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“No a Israele alla Biennale”: ma l’appello di 8mila artisti è “inaccettabile” per il ministro. I precedenti

Per Gennaro Sangiuliano “la cultura è un ponte tra le persone e le nazioni”. Ma non sempre è stato così. I precedenti del Sudafrica e della Russia. I sottoscrittori: “Grave silenzio della Biennale sulle atrocità di Israele sui palestinesi. Sconvolti da questo doppio standard”

Ignazio Dessi'di Ignazio Dessi'   
Dodicimila firme per dire no a Israele alla Biennale (Ansa)
Dodicimila firme per dire no a Israele alla Biennale (Ansa)

Sono più di ottomila gli artisti (come riporta anga.live) che hanno firmato una lettera/appello per chiedere l’esclusione di Israele - "accusato di genocidio nei confronti dei palestinesi di Gaza" - dalla 60^ edizione della Biennale di Venezia curata dal brasiliano Adriano Pedrosa e intitolata Stranieri ovunque/Foreigners everywhere.

Tra i firmatari artisti di tutto il mondo, curatori di mostre, docenti e studenti d’arte che chiedono l’esclusione dello stato di Benjamin Netanyahu e del suo Padiglione nazionale dalla rassegna che aprirà i battenti il 20 di aprile, come si legge sulle agenzie di stampa. La reazione di Israele all’esecrabile e orribile attacco di Hamas del 7 ottobre sta facendo un numero di vittime civili, donne e bambini, intollerabile e sproporzionato, così i  firmatari del documento dicono basta e chiedono l’esclusione di Israele dalla Biennale.  

Per Gennaro Sangiuliano, ciò “è inaccettabile”. Ad avviso del ministro della Cultura del governo Meloni è inoltre “vergognoso il diktat di chi ritiene di essere il depositario della verità e con arroganza e odio pensa di minacciare la libertà di pensiero e di espressione creativa in una nazione democratica e libera come l’Italia. Israele non solo ha il diritto di esprimere la sua arte ma ha il dovere di dare testimonianza al suo popolo proprio in un momento come questo in cui è stato duramente colpito a freddo da terroristi senza pietà. La Biennale sarà sempre uno spazio di libertà, di incontro e di dialogo e non uno spazio di censura e intolleranza. La cultura è un ponte tra le persone e le nazioni, non un muro di divisione”.

Un'asserzione di grande senso libertario e democratico questa che, tuttavia, dovrebbe essere di ispirazione in tutte le occasioni e per chiunque, sia per quanto riguarda l’arte che lo sport e tutte le altre legittime e democratiche attività umane che richiederebbero massima libertà, oltre a comprensione e tolleranza, come – per esempio – le manifestazioni dei ragazzini e ragazzine di un liceo.

Una cosa che, in definitiva, promana dalla lettera/appello firmata da migliaia e migliaia di rappresentanti del mondo dell’arte, dove non manca la sottolineatura dei precedenti storici. Ovvero la condanna - adottata in altre occasioni - di stati che, in un determinato periodo storico, parevano mettere a rischio, con le loro attività, la libertà e i diritti umani.

No al Padiglione del genocidio alla Biennale. – si legge nella petizione Mentre il mondo dell’arte si prepara a visitare il diorama dello Stato-nazione ai Giardini, noi diciamo che è inaccettabile che l’arte rappresenti uno Stato impegnato in atrocità continue contro i palestinesi di Gaza”. Dopo aver ricordato che la Corte internazionale di giustizia, il Tribunale internazionale dell'Aia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, “ha affermato che Israele sta plausibilmente commettendo un genocidio contro i palestinesi di Gaza”, i firmatari fanno notare che “la Corte ha emesso misure provvisorie che intimano a Israele di cessare qualsiasi atto di genocidio a Gaza.  L’assalto di Israele a Gaza che dura da mesi e in realtà da molti decenni, - aggiungono - continua nonostante tutto, mentre i suoi leader proclamano di essere al di sopra del diritto internazionale e pubblicizzano audacemente il loro intento genocida”.

I precedenti

Che poi alla Biennale si metta sotto accusa l’operato di taluni stati non è senza precedenti. Qualcuno anche recente. “Dal 1950 al 1968 – si legge nella lettera - per la diffusa condanna globale e gli appelli al boicottaggio, il Sudafrica dell’Apartheid fu scoraggiato dall’esporre e messo da parte quando la Biennale assegnò gli spazi”. E, si fa notare, fu “riammesso solo nel 1993, dopo l’abolizione del regime dell’apartheid”.

Mentre “nel 2022 la Biennale ha condannato l’inaccettabile aggressione militare russa” all'Ucraina. E va pure detto che, in quell’occasione in tanti si prodigarono per impedire la partecipazione ad eventi importanti e meno importanti di artisti e sportivi russi dimenticando che, effettivamente, l’arte e lo sport dovrebbero sempre essere “spazio di libertà, di incontro e di dialogo e non di censura e intolleranza”. Un luogo sacro e neutro, cioè, in cui mettere in pratica propositi di pace e fratellanza. In cui costruire ponti e non muri di divisione.

Ad avviso dei sottoscrittori della lettera/appello, evidentemente, non è sempre così. Tanto che mettono in risalto come sia pesante “il silenzio della Biennale sulle atrocità di Israele contro i palestinesi” e concludono: “Siamo sconvolti da questo doppio standard”.

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