Complottismi, fake news e postverità, ecco perché ci crediamo

In libreria il saggio "Il complotto al potere" firmato dalla filosofa Donatella Di Cesare che ci aiuta a comprendere un fenomeno di massa

Complottismi, fake news e postverità, ecco perché ci crediamo
di Francesca Mulas

John Kennedy? Dietro il suo omicidio c'erano sicuramente la Cia, il Ku Klux Klan e la mafia. L'Apollo 11 sulla luna? Una messa in scena allestita in qualche studio televisivo. George Soros? Macché filantropo, dietro le sue azioni c'è il piano Kalergi per la sostituzione etnica dei popoli europei. Potremo proseguire all'infinito con l'elenco delle teorie complottiste più note e diffuse della storia recente, da quelle curiose e inoffensive fino alle più violente e pericolose. Il complottismo non è una novità dei nostri tempi, purtroppo, ma una tendenza ben radicata nella società che oggi vive un incredibile boom grazie all'eco assicurato da internet e social media: un quadro chiaro e onestissimo del fenomeno si trova in "Il complotto al potere", l'ultimo saggio firmato da Donatella Di Cesare appena arrivato in libreria per Einaudi che verrà presentato a Cagliari il 27 novembre all'interno del festival Pazza Idea.

Di Cesare, filosofa romana, accademica  ed editorialista per L'Espresso, La Stampa e Il Manifesto, ci propone come districarci tra teorie più o meno strampalate, più o meno credibili, ma soprattutto ci spiega in modo semplice perché credere alle fake news e a quella che qualcuno oggi chiama postverità sembra così semplice e naturale.

Donatella Di Cesare

Perché crediamo ai complotti? 

"Il complottismo è la reazione immediata alla complessità - scrive Di Cesare tra le prime pagine del libro. - è la scorciatoia, la via più semplice e rapida per venire a capo di un mondo ormai illeggibile. Chi ricorre al complotto non sopporta l'inquietudine, la domanda aperta. Non tollera di abitare in un paesaggio mutevole e instabile, non accetta l'estraneità. Si mostra incapace di riconoscersi, insieme agli altri, esposto e vulnerabile, privo di protezione, ma perciò più libero e responsabile". La tendenza a credere in una verità altra, che sia realistica o meno, è dunque una risposta all'incertezza, la volontà di trovare una risposta per tutto: a una situazione di insoddisfazione, al senso di esclusione, all'incapacità di accettare il proprio stato. Ecco dunque l'esigenza di dare la colpa a qualcuno di esterno, magari indefinito e senza nome: i poteri forti, la finanza mondiale, uno stato occulto che manovra le decisioni mondiali.

QAnon e le altre teorie sul nuovo ordine mondiale

Il complottismo non è un fenomeno marginale, tutt'altro, e non sempre è relegato a chi sta fuori dal sistema politico: uno dei più grandi esponenti è Donald Trump, che per mascherare i suoi insuccessi, in ultimo le elezioni presidenziali americane del novembre 2020, chiama in causa continuamente un governo occulto che condiziona la politica. Lo stesso Trump ha supportato il movimento QAnon, secondo cui esisterebbe un Deep State, uno stato ombra nato per imporre al mondo il suo dominio basato su reti di pedofilia, pratiche ebraiche oscure, cabala e misticismo, che avrebbe tra i suoi esponenti niente meno che Hilary Clinton, Barak Obama e George Soros. Vittima celebre del Deep State sarebbe addirittura John Fitzgerald Kennedy, ucciso, secondo i complottisti, non dall'anonimo Lee Oswald ma dai poteri occulti. Sembra incredibile ma il movimento QAnon ha migliaia di seguaci negli Stati Uniti ed è riuscito a mobilitare l'assalto al Campidoglio di Washington lo scorso 6 gennaio, e si è radicato anche fuori dagli Usa e anche in Italia. 

I Conspiracy Studies

Il fenomeno non è relegato alle periferie della società o a pochi gruppi sui social network, ma sta diventando sempre più un movimento di massa. Per capire motivi e strumenti dei movimenti complottisti sono sempre più nutriti i Conspiracy Studies che dalla metà del Novecento hanno coinvolto storici, psicologi, antropologi e sociologi. Molti di loro, secondo Donatella Di Cesare, mostrano però un'impostazione che "risente del giudizio negativo corrente e l'atteggiamento va dalla bonaria ironia alla riprovazione più severa". Principalmente sono due le linee interpretative: "il complottismo viene visto come una patologia psichica o come un'anomalia logica", sottolinea Di Cesare, ma nessuna delle soluzioni messe in atto per arginare l'onda complottista secondo questa visione funziona. Non il cosiddetto debunking, pratica che consiste nel confutare idee e teorie mettendone in luce i punti irrazionali e illogici, e neanche l'idea di una rieducazione cognitiva per correggere i ragionalmenti distorti. Non servono neanche le crociate contro le fake news, utili piuttosto a ingigantire la frattura tra chi si fida delle istituzioni e delle narrazioni ufficiali e chi, dall'altra parte, vede ovunque congiure e movimenti oscuri. Inutile, infine, la denuncia di complottismo che è uno "strumento di potere e sembra evidente che, negli ultimi decenni - chiarisce Di Cesare - lo Stato vi abbia fatto ricorso in modo sempre più raffinato. Come avviene anche per il terrorismo, lo Stato non ha il monopolio dell'accusa legittima. E non si può tacciare gli altri di essere terroristi o complottisti. A meno di non voler criminalizzare il dissenso, sconfessare la critica e depoliticizzare ogni dibattito"

Come rispondere ai complottisti? 

E dunque, come si può combattere un complottista? Donatella Di Cesare non fornisce una lista di strumenti ma ci regala una riflessione onesta utile a comprendere il fenomeno: "Non si può non riconoscere che il complottismo nasce dalla paura e dall'isolamento del cittadino che si sente escluso dallo spazio pubblico. Dove la polis è divenuta inaccessibile, dove la comunità interpretativa è frantumata, va in frantumi anche la verità comune e si aggira lo spettro del complotto". La risposta può essere dunque in poche parole: inclusione, partecipazione, fiducia.