La dottoressa Pura e il Planctonvirus

La dottoressa Pura e il Planctonvirus

Pubblichiamo oggi un nuovo racconto, scritto da Gae Liberati. Potrebbe essere il primo di una serie in cui raccontare la vostra esperienza del Coronavirus. Esprimere con parole il periodo inusitato che stiamo vivendo può essere un modo per passare il tempo e alleggerire la tensione di queste lunghe giornate. Se ne avete voglia, inviateci i vostri racconti a info@cronacheletterarie.com Intanto leggete questo e dateci un vostro parere.

Illustrazione di Andrea Berretta

Illustri signore e signori,

è per me un grande onore essere chiamato a partecipare alle celebrazioni indette dall’INI per il primo anniversario della scomparsa di Maria Pura Pastore, eminente virologa insignita del premio Nobel per la Medicina nel 2074 in virtù dei suoi studi sulla permeabilità indotta nelle pareti batteriche. Non mi soffermerò, qui, sulla scienziata, né sarei in grado di farlo: ben altri interventi di autorevoli studiosi sono destinati ad affrontare questo importante aspetto della sua vita. Io sono qui per parlarvi unicamente della donna.

Può sembrare contro natura che un padre venga chiamato a ricordare la figlia strappata alla vita all’apice della sua brillante carriera proprio mentre, lungi dal godere dei meritati frutti del suo lavoro, continuava instancabilmente a prodigarsi in quella che era da sempre stata la sua missione: rendere le malattie infettive un vago ricordo del passato. Gli avvenimenti di questi ultimi decenni, tuttavia, hanno dimostrato come la natura sia capace anche di muovere contro se stessa, di autoaggredirsi in quello che un importante studioso ha di recente definito il tentato suicidio della Terra. Ma chi sono io, afflitto genitore, per definire contro natura la morte di un essere umano, ancorché sangue del mio stesso sangue? La natura è stata capace di ben più efferati delitti. Eppure, se per ipotesi la immaginassimo seduta sul banco degli imputati a rispondere di quei delitti, quale giudice si sentirebbe di condannarla? Ancor prima delle sue analisi in materia epidemiologica, è stata forse questa l’eredità più importante che Maria Pura Pastore ha lasciato a tutti noi: la consapevolezza che il nostro pianeta è il palcoscenico centrale del terzo principio della dinamica, introdotto da Isaac Newton ormai quasi quattro secoli fa: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Le pandemie di questi ultimi decenni altro non sono state se non la dimostrazione che la Terra reagisce naturalmente, secondo natura e non contro natura, all’azione scellerata dell’uomo.

Non dico nulla di nuovo ricordando che Maria Pura nacque a Bergamo il 21 marzo 2020: due anni fa, in occasione del conferimento del premio Nobel, la sua biografia ha fatto il giro del macroweb in più di venti traduzioni. Ma varrà forse la pena di ricordare in quale contesto vide la luce mia figlia, poiché tanti di voi sono troppo giovani per averlo vissuto e non vedo, in mezzo a questo rispettabile pubblico, volti di persone a me prossime per età.

Quel giorno arrivarono sui telefoni cellulari – così si chiamavano a quel tempo – mio e di mia moglie tanti messaggi di auguri e di felicitazioni. Ne ricordo in particolare uno di un mio anziano paziente, perché conteneva parole in un certo senso premonitrici. Diceva: “Caro dottore, la primavera inizia quest’anno con la nascita di una creatura nella città più colpita d’Italia: non può che essere l’auspicio di giorni migliori per l’umanità”.

Stavamo vivendo un periodo che definire critico sarebbe riduttivo: da un paio di mesi un virus insidioso si propagava velocemente fra la popolazione dell’intero pianeta. Partito dalla regione dell’Hubei, al centro dell’allora Repubblica Popolare Cinese, nel giro di qualche settimana si era diffuso praticamente in tutte le aree del mondo. Inizialmente l’Italia, per ragioni che sono state in seguito ampiamente chiarite, fu una delle nazioni più colpite, ma il contagio si estese poi con la stessa virulenza ad altri paesi a causa di comportamenti avventati da parte sia dei governanti sia dei governati, con pesanti ricadute sull’economia. Mia moglie Elisa entrava nel nono mese di gravidanza proprio mentre le notizie sulla diffusione del Covid 19 cominciavano a farsi di ora in ora più allarmanti. Le strutture ospedaliere erano allo stremo nonostante l’esemplare lavoro del personale medico e infermieristico, che quell’anno fu insignito della medaglia d’oro al merito civile. Si era persino dovuto ricorrere all’intervento dell’esercito – le forze militari deputate in quel tempo alla sicurezza del paese – per trasportare le vittime dell’epidemia in strutture espressamente attrezzate per il loro trattamento.

