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Pompei regala nuove incredibili scoperte, ecco il primo genoma umano estratto da uno scheletro

Il sito patrimonio Unesco svela nuovi dettagli grazie alla paleogenetica

Francesca Mulasdi Francesca Mulas   
Pompei regala nuove incredibili scoperte, ecco il primo genoma umano estratto da uno scheletro

Il meraviglioso sito archeologico di Pompei continua a regalare nuove scoperte: pochi giorni fa la rivista Scientific Reports ha pubblicato i risultati di uno studio sorprendente sul dna estratto da uno scheletro. E' la prima volta nella storia: finora le indagini sul genoma antico dei resti umani di Pompei erano limitati al dna mitocondriale e resi molto complicati dalle condizioni in cui le ossa umane, esposte improvvisamente a temperature molto elevate, sono arrivate fino a noi.

La ricerca odierna ha permesso, grazie a una squadra multidisciplinare, di estrarre con successo il primo genoma umano e acquisire così informazioni preziose finora inaccessibili dalle genti che abitavano la cittadina distrutta da un'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

L'uomo dalla Casa del Fabbro

La ricerca, firmata da Gabriele Scorrano, Serena Viva, Thomaz Pinotti, Pier Francesco Fabbri, Olga Rickards e Fabio Macciardi per le università di Roma Tor Vergata, del Salento a Lecce, della California a Irvine, dell'Università danese di Copenaghen e infine l'Università federale di Minas Gerais a Belo Horizonte, si è concentrata sui resti di due persone, un uomo e una donna, trovati nella cosiddetta Casa del Fabbro. “La loro posizione e orientamento sono compatibili con la morte istantanea dovuta all'avvicinarsi della nube di cenere vulcanica ad alta temperatura – si legge nell'articolo. - Entrambi gli scheletri sono stati scoperti in posizione anatomica. Erano appoggiati a un bassorilievo in un angolo di quella che probabilmente era la sala da pranzo, sui resti di un triclinium, una sorta di divano o chaise longue usata negli edifici romani durante i pasti. L'individuo A era in posizione coricata laterale sinistra con gli arti flessi, con il braccio e la gamba sinistra a terra e gli arti destri sul triclinio. L'individuo B aveva le braccia raccolte davanti al cranio e le gambe a terra flesse sul fianco destro, con la schiena appoggiata al triclinio”. L'osservazione sulle ossa ha confermato che l'individuo “A” era un uomo intorno ai 35-40 anni alto circa 164 centimetri, l'individuo “B” una donna intorno ai 50 anni, alta 153 centrimetri.

Il Dna antico racconta un Mediterraneo di migrazioni

L'analisi sul Dna antico, fatto su frammenti di ossa parietali da entrambi gli scheletri, ha restituito dati soddisfacenti solo sull'uomo. Con una grande sorpresa: l'individuo mostra somiglianze genetiche con gruppi delle isole mediterranee e in particolare della Sardegna, meno con geni identificati nell'età romana imperiale dell'Italia centrale. Questo significa che nel I secolo dopo Cristo nell'Italia centrale vi era una grande variabilità genetica dovuta a intense migrazioni attraverso il Mediterraneo. Ma “se questo individuo appartenga alla popolazione locale di Pompei o faccia parte del 5% dei migranti interni che caratterizzano la popolazione imperiale d'Italia è difficile da affrontare”, molto probabilmente però, sottolineano ancora gli studiosi, “non fa parte delle grandi migrazioni esterne legate alla pratica della schiavitù”. 

Il dna del morbo

I dati estratti dalle ossa della Casa del Fabbro ci danno informazioni sul gruppo di provenienza, ma poche sull'aspetto fisico dell'uomo. Non sappiamo di che colore avesse occhi e capelli, in compenso abbiamo certezza che non era in buona salute: le ossa raccontano che era malato di tubercolosi spinale. Una vertebra lombare mostra chiari segni di lesione, e anche l'analisi genetica ha permesso di recuperare il Dna di Mycobacterium tuberculosis, causa di una malattia molto diffusa e invalidante in quel periodo nota come Morbo di Pott: la stessa che causò grandi sofferenze a Giacomo Leopardi e Antonio Gramsci.

Fotografia e radiografia della quarta vertebra lombare con segni di tubercolosi spinale (dal sito Scientific Reports)

Un sito sepolto dalla cenere

Erano circa le 13 del 24 agosto dell'anno 79 d.C., 1943 anni fa, quando la città di Pompei venne distrutta da una violenta eruzione del vulcano Vesuvio. La cronaca (quasi) diretta di quei momenti terribili arriva da Plinio il Giovane, che trent'anni dopo scrisse a Tacito una lettera: le scosse "crebbero talmente da far sembrare che ogni cosa […] si rovesciasse", e che "il mare si ripiegasse su se stesso, quasi respinto dal tremare della terra". Pompei e le vicine Ercolano, Stabia e Oplonti vennero sepolte da uno strato di sette metri di cenere e lapilli che sigillarono ogni cosa: strade, case, templi e piazze, e poi uomini e donne, vecchi e bambini e animali rimasero nascosti fino al 1748, quando fu avviata la prima campagna di scavi. Nonostante siano passati tre secoli le indagini sul sito, dal 1997 Patrimonio Unesco, proseguono con tecnologie e metodi sempre più evoluti. Le ricerche odierne con la sequenza del genoma antico confermano che c'è ancora tanto da scoprire su Pompei e la sua tragica storia.

Friedrich Federer, vista di Pompei, 1850

 

 

 

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