Il sottotitolo de “La classe avversa” potrebbe essere “L’industria famigliare come nessuno l’ha mai raccontata”

Alberto Albertini esordisce nel mondo della narrativa con Hacca edizioni, con un libro di vivo interesse sul mondo imprenditoriale visto dal di dentro

Il sottotitolo de “La classe avversa” potrebbe essere “L’industria famigliare come nessuno l’ha mai raccontata”
di Giuditta legge

Ti avrei invitato a Vello di Marone, una passeggiata ciclo-pedonabile che costeggia il lago d’Iseo, la ex strada stretta delle auto, poi chiusa per ricavarne un’altra scavando alcune gallerie nella montagna attigua.

Come è una passeggiata nel mondo imprenditoriale quella in cui Alberto Albertini guida i lettori con “La classe avversa” (Hacca edizioni), un romanzo di grande competenza che solleva questioni di vivo interesse.

Eccoci dunque pronti a cominciare: siete tutti invitati a seguire i nostri passi idealmente lungo il lago d’Iseo, in effetti tra le pagine e le vicende di “La classe avversa”.

Partirei dal titolo, che in parte dice, per altri versi suggerisce, e di certo anticipa degli elementi interessanti del romanzo.

“la classe avversa”: classe è un sostantivo polisemico. Mi servo del vocabolario online Treccani.

Primo significato: ciascuno dei raggruppamenti d’individui che, all’interno di una società, manifestano comportamenti unitarî e specifici rispetto a quelli di altri raggruppamenti, dai quali si differenziano per una diversa collocazione nei confronti della ricchezza, del potere, del prestigio, ecc.: distinzione affermatasi soprattutto dopo la prima grande rivoluzione industriale, in cui, sulla decadenza della società feudale, si crearono nuove disuguaglianze e nuovi aggruppamenti, definiti in base alla fonte e alla dimensione del reddito (c. degli imprenditori, c. della nobiltà terriera, c. dei lavoratori, ecc.). In contrapposizione a casta, ordine, corporazione (l’appartenenza ai quali avviene per nascita o per cooptazione), classe è quindi termine che caratterizza, anche per suggestione della letteratura socialista, i maggiori gruppi sociali costituenti le società industriali moderne (soprattutto capitalistiche); e ha accezione più generale di ceto in quanto non è fondata su funzioni produttive specifiche (mestieri, professioni, ecc.) o su particolarità meramente culturali, etniche, religiose, o di censo.

Senza dubbio il tuo è un romanzo sociale, che si propone di raccontare un difficile passaggio nella vita imprenditoriale e quindi economica, e di necessità sociale, del nostro Paese: dall’azienda familiare a quella gestita dai manager. Ma anche descrivere il rapporto mai spezzato tra gli imprenditori che creano l’azienda con il mondo rurale e i valori di cui è portatore.

Tornando alla definizione: nel pensiero di Marx, classe è una determinazione sociale che discrimina gli individui in base alla diversa loro collocazione riguardo alla proprietà dei mezzi di produzione e anche all’ideologia che da essa consegue.

Anche questo secondo significato si attaglia perfettamente al tuo titolo, perché nel romanzo sono indagati con lucidità e spietatezza l’uso, e persino l’abuso, del potere che deriva dalla proprietà.

Infine c’è un significato traslato, “la classe” è l’eleganza, il pregio, l’eccellenza. Il protagonista di “La classe avversa” è elegante e colto. Un uomo di classe si potrebbe definire a un primo sguardo, denominato “il conte” e “il poeta”. 

Ma forse è proprio la classe che conforma il suo modo di essere a dimostrarglisi avversa?

RISPOSTA: Uh, osservazioni molto mirate e appropriate. Complimenti! Grazie.

La classe è in effetti molteplice, così come il termine è polisemico.