Verso la fine di febbraio Elisa mi pregò di chiamare la sua ginecologa, che era stata nostra compagna d’università, per comunicarle che voleva partorire in casa. Fu una decisione che mi lasciò per certi aspetti perplesso. I parti in casa erano un retaggio del passato: ricordo che i miei nonni nacquero così, in un paesino della bassa bergamasca verso la fine degli anni Venti del secolo scorso, ma già nella seconda metà degli anni Cinquanta entrambi i miei genitori nacquero in un ospedale cittadino. Tuttavia, non potevo non condividere i timori di mia moglie: le strutture ospedaliere dell’intera regione ospitavano in gran parte persone contagiate dal virus, tutti i ricoverati in condizioni non disperate erano stati dimessi per far posto al continuo afflusso di pazienti con gravi difficoltà respiratorie, ed Elisa voleva non solo preservare se stessa e nostra figlia dai rischi d’infezione, ma anche lasciare il posto libero a una persona bisognosa di cure che esulavano dalla routine di una nascita. Maria Pura nacque così, nella stessa stanza in cui era stata concepita, mentre intorno a noi la gente continuava a morire. Solo parecchi anni dopo, in occasione della pandemia del 2034-35 conosciuta sotto il nome di Suvis-21, che farà a livello planetario più di un milione di vittime, mia moglie troverà il coraggio di confidarmi che non aveva voluto far nascere nostra figlia in mezzo a tanta sofferenza: nonostante la sua formazione scientifica, Elisa era sensibile a questo genere di influssi, che si scontravano spesso con il mio pragmatismo.

Proprio in quei difficili giorni avevamo deciso insieme il nome da dare a nostra figlia: Pura. Nel momento stesso in cui l’impurità era il principale nemico da combattere, ci sembrava un modo per contrastare, nel nostro piccolo, i rischi morali e materiali derivanti dal contagio. Ma Elisa, sostenuta da una fede incrollabile che in me si presentava invece solo a tratti, e che in quei giorni aveva lasciato bruscamente il posto a uno scorato nichilismo, volle far precedere il nome Pura da quello di Maria, simbolo di speranza, d’integrità, di protezione materna.

Pochi sanno che Maria Pura fu una bambina estremamente irrequieta. Chissà, forse quel suo primo anno vissuto in stretto isolamento esasperò in lei la sua connaturata curiosità di vivere, di conoscere, di infrangere quelle barriere che le preclusero relazioni e contatti indispensabili per la formazione del carattere di ogni bambino. Basti dire che conobbe la sua famiglia allargata – nonni, zii, cuginetti – in occasione del suo primo compleanno, quando ormai la pandemia poté dirsi scongiurata dopo un paio di mesi in cui non furono registrate nuove contaminazioni. E quel giorno era come impazzita dalla gioia di vedere per la prima volta tanti suoi simili: sebbene noi le avessimo parlato spesso dei nostri parenti, insegnandogliene i nomi e mostrandole le loro foto, nella sua testolina doveva essersi formata per immagini l’idea che l’universo fosse popolato da tre persone e un gatto, che l’intero ecosistema planetario si limitasse alle nostre piante d’appartamento e che imponenti colonne d’Ercole si ergessero proprio dietro la porta d’ingresso. Guardava dalle finestre i rari passanti e mezzi di trasporto come se fosse davanti a un acquario, intenta ad ammirare un habitat a lei estraneo.

