Il ritrovamento di cinque quaderni riporta in vita la voce del fratello maggiore Marcello

Claudio Lagomarsini entusiasma per il modo fresco di trattare una materia incandescente

'Ai sopravvissuti spareremo ancora', l'esordio nella narrativa di Claudio Lagomarsini per Fazi
di Giuditta legge

Avremmo potuto incontrarci nel paesaggio lunare della cave di marmo di Carrara, la mia città d’origine. 

…che solo in parte si intravede nel romanzo, senza essere mai dichiarata espressamente, quindi accendendo la mia curiosità.

L'esordio di Claudio Lagomarsini mi ha entusiasmato, per il suo modo fresco di trattare una materia incandescente.

Ci sono tanti temi, importanti e profondi, in "Ai sopravvissuti spareremo ancora", pubblicato da Fazi, tenuti insieme ben stretti dalla freschezza e leggera ironia con cui la voce narrante riesce a raccontarli e descriverli.

Il romanzo parte da un espediente narrativo di collaudata tradizione, da Cervantes ad Alessandro Manzoni per citare solo i fondamentali: il manoscritto ritrovato. Nel caso di "Ai sopravvissuti spareremo ancora" cinque quaderni scritti da Marcello e ritrovati dal fratello, il Salice, che è il soprannome che gli sarà affibbiato nella narrazione.
Questo espediente tradizionale è completamente rivitalizzato, in modo particolare dal passaggio dalla prima persona presente nei manoscritti a quella del tempo presente della narrazione, rappresentata dal fratello Salice, che vive la scoperta dei quaderni mentre libera, per metterla in vendita, la casa in cui ha vissuto la sua adolescenza in una famiglia disfunzionale insieme con la madre e il suo nuovo compagno, Wayne, e i figli di questo, Ramona e Diego, avendo come vicini di casa, ma quasi coinquilini in una disturbata e invadente convivenza, la nonna materna, ferma nei suoi atteggiamenti spavaldi ai suoi diciannove anni, e il Tordo, l'attempato vicino di casa e suo amante.

I  due momenti narrativi non sono solo distanti nel tempo, ma sono anche contrapposti nell'atmosfera in cui sono immersi: malinconica quella del presente, in cui tutto si è ormai consumato; fresca e piena di speranza quella dei manoscritti; la conclusione, in cui ogni cosa si capovolge nell'esito meno previsto e fortunato, è necessariamente affidata al ricordo di Salice, ma non spieghiamo il perché e lasciamo l'effetto dirompente alla lettura dei futuri numerosi lettori.
E tu come narratore dove li hai trovati i quaderni di Marcello?

RISPOSTA: Prima di tutto li ho trovati in una fortunata tradizione letteraria che, come giustamente osservi, ho provato a riattivare. Ma a dire il vero questi quaderni ritrovati hanno anche una relazione con la mia esperienza personale: occupandomi per lavoro di filologia medievale, ho quotidianamente a che fare con manoscritti. Addirittura, alcuni anni fa mi è capitato di trovare traccia di un manoscritto (cioè di alcune foto scattate negli anni ’50, prima che il codice scomparisse misteriosamente dalla circolazione), ed è stato molto emozionante "sentire la voce" di un testo che non poteva più parlare a nessuno da molti secoli. Come i manoscritti antichi, anche i quaderni di Marcello aprono la porta su un mondo che non esiste più, e lo fanno per il tramite del linguaggio. Andando ancora più a fondo: quando trovi un manoscritto, non sai in che misura puoi fidarti del testo che contiene. Il lavoro del filologo – come quello del lettore – consiste anche nell’accertare questo grado di affidabilità. Nel mio romanzo c’è appunto un gioco tra due punti di vista, quello di Marcello (2002) e quello del Salice (2017 circa): di chi dobbiamo fidarci? E che cosa vorrà dire Marcello quando, a proposito dei propri scritti, rifiuta l’etichetta di “diario” e rivendica quella di “romanzo”? Ecco, mi piaceva l’idea che il lettore avanzasse nella lettura portando con sé questi dubbi. In genere, nella tradizione letteraria di cui parlavamo, l’espediente del manoscritto ritrovato serve a dare autorevolezza a un racconto: è così, ad esempio, per il manoscritto seicentesco che il narratore di Manzoni presenta nelle prime pagine dei Promessi sposi. Tornando alla tradizione, ho cercato di fare l’esatto contrario: i quaderni di Marcello si presentano non come resoconto veridico ma come autofiction (racconto distorto e inaffidabile sulla propria vita), e il Salice ci aiuta solo in parte a separare il vero dal falso; probabilmente perché lui stesso non dispone di tutti gli strumenti per sapere se può fidarsi di quanto scrive Marcello. 