La classe imprenditoriale, spesso è avversa a se stessa quando non sa pianificare il passaggio generazionale, quando ignora e trascura alcuni passi necessari per adattare il proprio lavoro e il proprio ruolo al mondo e al tempo che cambia: servono sempre nuove strategie per sopravvivere come azienda nei decenni, oltre a una formazione continua, a un confronto aperto, un dialogo con l’esterno in tutte le sue accezioni (persone, aziende, istituzioni, idee), senza considerare l’azienda un fortino da proteggere, autosufficiente.

C’è inoltre una classe manageriale avversa a quella imprenditoriale di stampo famigliare, che ha orizzonti temporali più brevi (non deve lasciare l’azienda ai nipoti, alle future generazioni), ha un’attenzione eccessiva al profitto (il budget e il ROI, il Return on Investment prima di tutto), magari considera le persone “commodities”, per usare una brutta parola del mondo contemporaneo del business, cioè intercambiabili, funzionali allo scopo, scontate. Dopo poco il manager, altro smartphone e altra auto aziendale, magari prosegue altrove la sua missione di ristrutturazione, di svecchiamento, di ritorno all’utile…

Ricordiamo che per i vecchi “padroni” le differenze di classe non erano avvertite come forse lo è stato nella letteratura e tra i giornalisti e gli studiosi. Secondo me anche gli operai erano un tempo meno sensibili alla lotta. Come diceva Longanesi il vero socialista non pensava alla Mercedes del capitalista da cui dipendeva. Si sentivano tutti in una grande famiglia, sulla stessa barca.

Infine c’è una classe intesa come eleganza, educazione, stile, amore per la cultura e le arti in genere che nell’azienda è spesso considerata come inutile, fonte di distrazione, avversa intesa come opposta, antitetica. Perché si richiede la massima concentrazione, la quasi totalità del tempo (che a volte è la vera merce di scambio), da dedicare all’azienda. Ricordo mio padre, quando avevo 18 anni, mi diceva che se avessi messo la stessa energia che impiegavo nel memorizzare le canzoni preferite (ad esempio alle scuole medie sapevo a memoria i testi dell’album “Sono solo canzonette” di Bennato, al liceo traducevo dai booklet dei CD, ad esempio i testi dei pezzi degli Wham! per imparare l’inglese), nel memorizzare i dati tecnici delle macchine che produceva l’azienda dove mio padre era un azionista, avrei fatto una grande carriera!

Ho sempre sofferto la mia passione per le Lettere, perché la vedevo un’inclinazione colpevole, da coltivare in modo clandestino, come in effetti ho fatto per decenni, Doctor Jekyll di giorno e Mr Hyde di notte. “Letteratura industriale” per me era un ossimoro. Fino a quando ho scoperto, grazie al prof. Giuseppe Lupo, Ottiero Ottieri (nomen omen! Alberto Albertini), e i tanti intellettuali della “corte” di Adriano Olivetti, e capito che si poteva, dal punto di vista anomalo dello scrittore, capire l’azienda in modo originale e forse più creativo.

Anche la mia eleganza era vista come un handicap, in fonderia si mira alla sostanza, il metalmeccanico è un ambiente informale, ad esempio la pochette nel taschino della giacca era segno di scarsa mascolinità, vista con diffidenza. Il soprannome “Conte” era un appellativo sarcastico, denigratorio. Poi però nei corridoi mi si chiedeva dove andare ad acquistare una bella giacca per una cerimonia o dove avevo preso quelle scarpe o quella cintura…

Ed è forse stata davvero quella classe per prima a rendermi avverso a una certa categoria di persone… si giudica molto dalle apparenze, si tende a utilizzare i bias, ad esempio il “framing”, a incorniciare gli altri, per classificarli velocemente…

 

Se non avevo pensato alla somiglianza tra il gioco, se così si può chiamare, tra nome e cognome che ti accomuna ad Ottiero Ottieri, ho invece colto nel testo l’omaggio a Giuseppe Lupo nel professor Mannaro, che compare come un cameo nel romanzo.

