Un tempo gentile per immaginare il futuro, l’antidoto alla paura firmato Milena Agus

Migranti in un centro Sprar
Migranti in un centro Sprar
di Nicola Muscas

Pronti via, il neo segretario del Pd Enrico Letta riporta lo ius soli al centro del dibattito. L’ultima volta, dicembre 2017, governo Gentiloni, la legge naufragò senza nemmeno approdare in aula grazie a una trappola di Calderoli che coinvolse mezzo arco costituzionale, o qualcosa di più. Lo ius soli, si dirà, in piena pandemia, ma che sciocchezza.

Eppure non di solo Covid è fatto il mondo, e compito della politica è sforzarsi di pensare con una mossa d’anticipo, immaginare il futuro, dare un’identità a un corpo elettorale disorientato, offrire una varietà minima di temi attorno cui ricompattarsi. D’accordo il governo istituzionale, in cui la priorità di tutti è procurare i vaccini e iniettarli in fretta, ma pensare al dopo significa ricordare e ricordarsi in cosa si è diversi dagli altri, oggi e domani.

Cosa c’entra tutto questo con la letteratura? Beh, cosa c’è di più politico della letteratura? O meglio, di certa letteratura, perché Milena Agus sostiene sia questo ultimo, il suo primo libro «politico». Un tempo gentile (nottetempo) è uscito nell’autunno del 2020 e racconta la difficile storia di un’integrazione, quella tra un gruppo di migranti africani e la comunità di un paesino sardo, una piccola comunità del basso Campidano, calcestruzzo a vista di case non finite, campagne semiabbandonate e una noia da starci male.  

In piena pandemia, si dirà, un libro sui migranti, ma che sciocchezza. E invece quello di Milena è un libro terapeutico, un libro che affronta con delicatezza il grande nodo politico di questi ultimi anni oscurantisti e retrogradi: la paura. E non lo fa prendendola di petto, cercando uno scontro che spesso si rivela sterile e controproducente. Lo fa arrivandoci di lato, con gentilezza, appunto, senza ipocrisie, squarciando il velo di un perbenismo spesso dannoso.

 

Non tutti i migranti di questo libro sono simpatici, non tutti mansueti o sottomessi, del resto perché dovrebbero? Sognavano Londra e Parigi e si ritrovano nella provincia più provincia d’Europa. Tra loro c’è persino «il bambino più antipatico del mondo», Mahmoud, musone e scorbutico che rifiuta ogni cosa della cultura che lo accoglie: il cibo, gli abiti, le usanze. Ma attenzione, anche tra gli italiani di questa storia, proprio come nella vita, è pieno di stronzi. Con la differenza che Mahmoud ha visto i suoi fratelli gettati in mare dagli scafisti.

La grande forza di Un tempo gentile è proprio la sua capacità di mettere in scena il conflitto, la difficoltà, la complessità, e di farlo senza scorciatoie. Non ci sono risposte facili, nessun “a casa loro” ma nemmeno “accogliamoli tutti”. C’è al centro la curiosità, motore narrativo e fautore di incontri: la curiosità come l’arma letale contro la paura. Dedicarsi alla scoperta vuol dire abbattere un pregiudizio, sconfiggere l'ignoranza con il pragmatismo gentile della quotidianità, in un piccolo paesino sardo che all’improvviso si ritrova centro del mondo.

Milena Agus, nei piccoli gesti di un gruppo di persone non più giovani ancorate al vecchio mondo novecentesco, fotografa perfettamente il cuore nero di questo secolo niente affatto gentile: «Quelli erano tempi in cui si odiava chi stava meglio, non come adesso, che si odiano quelli che stanno peggio».

Ricordiamocelo in futuro, quando la pandemia sarà addomesticata, quando il grande tema irrisolto di questi nostri tempi – la diseguaglianza sociale - tornerà all’improvviso a presentarci il conto. Anzi, ricordiamocelo subito, che la memoria è un muscolo che va allenato, sempre.