Brutti, sporchi e cattivi: gli antieroi di Manchette rivivono nelle tavole di Tardi

In libreria dal 15 aprile, "L'integrale" raccoglie il sodalizio di due fuoriclasse del racconto noir: il fumettista Jaques Tardi e lo scrittore Jean - Patrick Manchette

«Talvolta succedeva quel che succede ora. Georges Gerfaut procede lungo il périphérique, in carreggiata esterna. [...] Si è scolato cinque bicchieri di Four Roses. In più ha buttato giù, ormai tre ore fa, due compresse di un potente barbiturico. Il mischione non gli ha fatto venire sonno, bensì un’euforia tesa che minaccia a ogni istante di tramutarsi in collera oppure in una specie di malinconia vagamente checoviana e fondamentalmente amara».

Sono le note di preludio del Piccolo blues firmato Manchette-Tardi, manifesto a fumetti della rinascita del noir francese anni Settanta che oggi risplende di nuova luce – un meraviglioso e cupo bianco e nero – tra le pagine de L’integrale, la raccolta completa degli adattamenti di Jaques Tardi dall’opera straordinaria di Jean - Patrick Manchette. All’interno Griffu, Piccolo blues, Posizione di tiro e Pazza di uccidere, oltre alle tavole inedite di Nada e Fatale. Una profonda riflessione sul male, sul potere e le sue miserie, con sguardo anarchico e spietato su un capitalismo tentacolare.

A sorprendere, di questo lavoro dal sapore antico, è la freschezza che riesce a preservare. C’è, nei dialoghi spicci da bassifondi, tra una scazzottata e l’altra, tra un colpo di pistola e una fuga rocambolesca, un’ironia sottile e pionieristica che vent’anni dopo ritroveremo nella poetica di Tarantino o dei fratelli Cohen. Griffu che – a un passo dal baratro - sbrocca soltanto quando gli fanno esplodere il portoncino di casa, sembra l'antenato di Big Lebowski a cui rubano quel tappeto «che dava un tono all’ambiente»; e certi scambi dei gangster di Piccolo blues suonano come il prequel di Samuel L. Jackson e John Travolta in Pulp Fiction.

Tavola tratta da "Piccolo blues"

In libreria per le edizioni Oblomov, L’integrale è un viaggio nel tempo verso il cuore del Novecento, un tempo sospeso tra gli anni Venti e i Settanta evocati da un immaginario crudo e potente fatto di baveri alzati e pacchetti di Gauloises, calze a rete e bottiglie di Scotch. Sfogliare le tavole di questo lavoro antologico è come attraversare la Parigi dell’Ultimo tango, piena di malinconia e di violenza latente pronta a esplodere; come rivivere l’inquietudine di Un borghese piccolo piccolo, che certifica la sconfitta della lotta di classe lasciando spazio a frustrazione e angherie; come ascoltare una vecchia canzone di Buscaglione, con i suoi «pupa» e «bambola» e il suo politicamente scorretto che allora era nient’altro che la fotografia del quotidiano.

Ed è proprio questo il punto: «Quando adatto Manchette non cambio niente. – dice Tardi nei testi che impreziosiscono il volume – I suoi personaggi sfuggono a ogni morale ma vivono nel proprio tempo, nella società». Gli fa eco lo stesso Manchette: «Gli autori di romanzi gialli s’insinuano tra i gusti del pubblico ma non sono puttane. Trovano il punto di vista giusto per dire al pubblico quelle cose che, magari, non vorrebbe sentirsi dire. Siamo un po’ di gente, forse in tanti, a tenere ben saldo il famoso slogan sul romanzo giallo come testimone del proprio tempo».

Un tempo già allora logorato da cinismo e disillusione, un tempo dall’animo nero come questo nostro ventunesimo secolo ma forse meno subdolo, più esplicito nel suo essere violento e - se è possibile in mezzo a tutti quei morti ammazzati - più rassicurante. Come se una pistola, per il solo fatto di essere un oggetto fisico con una sua concretezza, possa fare meno paura di un data analyst senza volto che sceglie cosa farci comprare o chi farci votare, nascosto dietro un server in chissà quale luogo del mondo.