La letteratura industriale. Un capitolo suggestivo della letteratura del Novecento che proprio Lupo come critico letterario e saggista ha incisivamente indagato, che a mio sentore di lettrice rimane ancora inspiegabilmente e colpevolmente poco conosciuto, a partire dai manuali scolastici.

A Ottiero Ottieri non solo dedichi l’esergo di “La classe avversa”, ma lo citi ripetutamente nel corso del romanzo come un mentore e una guida per il tuo protagonista.

Negli ultimi anni è tornata una certa attenzione al mondo industriale alla luce anche delle tante trasformazioni che l’hanno investito, penso al Premio Strega a Nesi, ma anche a “La piena” di Cisi o ai romanzi di Dezio per Terrarossa edizioni, solo per citare quelli che mi sono piaciuti particolarmente.

Senti di innestarti in un filone letterario o di innovare il genere alla luce del nuovo millennio? Oppure di raccontare un’esperienza che ti riguarda da vicino al di là  della letteratura?

RISPOSTA: Vero, Mannaro è Lupo, grazie a lui ho scoperto la letteratura industriale, nel suo corso di Letteratura italiana, durante la mia laurea tardiva in Filologia Moderna.

Non credo di meritare molto, dopo 40 anni di letture sono un esordiente e mi affaccio timidamente nella “Valle dei Re”, guardando i grandi da lontano, cercando di trovare la forza per imitarli, direbbe Battisti, nel senso di tenerli come numi tutelari.

Credo che la scuola di Ottieri e di Olivetti ci possa insegnare molto anche oggi, c’è bisogno di un nuovo capitalismo, di una crescita sostenibile, rispettosa dell’ecosistema dove vive (dal territorio alle persone). Il termine “comunità”, così caro a Olivetti, è oggi più che mai chiave.

Dunque vorrei rileggere la tradizione e il passato, non solo per capire le trasformazioni del presente economico e industriale, ma per suggerire la strada da mantenere. Il capitalismo manageriale, speculativo e finanziario ha fatto e fa male. Non dobbiamo demonizzare i padroni, quando si comportano bene creano comunità virtuose, uniscono persone lontane (in affari si diventa tutti amici, non esiste lo “straniero”), affiliano chi lavora per loro, fanno da ammortizzatore sociale, compensano le mancanze dello Stato.

Una punta di presunzione forse la mantengo: credo che nessuno abbia davvero mai raccontato l’azienda dal punto di vista del “padrone”. L’ha fatto Nesi ma, il romanzo che ha vinto lo Strega era quasi un documento giornalistico, un memoir, un diario personale e lui godeva di molti privilegi (come ricorda lui stesso avrebbe potuto studiare ad Harvard, faceva l’assistente regia di Nuti, le vacanze a Forte dei Marmi, era – lasciamelo dire – un privilegiato, un piccolo principe di provincia, non racconta le radici di quel capitalismo famigliare, non entra davvero nei meccanismi della fabbrica padronale).

Uso una espressione abusata: anche i ricchi piangono, anche tra gli imprenditori ci sono drammi che vanno raccontati. Quanto scrivo nel romanzo si ascolta nei bar e nelle chiacchiere informali tra amici, ma non si osa dire (il sottotitolo de “La classe avversa” potrebbe essere “L’industria famigliare come nessuno l’ha mai raccontata”). Invece diciamolo. Mettiamo in guardia gli imprenditori, facciamogli capire che il passaggio generazionale va preparato per tempo, che devono comportarsi con figli e nipoti in un certo modo, che vanno condivise alcune regole e valori, che bisogna confrontarsi con gli altri, che va stabilito un percorso, e una formazione continua, da parte sia dei fondatori che della nuova generazione. Pena la cessione, la vendita, magari il fallimento dell’azienda che hanno creato, costruito e fatto diventare grande con sudore, lacrime e sangue (anche dei figli).

