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Giorgio Todde, una voce fuori dal coro: dove l'intellighenzia si allineava lui fu in grado di distinguersi

In un momento storico in cui prevale l'autocensura, dove certi intellettuali si piegano solo su due barricate e si arrogano il diritto di saltare impunemente da una parte all'altra, lui è stato in grado di distinguersi, fino ad estinguersi. L'occhio attento che ancora vigila con i suoi scritti

Fabio Marceddudi Fabio Marceddu   
Giorgio Todde e il quartiere di Castello a Cagliari (Foto famiglia Todde e Ansa)
Giorgio Todde e il quartiere di Castello a Cagliari (Foto famiglia Todde e Ansa)

Sono trascorsi tre anni ma quel 29 luglio 2020 non sembra essere un terminus ante quem piuttosto una data che segue una fine fisica di un'epoca e l'inizio di un altro tempo, che non è necessariamente quello del ricordo o del rimpianto ma sicuramente quello della rielaborazione.

La dipartita di Giorgio Todde (scrittore, saggista, acuto osservatore, creatore di eventi, ma anche medico oculista e molto altro, per non fermarci ad una definizione che ne ingabbierebbe una figura a 360 gradi) ha significato indiscutibilmente la perdita di un grande intellettuale, ma soprattutto una voce critica fuori dal coro.

In un momento storico in cui prevale l'autocensura, dove l'intellighenzia si è allineata o piegata solo su due barricate e si arroga il diritto di saltare impunemente da una parte all'altra - che ricorda quel libello del 1992 "Destra e Sinistra" di Norberto Bobbio, che già prospettava il superamento in atto di questi schieramenti a s-favore di un appiattimento culturale utilitaristico - Giorgio Todde è stato in grado di distinguersi, fino ad estinguersi.

La sua scrittura era sinonimo di visione e lui al contempo un visionario, una sorta di Vate Contemporaneo, scambiato o percepito come Grillo parlante fra coloro che non avevano gli strumenti necessari per poter discutere ad armi pari.

Forse il suo essere oculista gli ha permesso di avere uno sguardo guida, che lo ha condotto verso rare intuizioni, altre percezioni e alte interpretazioni del presente e dell'imminente e sempre più immanente futuro.

Ogni sua azione era mossa da una ricerca sperata ed esasperata verso la bellezza. Bellezza che si ritrova appieno nella scrittura della sua intensa produzione letteraria.

Quattordici libri più l'incompiuto quindicesimo Temperalapis, uscito postumo con una ristampa del suo capolavoro La matta bestialità.

Ma è nell'immensa produzione di articoli, saggi e anche operette teatrali, che si ritrova la sua anima più pura, libera, con uno sguardo critico e giustamente severo verso molti dei suoi conterranei.

A lui dobbiamo la creazione con tanti altri scrittori sardi di uno dei più importanti Festival Letterari nazionali, il "Festival delle Storie di Gavoi" (della associazione relativa fu il primo Presidente), festival che fu una sorta di manifesto di quella che venne nominata come la Nouvelle Vague sarda (che per convenzione vuole farsi nascere a cavallo fra i due millenni e vede come iniziatori Atzeni, Angioni, Mannuzzu).

Giorgio non ha fatto sconti né a se stesso né agli altri. Il suo umorismo granitico si mescolava ad una schiettezza disarmante che generava plauso incondizionato fra coloro che lo amavano o allarmismo verso coloro che lo avvertivano come un pericolo, in virtù delle innegabili verità, che col senno di poi portavano in loro i prodromi della profezia.

Lungo era il suo sguardo, un anelito costante verso la bellezza, una voce forte, che senza urlare, denunciava l'appiattimento del restauro sia Archeologico-Artistico che ambientale, spesso raccontato e irriso nei rendering da lui descritti come luoghi della negazione della bellezza, dove questa veniva immolata in nome di un progresso utilitaristico.

Amava la Sardegna e dedicava le domeniche a conoscere, ri-conoscere e disconoscere gli scorci dei paesi che ancora l'Isola conservava, salvati dai danni di un restauro senza scrupoli e di ricreazioni di paesaggi inesistenti in nome di una nuova estetica che tradiva quei luoghi e negava inesorabilmente l'antropizzazione originaria, disorientando i suoi stessi abitanti.

Noi abbiamo avuto l'onore e la gioia di poter collaborare attivamente con Lui.

Scrisse anche canzoni citiamo il Valzer del sottosuolo, dove la musica di Antonello Murgia si sposa con i versi ritmici e rimici (quartine a rima baciata) di Dante Caria l'abitante dei sepolcri di Tuvixeddu (una delle più importanti necropoli prima punica, poi romana e forse anche con tracce addirittura più arcaiche) sfrattato dalle ruspe che avrebbero costruito i palazzoni sulle tombe.

Non tutte le battaglie che condusse per salvaguardare il territorio furono vinte, ma resta comunque uno sguardo critico che dette filo da torcere a chi negava l'evidenza.

Tre anni fa se ne andava una mente rara, un Defensor della bellezza, un esempio di come si può essere Capitani anche senza eserciti (Capitano mio capitano, lo chiamavano noi).

Per questa e per tante ragioni la sua lezione è sfociata in tante opere, anche l'ultimo documentario in quattro puntate andato in onda su Rai Sardegna “Rastros e Visus” (del Teatro Dallarmadio) è stato dedicato a lui.

Lui che ha raccontato una Sardegna sotto altre angolature, lui che ebbe il coraggio di parlare di quel che era sotto gli occhi di tutti e di cui nessuno mai ebbe il coraggio di parlare così apertamente.

Tra le tante cose avrebbe voluto fare una trasposizione in Lingua Cagliaritana dell'opera di Eduardo “Sabato domenica e lunedì” del grande Eduardo de Filippo, con una schiera di attori professionisti casteddai (cagliaritani), e spesso ne parlammo anche durante gli ultimi mesi della sua vita, e avemmo l'onore di udire alcune parti che già aveva abbozzato, direttamente dalla sua voce.

E non dimentichiamo le lunghe chiacchierate con Antonello Murgia (n.d.a) su Rachmaninoff, che anche lui amava tanto e spesso si dilettava a suonare nel suo pianoforte, e quelle note dal salone della sua casa di Castello, sembravano risuonare fino alla Sella del diavolo, e allo stagno di Molentargius che apparivano come un quadro vivente in tutta la loro straordinaria amenità.

Parlare di Todde senza collegarlo all'ambiente e alla bellezza è cosa rara e impossibile. Resta viva la sua lezione, come sussurri e grida fra i sepolcri di Tuvixeddu come viva è la sua opera i suoi, i suoi versi, e i suoi appelli.

Fabio Marceddudi Fabio Marceddu   
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Daniela Amenta

Sono giornalista. E ho scritto anche tre libri diversissimi tra loro: un giallo...

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