"La casa di carta" a una svolta ideologica? Tra populismo e temi di genere l'evoluzione di una serie cult

La confusione ideologica della serie Netflix ha trasformato un’avvincente storia di guardie e ladri in un polpettone sovranista di sinistra. Qualcosa è cambiato?

'La casa di carta' a una svolta ideologica? Tra populismo e temi di genere l'evoluzione di una serie cult

Netflix manda in archivio la quinta stagione de La casa di carta lasciando milioni di spettatori con il fiato sospeso sino a dicembre, quando la saga spagnola dei rapinatori di rosso vestiti dovrebbe definitivamente concludersi con il gran finale. Quattro anni e 43 puntate dopo la prima messa in onda, a soli cinque episodi dall’epilogo, possiamo chiederci cosa ha funzionato e cosa non torna, di una serie dalla popolarità planetaria, il più grande successo Netflix di un prodotto non in lingua inglese.

Beh, messa così sembrerebbe niente. Eppure La casa si porta dietro un peccato originale di matrice ideologica che non può non incrinarne il giudizio finale: quella sorta di populismo un tanto al chilo che ha trasformato un’avvincente storia di guardie e ladri in un polpettone sovranista di sinistra, se così si può dire. Così parlava El Professor sul finire della prima stagione, mentre tentava di stampare denaro mettendo a ferro e fuoco la zecca di Madrid, con il suo manipolo di diseredati:

«Nel 2011 la Banca Centrale Europea ha creato dal nulla 171mila milioni di euro. Proprio come stiamo facendo noi, però alla grande. 185mila nel 2012, 145mila milioni di euro nel 2013. Sai dove sono finiti tutti quei soldi? Alle banche. Direttamente dalla zecca ai più ricchi. Qualcuno ha detto che la BCE è una ladra? Iniezione di liquidità, l’hanno chiamata. E l’hanno tirata fuori dal nulla Raquel, dal nulla».

Un predicozzo che sembra firmato dal ghostwriter del Salvini o della Meloni di turno, se non di un Grillo o Di Maio d’antan. A questo si aggiunge la ricerca di consenso tra la popolazione spagnola, con un’abile campagna mediatica volta a mettere a nudo un sistema corrotto, un establishment che tutela se stesso a scapito dei poveri diavoli. 

Si andrà avanti con una distribuzione di soldi a pioggia nel centro di Madrid. In senso letterale però: attraverso un dirigibile in volo sul cielo della capitale di Spagna. Risultato, la gente sta dalla parte dei rivoluzionari incappucciati e mascherati, che ne hanno come risvegliato le coscienze. Peccato sia una rivoluziono pro domo sua, perché i protagonisti dell’atraco non intendono certo devolvere il malloppo a una ong.

Insomma, La casa di carta sembra in fin dei conti una serie antisistema fuori tempo massimo rispetto alle prime ondate populiste di 10 o 15 anni fa. Gli autori ci hanno infilato dentro persino Bella Ciao dando alla rapina il sapore di una resistenza di stampo anticapitalista, rendendo pop un canto sacro e laico di libertà, che ha finito per ritrovarsi sulla bocca di mezzo mondo ma totalmente decontestualizzato.

Quel che resta di contemporaneo è però il far leva su sentimenti superficiali manovrando informazioni imprecise, faccenda piuttosto subdola mentre il mondo combatte una battaglia durissima contro i complottismi, le deliranti derive no-vax, la follia di Capitol Hill che sembra già lontana nel tempo e invece sono passati appena nove mesi, dall’assalto al parlamento americano guidato da un carnevale di squinternati vestiti di pelli.

Ora, è chiaro che delle sorti del mondo non ha colpa una serie TV. Ma questo imprinting non può non essere specchio dei tempi, e alla fine diventa persino difficile stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina. Non è da escludere che ci abbiano pensato anche quelli di Netflix, se è vero che queste ultimissime stagioni sembrano virare su registri differenti.

Si sono aggiunte o rafforzate nel tempo tematiche di genere: la banda dei rapinatori è a forte trazione femminile, comprende due eroi omosessuali e dichiarati, ingaggia una persona transgender per l’assalto finale. Non secondaria è poi la questione etnica: i componenti rappresentano un felice meticciato senza discriminazioni di sorta. E va aggiunto che uno dei momenti più intensi dell’ultima stagione si abbandona con trasporto a un’invettiva antifascista, antirazzista, antiomofoba, messa in bocca a Bogotà.

«Sai perché ti ammazzo?», domanda Bogotà allo spregevole Gandìa, «perché sei un fascista». E lui, capo delle guardie del corpo del governatore del Banco di Spagna, traditore e vigliacco, assassino a sangue freddo della compianta Nairobi, risponde con quella retorica che non ci è del tutto nuova: «Combatti per difendere il tuo Paese e arriva uno stronzo che ti dà del fascista».

Non svolgendosi la discussione all’interno di un talk show ma nel mezzo di una rissa, Bogotà fa notare a Gandìa un paio di cose mentre lo svernicia di colpi: «Hai chiamato Nairobi meticcia, zingara. Hai chiamato Palermo “orbo frocio” e “sporco latino”. Sei un razzista, sessista, omofobo!».

Svolta ideologica o soltanto un ingrediente in più di una pietanza piena di sapori, in cui spesso non si distingue un gusto dall’altro? Difficile rispondere, ma legittimo domandarsi che serie sarebbe stata, questa, senza quel peccato originale che ha trasformato un piccolo capolavoro thriller, fatto di colpi di scena ad alta tensione, capovolgimenti di fronte e personaggi splendidamente raccontati nei loro tormenti interiori, nei loro sentimenti – in un manifesto antisistema in stato confusionale.

Peccato, perché sarà pure un mezzo pasticcio ma chi ha avuto la pazienza di arrivare sin qui e non si è commosso all’ultima puntata - guardando Tokio in quei suoi occhi scurissimi e belli - beh ha chiaramente il cuore di ghiaccio.

Oppure mente.