Fran Lebowitz, l'anima dissacrante di New York che in pochi mesi ha conquistato il pubblico italiano

«Fran Lebowitz ha smesso di scrivere nel 1981. Da allora non è stata in silenzio un momento. Ha espresso pareri su qualsiasi argomento, dall'abbigliamento alla politica internazionale. È stata sferzante, ficcante, pungente, offensiva, crudele, letale. Nella maggior parte dei casi — forse in tutti i casi — ha avuto ragione».

Fran Lebowitz, l'anima dissacrante di New York che in pochi mesi ha conquistato il pubblico italiano
Fran Lebowitz

Fran Lebowitz, dissacrante artista newyorkese, conquista il pubblico italiano a 70 anni suonati grazie a una serie Netflix firmata Martin Scorsese, Pretend it's a city, e a un raccolta di scritti pubblicata da Bompiani, La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire. La prima online lo scorso gennaio, la seconda in libreria da maggio.

Mentre oggi, a settembre, per questa artista incatalogabile - scrittrice che non hai mai davvero scritto un libro, stand-up comedian recalcitrante, umorista satirica, misantropa e bastian contraria – arriva il “Premio Satira Politica Forte dei Marmi”, che sabato celebra la sua edizione numero 49.

Cresciuta nel New Jersey, Fran si trasferisce a New York a 19 anni senza un soldo in tasca. Lavora come tassista (unica donna in città alla fine degli anni ’60) e donna delle pulizie, ma finisce per diventare un tutt’uno con la grande mela, attraversandola nei suoi mutamenti novecenteschi, sino a incarnare uno dei simboli di quella fertilità creativa senza precedenti che ha raggiunto il suo apice tra gli anni ’70 e ’80.

Per comodità detta scrittrice, in realtà ha dato alle stampe soltanto due libri, per giunta delle raccolte di scritti tratti da Interview, la rivista guidata da Andy Warhol con la quale ha collaborato per oltre dieci anni. Nel ’94 il suo ultimo lavoro, un testo per bambini tradotto in italiano come Due panda a New York.

Del mestiere di scrittrice ha detto: «Scrivere è la professione più estenuante che abbia mai provato, l'unico mestiere peggiore è il minatore». Eppure si è sempre dichiarata amante dei libri molto più che delle persone. La sua fortuna? Una lingua appuntita che l’ha trasformata in una performer satirica dalla straordinaria longevità.

Il suo umorismo caustico non ha mai perso smalto. Con Wharol, ad esempio, correva una reciproca disistima, ma per Fran il loro rapporto «ha cominciato a migliorare dopo la sua morte». Lesbica, ebrea, radicale e spesso in bolletta, Lebowitz convive con la sindrome da foglio bianco da svariati decenni, senza che questo abbia coinciso con un ritiro dalla vita pubblica.

«Fran Lebowitz ha smesso di scrivere nel 1981. – scrivono quelli del Premio Satira Politica - Da allora non è stata in silenzio un momento. Ha espresso pareri su qualsiasi argomento, dall'abbigliamento alla politica internazionale. È stata sferzante, ficcante, pungente, offensiva, crudele, letale. Nella maggior parte dei casi — forse in tutti i casi — ha avuto ragione».

Dell’Italia nei suoi scritti c’è poca traccia ma, alla sua maniera, bastano poche righe per arrivare dritta al punto. Così scopriamo che nel suo immaginario Roma è la «la capitale mondiale del pranzo», il posto in cui «la gente passa la maggior parte del tempo a pranzare». Mentre Milano si divide in «due categorie di persone: quelli che lavorano per i vari Vogue e tutti gli altri».

E la sua New York? «Un posto in cui nessuno può permettersi di vivere, eppure ci vivono otto milioni di persone». Fran – che pure ripudia computer, cellulari e social network – ama spesso occuparsi di politica: «Per quante stupidaggini Biden possa fare, rispetto a Trump per me è Lincoln».

Occasionalmente, negli ultimi quarant’anni, gli americani l’hanno vista in TV o al cinema per qualche cameo. Molto più spesso nei live show. La sua cifra è un mix letale di sarcasmo e nostalgia, quella per una New York più sporca e pericolosa eppure costantemente in subbuglio, con il suo ribollire culturale senza sosta che ne ha fatto il vero centro mondo.

Concludono da Forte dei Marmi: «Tanto nei suoi scritti, quanto nei suoi discorsi, la vena ironica non si è mai limitata all'umorismo ma ha sempre rappresentato, volenti o nolenti, in completo accordo o totale disaccordo, uno spietato spunto di riflessione. Che poi — anche se lei ci odierà per questa definizione — è l'essenza della satira. Un riconoscimento a una carriera formalmente terminata più di quarant'anni fa è doveroso».

Fran Lebowitz è insomma un paradosso vivente che ha vissuto e vive da sempre una vita libera. E che ci ha fregati tutti quanti.