Un anno senza Diego, ma non disuniamoci: ho visto Maradona al cinema e in TV

Maradona è come un classico della letteratura che non ci stanchiamo di rileggere. A un anno dalla morte è sullo sfondo del film di Sorrentino e al centro di una serie su Amazon Prime. Ma l'ultimo Diego felice è in Messico e su Netflix.

Un anno senza Diego, ma non disuniamoci: ho visto Maradona al cinema e in TV
Diego Armando Maradona con la maglia del Napoli (dal profilo Instagram ufficiale)

La realtà è scadente, dice Paolo Sorrentino nel suo ultimo film, citando Fellini ma in fondo citando se stesso. È per questo che gli esseri umani inventano le storie, i libri, i film, le serie TV, i fumetti, le balle. Per trovare rifugio all’insensatezza dello stare al mondo, ma nel modo più insensato di tutti: scrivendo.

Maradona al contrario ha combattuto sulla sua pelle la qualità scadente della realtà, facendo della vita un romanzo d’avventura, un’opera d’arte costellata di tanta bellezza e altrettanta infelicità, di molti errori e infinte zone d’ombra, di eccessi e fragilità. 

Non a caso è stato una delle figure più raccontate del nostro contemporaneo. Lo è stato da vivo, attraverso documentari, film d’autore, serie TV. Continua a esserlo oggi, a un anno dalla morte. Al cinema è sullo sfondo di È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino; in TV (e online) è al centro del biopic Maradona: sogno benedetto, la serie Prime diretta da Alejandro Aimetta.

Sorrentino racconta la figura di Diego come un mistero in assenza: viene a Napoli? Non viene? Figuriamoci se viene. Sappiamo benissimo che verrà, ma il regista ce lo fa agognare, perché la potenza di una buona storia dipende anche da quel che si sceglie di non mostrare.

Ci è concesso vederlo in faccia soltanto una volta, un attimo dopo aver sentito pronunciare quel manifesto felliniano. È forse la scena più surreale del film: «La realtà è scadente», dice uno dei personaggi, e all’improvviso tutti si fermano, per strada, immobili, perché Diego è apparso.

È un po’ come dire che non c’è differenza tra Maradona e le grandi storie, tra un suo gol e una bella poesia, un grande romanzo, un film indimenticabile. Diego è stato un rifugio da questa realtà che ci tocca vivere, un portatore di bellezza capace di sospenderla, la realtà. «Meglio un bel gol di un cattivo quadro», diceva Luciano Bianciardi. «È più importante lo sport ben fatto che l’arte fasulla».

È stata la mano di Dio non è in alcun modo un film su Maradona, è un film peronsale e bellissimo e delicato e pieno di sentimento, eppure non è sentimentalistico. C’è molta verità ma non c’è autoindulgenza e sì, sullo sfondo, c’è anche Maradona. Ma con Sorrentino Maradona non è mai davvero solo sullo sfondo.

Un frame da "È stata la mano di Dio", di Paolo Sorrentino

La vita del Pelusa è invece totalmente al centro della serie Prime Maradona: sogno benedetto, che presenta molte omissioni e qualche distorsione. Bene la parte sudamericana, interessante la parentesi catalana, un mezzo disastro quella italiana. Emerge però con una certa aderenza il ritratto di un uomo complesso, di un dio greco permaloso e dispettoso, abietto e vendicativo, scorretto e arrogante. Ma al tempo stesso potente e carismatico, a suo modo puro, fragile, bellissimo, immortale.

Resta infine il dato oggettivo: qualcuno ha sentito un’altra volta l’esigenza di raccontare la sua vita. Maradona è assurto al rango dei grandi classici, come Guerra e pace, come Madame Bovary, Il vecchio e il mare, Il giovane Holden. Una storia talmente grande che sempre vale la pena rileggere.

C’è però una piega del grande racconto maradoniano poco conosciuta e molto recente. Per accedervi bisogna spostarsi su Netflix: Maradona in Messico. Lì possiamo vedere l’ultimo Diego felice, protagonista di innumerevoli balletti negli spogliatoi dei Dorados, la squadra ultima in classifica della serie B messicana che a un certo punto lo assume come allenatore.

Un frame di "Maradona in Messico"

Siamo a Sinaloa, capitale mondiale del narcotraffico, la città del Chapo Guzmán. Capito l’ironia? E come se non bastasse, il più grande calciatore di tutti i tempi accetta di allenare una squadraccia in discesa libera verso la terza serie. Se fosse un romanzo, sarebbe già inverosimile. Vedremo qui un Maradona motivatore, un Maradona gioioso nei momenti più strettamente legati al campo, come se per lui la felicità fosse connessa soltanto con la pelota y con la cancha.

Ma quando si parla di Diego c’è sempre, incluso nel prezzo, il rovescio della medaglia. E allora eccolo, iracondo e sfastidiato, provocatore ed eccessivo, ecco il Maradona desaparecido, una sua specialità: nel bel mezzo della preparazione al torneo di clausura, semplicemente scompare. Forse è in ospedale, forse sta soffrendo per amore, qualcuno dice che sta per morire. Lo hanno detto tante volte. Di fatto nessuno sa dove sia, tutti ne parlano, tutti si interrogano. Ecco ancora una volta potenza dell’assenza, il grande espediente narrativo applicato alla vita.

Tutto questo è successo appena due anni fa, prima di quell’ennesima ultima botta dalla quale Diego non si è più rialzato. La vicenda a tinte fosche legata ai suoi ultimi giorni, alle persone che lo circondavano e che lo avrebbero lasciato morire.

Scriveva in quei giorni Angelo Carotenuto, su Repubblica: «L’unica consolazione è che Maradona è morto per l’ultima volta». Vero. Ma noi orfani non ci disuniamo, Maradona è un classico, ancora e sempre ci sarà da raccontare la sua storia.