Dei suoi studi superiori si è detto molto, e non mi sembra il caso di ripercorrere un excursus che tutti conoscono. Io posso aggiungere che fu un’allieva sì brillante, ma irrequieta anche sui banchi di scuola: entrava spesso in aperto conflitto con i docenti perché fin da subito, animata da una costruttiva diffidenza, non si è mai limitata ad apprendere quanto le veniva spiegato a voce o dai libri di testo, ma indagava per ore, a volte per intere nottate, fin quando tutti gli aspetti di un evento storico, di una regola grammaticale, di una conformazione geografica, di un fenomeno fisico o di una reazione chimica non fossero stati scandagliati fin nel più recondito recesso. Mi sono imbattuto, mesi fa, in un sito secweb su cui erano riportati nel dettaglio tutti i risultati scolastici e universitari di mia figlia, ponendo l’accento sulla sua bocciatura all’esame di patologia generale. Tutti sanno che Maria Pura volle studiare medicina non perché avesse due genitori medici, ma perché vide spegnersi di una malattia fulminante la sua amica del cuore senza che fosse possibile tentare qualcosa per salvarla, e che si orientò fin da subito verso la specializzazione in virologia sospinta dal suo professore il quale, scherzando, storpiava il suo cognome alla francese, Pasteur. Ma nessuno sa che la sua unica bocciatura non fu il frutto di uno scarso rendimento: durante l’esame, semplicemente piantò in asso l’influentissimo titolare di cattedra perché l’aveva sentito esprimersi in maniera sessista nei confronti di una collega. Quando si ripresentò all’appello successivo, il barone – così chiamavano allora i detentori del potere assoluto nelle università – tentò in tutti i modi di farla scivolare su domande difficili o formulate in modo volutamente ambiguo, ma Maria Pura ne uscì a testa alta con il massimo dei voti. Del resto, nonostante il suo carattere fin troppo spigoloso, era impossibile serbarle rancore: bastava uno di quei suoi sguardi carichi di complicità o uno dei suoi sorrisi disarmanti, che tanti di voi ricorderanno, per perdonarle qualunque torto potesse aver fatto, qualunque asperità nella parola o nei gesti. Quante volte l’ho sentita maltrattare i suoi studenti o i membri di un suo gruppo di lavoro… Scherzando, le chiedevo come riuscissero a sopportarla, ma nei loro sguardi non ho mai visto altro che amore, deferenza e ammirazione incondizionati, perché ancor prima di essere una professionista preparata, Maria Pura era anzitutto una donna tanto rigorosa con se stessa quanto attenta alle esigenze degli altri, dotata di un sommo senso di responsabilità e sempre animata dalla buona fede.

Come noto nel 2062, a poco più di quarant’anni, fu nominata responsabile dell’Istituto Nazionale di Infettivologia, e sotto la sua direzione, cinque anni dopo, la sua équipe si guadagnò il plauso generale per avere isolato in tempi rapidissimi il Plavir-24, comunemente noto come Planctonvirus, i cui effetti potenzialmente devastanti furono scongiurati dall’incisiva azione dei governi dei paesi interessati i quali, prontamente informati dei fatti proprio dalla direzione dell’INI, sfidarono la più ostile impopolarità decretando l’immediata evacuazione, per un raggio di cinque chilometri, di tutte le aree litoranee prospicienti le coste meridionali del Mediterraneo, da Gibilterra al Medio Oriente, comprese alcune propaggini greche e la Sicilia. Molti di voi ricorderanno quel periodo difficilissimo non solo per la dislocazione di milioni di individui rimasti improvvisamente senza casa e senza punti di riferimento, ma anche per le stesse operazioni di bonifica delle acque marine, che impegnarono gli organismi preposti per quasi due anni, e continuano a pesare ancora oggi sul bilancio dei paesi coinvolti. Il numero delle vittime, tuttavia, fu estremamente contenuto se rapportato all’elevata mortalità dei soggetti contagiati, e riuscimmo tutti a uscirne con danni di lieve entità.