 

Oltre a riattivare con grande abilità e destrezza un elemento letterario classico, in "Ai sopravvissuti spareremo ancora" giochi mescolandoli con sapienza e originalità anche con i generi letterari.
Un romanzo di formazione, certo, ma non solo: Marcello, il Salice, Diego e Ramona sono raccontati in quel drammatico e sconvolgente passaggio dalla fanciullezza all'età adulta, ma gli adulti di riferimento sono tutti distanti, fisicamente come il padre di Marcello o emotivamente come tutti gli altri che stanno accanto a loro;
commedia, anche, perché il racconto di Marcello, pur intessuto da una vena di inadeguatezza e disagio, è un racconto che sa divertire con un tono di distanza e partecipazione; dramma, senza dubbio, sin dalla prima pagina, senza che il lettore se ne sappia spiegare bene la ragione; persino un giallo, se vogliamo, completamente ribaltato nella sua struttura e nelle sue regole. Ma mi sembra tu faccia riferimento anche a tutto un immaginario cinematografico, traslitterato in altro da sé: Wayne oltre che un nomignolo satirico ne porta forse una traccia.
È consapevole o innato questo miscuglio che attinge a mondi diversi? E in che modo è funzionale a ciò che ti premeva raccontare?

RISPOSTA: In una scena del romanzo ho messo tra le mani di Marcello La cognizione del dolore, uno dei capolavori di Carlo Emilio Gadda, cioè del grande maestro novecentesco del pluristilismo e del plurilinguismo. Quindi è come dici, da parte mia c’era la volontà di confrontarmi con una parte della tradizione letteraria novecentesca e poi con il post-modernismo, dove la commistione dei generi, degli stili, dei riferimenti sia verso l’alto sia verso il basso è costante. Ma ci tengo a dire che non era solo un vezzo intellettualistico: sono convinto che, per essere non solo sopportabile ma anche credibile, una tragedia debba poter accogliere un briciolo di commedia. Da autore non avrei retto duecento pagine di drammi o lacrime, né avrei voluto infliggerli al lettore: ho sentito il bisogno, invece, di stemperare il dolore e la cupezza di alcune pagine con qualche sorriso. Nessun personaggio è antipatico fino in fondo, cattivo fino in fondo. Per quanto riguarda il giallo (con cui ho effettivamente spennellato il mio romanzo), è un genere che mi affascina soprattutto quando non è somministrato in purezza, ma quando diventa un espediente per parlare anche di altro. Penso ad esempio a La donna della domenica di Fruttero&Lucentini, che è un giallo a tutti gli effetti, ma è anche una commedia divertentissima sulla borghesia torinese degli anni ’60 e ’70. Il cinema e la “narrativa visuale”, infine, sono diventati talmente presenti nelle nostre vite che, scrivendo, è impossibile non farsene contaminare. Anche quando ci si illude di pescare esclusivamente dalla letteratura, probabilmente si attinge anche a letteratura già contaminata di cinema.  

 

Un altro importante capovolgimento del romanzo è tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi. Tutto è filtrato dallo sguardo inaffidabile, come tu stesso lo hai definito, di Marcello. Non c'è nessuna differenza: anche gli adulti, tutti gli adulti compresi, e forse ancora di più, gli anziani.

Questo crea uno straniamento nel lettore e una maggiore identificazione con Marcello e il suo disagio giovanile. Marcello appare o vuole apparire come il più maturo e responsabile del gruppo, quello che pensa in maniera più consapevole, che ha la percezione più lucida della situazione, e dunque colui che ne soffre di più. Soffre perché non ha amici; perché Sara lo rifiuta; perché la madre è poco considerata dal compagno; perché il padre è distante; perché Diego spaccia all'insaputa dei genitori... e scrive. Scrive i quaderni come ancora di salvezza, come sfogo, o perché è il solo modo che conosce e gli viene spontaneo per capirci qualcosa? e la scrittura è prova ulteriore della sua solitudine o un tentativo di superarla?

