo con predilezione per la forma aulica, si apprestava a compiere, per ricavarne nuova linfa, tentando sortite in direzione del plurilinguismo o verso il dialetto"..

Deledda, era La scrittrice. Deledda è ancora La scrittrice. Due sono le figure sarde mitiche che la Storia ha impresso nella memoria del mondo ed entrambe sono donne: una è la Giudicessa Eleonora d'Arborea, l'altra è lei: Grazia Deledda. 

Auguri alla sua immensa Opera, che mai tramonterà. Sia da esempio a chiunque voglia fare questo "lavoro" oggi. Dedizione, studio, umiltà e talento, eccelso talento. A Duchentos annos Graziedda! 

Il discorso al conferimento del Nobel