In quella occasione, non mancarono elogi e riconoscimenti pubblici per il lavoro svolto dall’INI sotto la direzione di Maria Pura, sia nel nostro paese sia in seno all’Unione dei Paesi del Mediterraneo, che conferì all’Istituto il premio Edward Jenner per la medicina. La più grande soddisfazione di mia figlia fu, però, l’aver salvato milioni di vite umane. Ricordiamo tutti il giorno in cui la sua immagine in 3-D entrò nelle nostre case: in camice bianco, senza un filo di trucco e con i capelli raccolti da un laccio emostatico, l’espressione serena nonostante il fatto che non avesse dormito per tre giorni di seguito, avvertì tutti noi del pericolo incombente; accanto a lei, la Presidente della Repubblica e la Ministra della Salute, impeccabili nelle loro tenute ufficiali e nelle loro acconciature perfette, assentivano gravemente a ogni sua affermazione. Mentre in basso scorreva la traduzione simultanea delle sue parole in arabo, francese, inglese e spagnolo, Maria Pura andò dritta al cuore di ognuno di noi senza catastrofismi e senza ingenerare facili paure, infondendo in ogni videospettatore il suo senso di responsabilità e il suo sereno ottimismo. Sappiamo tutti come la vita del nostro pianeta e sul nostro pianeta sia costellata di difficoltà, di incertezze, di pericoli. Ognuno di noi deve saper trovare in sé la consapevolezza, le capacità di giudizio, il coraggio e la fiducia per affrontare le situazioni critiche: sono queste le qualità che, operando sinergicamente, determinano il senso di responsabilità in ciascuno di noi. Solo quando all’azione irresponsabile del singolo si risponde con un’azione responsabile da parte della collettività è possibile contrastare l’insorgere o l’aggravarsi dei problemi. È una regola a cui non si sfugge e che non dobbiamo dimenticare mai. Per quanto mi riguarda, è anche la lezione più significativa che ho appreso nei miei quasi novant’anni di vita, e l’ho appresa proprio da mia figlia. Qualche anno dopo, parlando di quell’evento mi disse che sarebbe bastato quel giorno per dare un senso a tutta la sua vita. La guardai con curiosità mista ad apprensione, chiedendole il perché di un’asserzione così radicale, ma lei cambiò subito discorso. Mi pento ancora oggi di non aver indagato oltre: sapeva già di essere malata, ma continuò fino all’ultimo a lavorare serenamente e con la stessa determinazione. L’attribuzione nel 2069 del premio Jenner, istituito agli inizi degli anni Venti all’indomani della scoperta del vaccino per il Covid 19 a cura di un team di ricercatori italiani, e quella del premio Nobel cinque anni dopo sono state il giusto coronamento – lasciatemi parlare da padre orgoglioso – di un’esistenza di studio e di sacrifici, vissuta sempre con la passione del neofita.

È per me una grande consolazione l’esserle rimasto vicino fino all’ultimo – mia moglie, purtroppo, non è riuscita a sopravvivere al lento e penoso evolversi della malattia di nostra figlia. Con me Maria Pura si è sempre confidata perché, fin da bambina, non le ho mai mentito né occultato le verità, neanche quelle scomode. Soprattutto quelle scomode. L’ultima volta che le ho parlato mi ha ringraziato per averla messa al mondo, dandole l’opportunità di vivere una vita piena e appagante. Sono state le sue ultime parole, e mi aiutano ancora oggi ad andare avanti. Sono parole che danno un senso a tutta la mia vita.

L’ultimo mezzo secolo è stato testimone di rilevanti mutamenti a livello planetario: non esistono più regimi dittatoriali; il disarmo globale e la denuclearizzazione sono ormai una tranquillizzante realtà; importantissimi passi in avanti sono stati fatti dagli organismi di cooperazione internazionale per garantire la sostenibilità ambientale e la biodiversità; in diverse aree in via di sviluppo sono state poste le basi per una crescita duratura, permettendo alle economie industriali di gestire in maniera più equa e più proficua i flussi migratori. Per quanto ci riguarda più da vicino, accorte politiche di bilancio hanno consentito un po’ ovunque di estendere la copertura sanitaria alle fasce meno abbienti della popolazione; la tecnologia ha condotto a eccezionali miglioramenti nelle tecniche di prevenzione; sono ormai due decenni che le operazioni chirurgiche vengono effettuate esclusivamente a distanza utilizzando consolle interattive, con un netto abbattimento delle infezioni nosocomiali; la disponibilità di farmaci e di vaccini è stata estesa fino a ricomprendere le aree più depresse del pianeta, dove la mortalità infantile è scesa a livelli mai registrati in passato; e da ultimo, ma non per ordine d’importanza, sulla Terra non si muore più di fame né di sete. Possiamo affermare che solo nel XXI secolo il genere umano ha iniziato a ispirare il proprio operato a principi diversi da quelli basati unicamente sul profitto. Con profitto di tutti, se mi scusate il bisticcio di parole.

Tuttavia, a fronte di tali conquiste, che solo negli anni Venti erano considerate puramente utopistiche, non sempre abbiamo dimostrato di saper mantenere la nostra evoluzione interiore al passo con i progressi conseguiti. Nei momenti di difficoltà non facciamo tesoro delle lezioni apprese dal passato: come bambini capricciosi torniamo a far valere i nostri istinti primordiali, dimenticando il processo di civilizzazione che portiamo avanti da millenni. Solo questo sottile diaframma ci separa dal migliore dei mondi possibili: cominciamo ora ad abbatterlo, insieme. Non c’è modo migliore per onorare il lavoro e la memoria di quanti hanno sacrificato la loro vita per il nostro benessere.

Vi ringrazio per la vostra attenzione.

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