RISPOSTA: La solitudine (non solo di Marcello) è, insieme, un presupposto e una conseguenza della scrittura: per scrivere si ha bisogno di stare soli, è un’attività che difficilmente si fa in gruppo; e mettersi a scrivere comporta fasi di isolamento che, nel caso di un romanzo, si prolungano per mesi o anni. Per Marcello scrivere significa soprattutto fare i conti con il mondo complesso e stratificato che hai ben descritto: ad esempio, com’è possibile che un anziano (il Tordo) racconti la propria giovinezza come un susseguirsi di amori avventurosi e disordinati, quando invece un’altra anziana (la nonna) dipinge il passato come un’epoca pura, in cui i giovani erano tutti casti e morigerati? Consapevole che non c’è soluzione al dilemma, Marcello disseziona le parole delle persone che gli stanno intorno e ne mette a confronto i racconti e le ipocrisie, tenendone poi traccia nei quaderni. I momenti di analisi più lucida si alternano a momenti di sfogo adolescenziale: di questi ultimi sono testimonianza i brani cancellati e le pagine strappate che, di tanto in tanto, interrompono il romanzo e ci fanno capire che Marcello ha sentito il bisogno di censurarsi. Ecco un’altra ragione per cui ho usato l’espediente del manoscritto ritrovato: il manoscritto ha anche una materialità (lacune, strappi, cancellature, ripensamenti) che si possono far interagire con il racconto e che, in definitiva, ci dicono qualcosa del narratore.

 

Uno dei temi più urgenti di "Ai sopravvissuti spareremo ancora" è l'aggressività, l'uso della violenza come posa e atteggiamento che vira dallo scherzo al reato alla tragedia pura e ingiustificata nella sua banalità.
Anche Marcello non ne è immune, come non ne sono immuni gli adulti, persino nella loro funzione educativa.
Nel romanzo mi è sembrato che tu volessi declinare le forme di aggressione nelle loro diverse sfaccettature: gli scherzi maneschi tra fratelli; la violazione della privacy spiando Ramona sotto la doccia; l'uso maldestro delle armi; la violenza del furto; i litigi tra vicini.
È questo un tema centrale, o solo uno degli elementi narrativi su cui strutturare la vicenda?

RISPOSTA: Nel microcosmo di Ai sopravvissuti spareremo ancora la violenza è centrale perché fa le veci del linguaggio. Quando si trovano a parlare tra loro, infatti, i personaggi sono capaci di scambiarsi soltanto chiacchiere banali, come per esempio accade durante le molte cene al gazebo del Tordo. Parlando, non vanno mai davvero a fondo, non usano la lingua per esporre i propri sentimenti o il proprio senso di inadeguatezza. Così, come in un branco di cani randagi, esprimono la paura, la solitudine, il bisogno di essere amati e considerati attraverso l’aggressività. E sono violenti soprattutto i maschi, che in quell’ambiente rischierebbero di essere presi per deboli se rinunciassero alle pose da duri. Ma anche i personaggi femminili si appropriano talvolta di modalità aggressive contro i più deboli: penso ai comportamenti della nonna di Marcello nei confronti della mamma o alla scena in cui sempre la nonna, per puro capriccio e come manifestazione di forza, fa tagliare il pioppo di un vicino.    

 

Una premessa: quando un romanzo che ha come protagonisti dei ragazzi è adatto ai ragazzi, per me è un romanzo riuscito e felice.
Il tuo lo è. Per la sobrietà e la lucidità con cui maneggi temi incandescenti, per aver creato una voce giovane autentica senza essere manierosa, per la semplicità calviniana con cui affronti i temi e dirimi le questioni, per non essere didattico né didascalico.
Per non aver voluto indicare una morale, ma lasciare che il racconto si svolgesse da sé e che i personaggi seguissero la propria strada e il proprio destino.
Ti piacerebbe avere anche i ragazzi come tuoi lettori? È una scelta o frutto del caso?

RISPOSTA: Ti confesso che non avevo pensato a questa prospettiva, ma sì, mi piacerebbe molto avere anche lettori giovani. Dico che non ci avevo pensato perché ci sono passaggi del romanzo piuttosto crudi e “vietati ai minori”, che ho scritto con naturalezza ma che rileggo con un certo pudore. (Poi, per carità, i ragazzi non si scandalizzano certo per qualche parolaccia.) Sono molto legato agli anni della mia adolescenza, che è stata – come ogni adolescenza che si rispetti – un’epoca difficile. Sento che in quegli anni sono successe tutte le cose importanti, cioè quelle per le quali sono diventato l’adulto di oggi. Al mio esordio è stato naturale, quindi, scrivere la storia di Marcello, un ragazzo del 2002 che fatica a diventare adulto. Spero davvero che, come dici, la mia storia possa intercettare la sensibilità dei ragazzi del 2020 e di quelli che verranno.    

di Giuditta Casale