Scegli tre colori. Abbinaci dei titoli e spiega il perché

Bontempelli, McCarthy, Carver: di che colore sono?

Scegli tre colori. Abbinaci dei titoli e spiega il perché
Foto di Alice Bassi, blogger di Capricci d’inchiostro
di Giuditta legge

 

Scegli tre colori. Abbinaci dei titoli e spiega il perché.

Sembra un compito semplice, e invece ho dovuto dannarmi per riuscire a trovare tre libri adatti a ciò di cui volevo parlare. Senza contare tutti quelli che ho scartato, pagine e pagine che, a suo tempo, ho amato, detestato o per le quali, talvolta, ho pianto. In quei momenti, quelli in cui al posto dello stomaco mi sembrava di avere una palla di nostalgia accartocciata, mi è capitato di ripensare ai capitoli del romanzo, ai personaggi, ma mai al colore della copertina. Eppure, oggi, esaminandole a freddo, mi accorgo che le facciate di quei libri nascondevano già un avvertimento. Pericolo. Non ti avvicinare. Scegli l’altro romanzo, quello beige e rosa. Chi mai è stato male per un libro così?

Beh, scopriamolo insieme. Ringrazio Erica del blog La Leggivendola per la menzione e per avermi dato la possibilità di passare il testimone.

ROSSO

“Rosso. Certo, non poteva essere che rosso.”

Questa è la celebre frase con cui Margareth White condanna la figlia Carrie, tremolante nel suo abitino rosa cucito a mano, la notte del ballo scolastico.

Perché l’ho scelto?

Perché il rosso, più di ogni altro colore, ci mette in guardia da qualcosa. Ci avverte del pericolo, come detto prima; e il pericolo ha molte forme. Invasioni aliene? Madre natura che si ribella? La suocera incazzata? Tutti motivi validi per iniziare a preoccuparsi, ma se ci pensate bene non sono queste le minacce peggiori. Quelle che rischiano di demolirci e minare dall’interno tutte le nostre certezze non somigliano a un tornado, né a un’astronave che cala su New York. Hanno molto più a che vedere con la polvere, quell’unico granello che penetra nel guscio di un’ostrica e, mesi dopo, s’incancrenisce in una perla.

Minnie, la protagonista di questo capolavoro teatrale di Massimo Bontempelli, è una ragazza pura e innocente che vive felice perché convinta che il mondo, come lei, sia un luogo buono e candido. Un giorno, il fidanzato Skagerrak, con la complicità dell’amico Tirreno, le gioca un tiro subdolo: approfittando della sua ingenuità, le fa credere che i pesci di un acquario lì vicino sono robot. Non solo: le rivela anche che, nel mondo, esistono dodici automi, sei uomini e sei donne, ignari della loro vera natura. Da questo momento inizia il crollo mentale di Minnie: in preda alla paranoia, sorda alle spiegazioni e alle scuse dei due amici, si convince sempre più che questi replicanti si trovino in città. Non solo: in breve, nella sua tenera mente attecchisce l’idea più orribile e definitiva: lei, Minnie, è una di loro.

“Ecco è certo: sì, ora vedo, lo vedo chiaro: sono io, io. Non sono vera io, no, no: sono una di quelle donne, fabbricate. E non lo sapevo!”

Non vi dirò come finisce il libro: ha solo un’ottantina di pagine, perciò vi consiglio di acquistarlo e ignorare il segnale di pericolo in copertina. Basta che ricordiate che il rosso non è solo il colore degli stop, dei semafori o dei funghi velenosi, ma anche di qualcosa di molto più umano, che tutti noi possediamo in quantità. Una quantità di circa sei litri a testa.

 

CENERE

Ma uno scherzo non è l’unica cosa che può andare storta, provocando la rovina di qualcuno. Siamo una specie fragile, con una limitata capacità di immaginare il futuro. Non parlo di fantascienza: l’umanità è bravissima a fantasticare sulle possibili evoluzioni della specie, vedendosi sempre protagonista, o vittima, di meccanizzazioni o colonizzazioni extraterrestri.

