Fabrizio Acanfora, è il linguaggio che dà forma alla realtà

Lo scrittore ospite del festival Internazionale Kids a Reggio Emilia

Fabrizio Acanfora, è il linguaggio che dà forma alla realtà

Il linguaggio, nel bene e nel male, aiuta a comprendere il mondo: le persone, le situazioni e tutto ciò che ci circonda. Lo scrittore Fabrizio Acanfora, ospite il 28 maggio al festival Internazionale kids, è un attivista nel campo della divulgazione scientifica e della promozione per l’utilizzo del linguaggio.

Eccentrico? Forse, o forse no

Fin da bambino Fabrizio, oggi 46enne, era considerato eccentrico per via del suo particolare interesse per la musica e per il suo approccio alle regole del vivere sociale. Solo nel 2014, dopo tante esperienze di studio e di lavoro all’estero tra Spagna e Paesi Bassi, gli viene diagnosticata la sindrome di Asperger, condizione sottesa allo spettro dell’autismo.  La sua adolescenza è stata segnata da episodi di bullismo e discriminazione ma anche da una vivace curiosità intellettuale che lo ha portato a spendersi in prima persona nel campo dell’attivismo e della comunicazione. Il suo nome inizia a diventare un punto di riferimento noto nel 2018 quando pubblica “Eccentrico. Autismo e Asperger in un saggio autobiografico” per Effequ. Il volume gli vale nel 2019 il Premio nazionale di divulgazione scientifica. Inoltre, grazie al suo seguitissimo blog, è riuscito a diffondere informazioni e progetti di interesse per la collettività. Fabrizio Acanfora è anche responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne di Specialisterne Italia, organizzazione sociale che promuove l’inclusione lavorativa di persone nello spettro autistico.

“Convivenza delle differenze” e non “inclusione delle diversità” è un ottimo approccio per guardare il mondo.

Direi che questo è il mio marchio di fabbrica. L’idea venne da un saggio, scaricabile nella sezione download del mio blog, che feci leggere alla sociolinguista Vera Gheno, con la quale mi confronto spesso. L’idea è stata poi sviluppata nel libro che ho pubblicato lo scorso anno. Da persona che si è sentita esclusa so bene che l’inclusione ha il sapore del paternalismo. C’è chi si arroga il potere dell’inclusione e dell’esclusione come se ne avesse il diritto. Un gesto che sottolinea ancora una volta chi detiene il potere e che decide chi può far parte della società e a quali condizioni. Soprattutto in ambito lavorativo, che è ciò di cui io mi occupo principalmente, il fattore convivenza è fondamentale ma è un processo lungo e complicato. Lo squilibrio è diffuso, ci sono troppi stereotipi: dallo sport alla politica per esempio uomini e donne sono trattati in modo assolutamente impari.

Libri come “in altre parole. Dizionario minimo di diversità” e “Di pari passo”, in uscita a giugno,  mirano anche a demolire un certo atteggiamento inclusivo che può rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Il linguaggio è importantissimo, è un mezzo che ci aiuta a creare la realtà, son le neuroscienze a confermarcelo. Diamo nomi alle cose e alle emozioni per necessità, creando categorie e strutture complesse di vocaboli perché la nostra mente ne ha bisogno per comprendere la realtà. Le parole dunque sono importanti perché viaggiano con pacchetti di informazioni prestabilite che ci sono utili in tante situazioni. Quando però queste informazioni passano tramite scorciatoie mentali finiamo per non curare il linguaggio e adoperarle in modo errato. Quello che possiamo chiamare linguaggio corretto passa fondamentalmente per l’ascolto. Perché se parliamo di diversità e differenze dobbiamo intanto restituire voce a chi le vive. Io mi occupo di disabilità e le persone disabili non sono abbastanza coinvolte nella loro narrazione. Si guarda a loro quasi sempre in due modi, entrambi sbagliati. La prima è il classico compatimento per una condizione che reputiamo invalidante, la seconda è invece la spettacolarizzazione di questa condizione a scopo motivazionale per gli altri: “Se ce la fa lui con il problema che ha allora tu…”. La diversità è un calderone enorme di varietà, per comprenderla gli attori devono essere necessariamente le persone che vivono quella varietà. Pensiamo al binarismo di genere e alla polemica che la creazione di un neutro comporta, ma dietro quelle polemiche ci son le persone che vivono il loro non essere binari.  Il linguaggio è spesso il risultato di come la maggioranza vede le minoranze ma non è detto che questo corrisponda a come le persone interessate vogliono essere definite.

Parlerai di tutto questo al festival Internazionale Kids o hai pensato a qualcosa di molto specifico per l’occasione?

Non sarà una cosa facile perché si tratta di un pubblico estremamente difficile. Noi della nostra generazione cerchiamo di adeguare il linguaggio alla realtà perché sentiamo sia la cosa giusta da fare ma spesso i giovani stanno molto più avanti di noi in questo senso. Utilizzerò tre parole: convivenza, diversità e normalità. Su questo lavoreremo per una riflessione sulla costruzione della realtà. Anche i ragazzi spesso subiscono una narrazione che non corrisponde alla loro realtà e in qualche caso finiscono per adeguarsi a rappresentazioni cucite loro addosso dagli adulti, arrendendosi a etichette che non li definiscono. Bisogna rapportarsi a loro senza la presunzione di avere tutte le risposte ma disposti, piuttosto, ad ascoltare le domande.