I Cure, la favola dark che sopravvive al tempo: il segno del rifiuto

La band che dagli anni ’80 ci fa amare la malinconia festeggia i 44 anni di carriera. Il loro stile pop venato di scuro ha toccato le corde di tante anime

I Cure, la favola dark che sopravvive al tempo: il segno del rifiuto

Quando i Cure fecero capolino nei programmi televisivi musicali degli anni ’80 in Italia fu un vero shock culturale. Abituati vedere i rassicuranti capelli biondi dei Duran Duran e i vestiti colorati di film come “Flashdance” gli italiani accolsero con stupore le chiome di Robert Smith, il suo trucco sbavato e una nuova moda sconvolgente: il dark.

Abiti neri, pesanti anfibi o scarpe a punta, capelli cotonati e rasati ai lati, viso reso pallidissimo grazie al cerone e alle ciprie bianche, accessori come croci, teschi e pipistrelli. Musica malinconica, con testi poetici e visionari, cupa e decadente. I Cure diventano alfieri di questa cultura in un’Italia permanentata e colorata all’eccesso opponendo a questa società votata al consumismo il nero totale come segno di rifiuto. Prima di loro Baudelaire, Schopenauer, Cechov avevano utilizzato il nero come segno per l’umanità in lutto.

44 anni e non sentirli

I Cure sono sulla scena dal 1976 e in questi giorni uno dei loro album più oscuri e significativi, “Pornography” (1982) compie 40 anni. Il marchio di fabbrica è proprio quella poetica della nostalgia e della malinconia tanto care al nostro Giacomo Leopardi che trova voce nelle parole di Robert Smith e nel tappeto sonoro sognante a cui i Cure, album dopo album, ci hanno abituato, diventando una sorta di culto per i fan. Nel tempo però la band ha saputo conquistare un pubblico sempre più vasto, che non include solo i fedelissimi del nero, ma ha accolto persone di età e status sociale differenti. Il loro stile pop venato di scuro ha toccato le corde di tante anime con album come “Wish” (1992) e “Bloodflowers” (2000) e si è concentrato su toni più romantici e meno cupi dei precedenti lavori. La partecipazione alla colonna sonora di un film di successo come “The Crow” (1994) li ha consacrati a super star anche per la scena musicale mainstream. Ecco che allora i concerti del quintetto inglese diventano dei veri rituali a cui partecipare ora con assorta ammirazione ora con scatenato entusiasmo.

The Cure, una favola dark

Una storia che non finisce mai

La storia del dark e quella dei Cure sono destinate a durare nel tempo, a mutare forma a volte, a evolversi, ma comunque a incontrarsi perché il passare delle generazioni non ha creato divari, anzi, ha cementato l’amore per questa band in modo sempre più trasversale. Nell’ultimo tour italiano, che ha visto quattro tappe tutte sold out oco dopo l’emissione dei biglietti, Smith e soci sono stati invasi dall’amore incondizionato di una folla quanto mai eterogenea: signore con il filo di perle al collo cantano a squarciagola accanto a ragazzine iper truccate che gridano il nome di Robert. Creste, borchie e giacche eleganti si mescolano tra loro consapevoli dell’amore che li lega l’uno all’altra in questo evento meraviglioso. Tanti dark della generazione degli anni ’80, ma anche giovanissimi. I Cure non hanno età, e sono forse anche stupiti di questa capacità perché si profondono in ringraziamenti e il loro leader, un vero simbolo per tutti i fan, lascia il palco visibilmente commosso dal live bolognese a cui abbiamo partecipato.  

I brani donati al pubblico non sono solo canzoni ma tappe di un viaggio iniziato anni e anni fa il cui valore è ben custodito nei cuori di tutti. I Cure ci hanno insegnato che la vulnerabilità è bellezza, che si può apparire fragili e sensibili senza vergognarsi della nostra umanità e hanno saputo battere le differenze sociali, le mode e il tempo, confermando di non essere semplicemente un gruppo musicale tra i più validi della storia ma di essere celebranti di un rito che (r)esiste da 44 anni e che è destinato a sfidare l’eternità.