Ciò in cui non è altrettanto brava, a mio parere, è capire che le sue azioni generano conseguenze. Alcune, come l’Australia in fiamme, le stiamo vivendo sulla nostra pelle anche in questi giorni. Ed è questo, secondo me, che ci sfugge: il fatto che in futuro potrebbero non esserci bunker, viaggi interplanetari, e nemmeno macchine progettate per uccidere i pochi umani rimasti. In effetti, sulla Terra potrebbero non esserci affatto superstiti della nostra specie. Un po’ come è accaduto per il coguaro, nel 2011. Che si è estinto. Per colpa nostra.

Cormac McCarthy, che con questo libro ha vinto il Pulitzer nel 2007, si è avvicinato più di altri alla verità: “La strada” parla di un’apocalisse senza clamore, ma che non lascia scampo. In un futuro imprecisato la carica del mondo, semplicemente, si esaurisce. Simile a un tossico che si spara roba pura al 97% dritta in vena, schizzando via per il suo ultimo viaggio, allo stesso modo qualcuno pigia l’ultimo pulsante, quello oltre il quale non esistono ulteriori possibilità. Siamo abituati a preoccuparci per il pianeta, certo, ma sotto sotto crediamo che la passeremo liscia. Che Mamma Terra smetterà di sgridarci, prima o poi, e ci perdonerà per aver fatto tanto i discoli. Beh, notizia flash: no. Non nel libro di McCarthy, in ogni caso, dove un padre e un figlio spingono il loro cigolante carrello della spesa sulla pelle morta di un’America scarnificata, desolata e fangosa sotto una pioggia di cenere che non smette mai. Non c’è cibo. Non c’è acqua. Non c’è pietà. La Terra non è umanizzata. Grigia e indifferente, assiste all’agonia dei due protagonisti esattamente come noi, oggi, osserviamo lei, impassibili, mentre muore.

E in questo, devo dire, ci trovo una certa macabra poesia.

 

VERDE

Cos’è che dicevo, prima? Che un libro con del beige in copertina non dovrebbe essere nocivo, giusto?

Giusto. E qui un po’ di beige c’è, anche se il colore principale è un altro. Molti lo associano all’invidia, o alla speranza, ma per me il verde è simbolo di qualcosa di più: salvezza. Verde come l’erba che cresce di nuovo, indomabile, dopo un incendio; verde come torneranno a essere l’Amazzonia, l’Australia, le Canarie, se solo la smetteremo con la nostra cieca, insensata follia; verde, anche, come l’insalata che nostra moglie ci mette nel piatto ogni giorno, come gli occhi di un bambino che ci passa accanto con lo zaino sulla schiena, o come la bottiglia dell’ubriacone davanti al quale camminiamo veloci al mattino, spaventati dalla sua puzza.

Di questi frammenti e spaccati di vita parla l’ultimo libro della mia tripletta: “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver, antologia di diciassette racconti pubblicata per la prima volta nel 1981. Poiché il titolo ha il sapore di una domanda, vi rispondo citando la quarta: “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Parliamo di un bicchiere di gin che si rovescia in una stanza dove discutono due coppie stanche. Parliamo di vecchi amici che forse per noia, forse per altro, commettono senza rendersene conto un delitto terribile. Parliamo di pasticceri a cui non hanno ritirato torte di compleanno. Parliamo di gesti che sembrano insignificanti, e invece sono in grado di restituire a ogni vita tutta la grazia nascosta dietro la banalità della cattiveria e della paura.

Perché è vero che possiamo fare del male al prossimo, per quanto involontariamente, o al pianeta; ed è vero che siamo una specie stupida, che raramente impara dai propri errori e che spesso – troppo – si ritiene immortale. Ma siamo anche coraggiosi, e gentili, e non ci lasciamo abbattere. Abbiamo inventiva, ingegno; sappiamo come sfruttare le risorse disponibili a nostro vantaggio e costruire macchine che ci spingono verso nuovi orizzonti, siano essi in cielo, oppure in acqua. Sappiamo sbagliare; sappiamo anche rimediare. Possiamo farlo, e per muovere il primo passo non è necessario pensare su grande scala. Basta partire da un piccolo gesto, così come una tessera del domino ne fa cadere a ruota centinaia di altre. Un gesto generoso. Un singolo albero ripiantato.

I miracoli sono a portata di mano. Basta afferrare quella del nostro vicino per fare la differenza.

Alice di Capricci d’inchiostro (in origine Per aspera ad astra) cede il testimone a Una banda di cefali che il prossimo mese scriverà “i tre colori” delle sue letture.

di Alice Bassi