 

Raccontare l’impresa e il mondo imprenditoriale italiano non solo dal di dentro ma anche dall’ottica interna del protagonista che a quel mondo appartiene con innegabili eccezioni. Per prima cosa avrebbe voluto fare altro; in secondo luogo non condivide una gestione manageriale e meramente economica dell’impresa, come dimostra la vicenda americana per la grande commissione della General Motors, che non rappresenta per il protagonista solamente un guadagno quanto una soddisfazione personale e una crescita professionale ed esperienziale; infine, cosa che mi sembra sia il punto nevralgico del romanzo, il tuo protagonista è in bilico sia professionalmente che sentimentalmente. In entrambi i casi è alla ricerca di un equilibrio che possa rappresentare un centro di gravità se non permanente almeno soddisfacente.

Una terza via tra l’impresa familistica, di cui mette in evidenza i pregi attraverso l’onestà del padre e il condividere nell’impresa i valori dell’economia rurale fatta di contatti e di rapporti, ma anche i difetti evidenti nella rivalità tra i rami della famiglia e nella diversità tra lui e il cugino che pure condividono gli stessi vantaggi senza dividere tra loro gli stessi oneri, e l’impresa dei manager con l’inseguimento costante e unico del profitto.

Da dove scaturisce il fascino del Conte? È un rappresentante vincente o perdente del mondo dell’impresa?

RISPOSTA: Esatto, concordo con l’analisi lucida.

Il Conte ha fascino da fuori, ma “dentro” è denigrato. È vincente come modello alternativo, per ripensare l’azienda in modo nuovo, per uno spettatore, per un lettore, ma è perdente dentro l’impresa, da attore, da “protagonista”, perché in azienda si prende in giro la sua cura nel vestire, l’eleganza, l’amore per le lettere e i libri che lui è costretto a praticare e frequentare nell’ombra, clandestinamente, come la relazione con la collega.

È in bilico professionalmente perché non vede che il suo “talento” umanistico è prezioso in azienda, non riesce a guardarsi da fuori appunto.

Stare in un ambiente a lungo, ti riprogramma, ti condiziona, ti impedisce di essere lucido.

Non riesce ad adeguarsi al nuovo modello gestionale, fatto tanto anche di adulazione, di esecuzione degli ordini senza riflessione o coscienza.

Ed è in bilico sentimentalmente più per una crisi di mezza età, quando cerchi conferme che “sei ancora vivo”, attraente, desiderabile. E perché crede di compensare fuori ciò che non ottiene dentro l’azienda: cioè essere compreso, essere capito, anche nella sua “eccezionalità”, non intesa come talento o valore straordinario, ma come diversità creativa. In azienda la diversità è in genere vista come pericolo (del resto un’azienda si regge su metodi, processi, matematica, regole, istruzioni, fissi, tayloristici: non puoi eseguire un lavoro in modo diverso pena la sicurezza, tua e degli altri, il rispetto dei tempi, il profitto inteso anche come “valore aggiunto”).

Sì, lui spera in una terza via, anche se non la vede, non riesce a proporla con forza e determinazione (e qui sta il suo lato negativo, la sua abulia alla Zeno Cosini, “Forse l’inerzia il nostro male più vile”, diceva Quasimodo): vorrebbe stare tra l’impresa di famiglia erede di valori ottocenteschi e rurali, di principi sani, ma insieme avariata da rivalità interne e da omertà, da promesse di pace, da principi di uguaglianza universale che mettono tutti – a torto – sullo stesso piano; e l’impresa dei manager, perché quando l’azienda manageriale è positiva sa anche essere più lucida, più meritocratica, più efficace dell’azienda famigliare.

 

Un elemento di grande maturità e consapevolezza è l’utilizzo di un lessico variegato e poliforme.
Nei dialoghi una vivace immediatezza linguistica; a muovere e movimentare lo stile un lessico tecnico che non si arresta dinanzi agli usi di anglicismi e americanismi che in un’impresa sono pane quotidiano; un lessico tecnico e specialistico che invece di allontanare il lettore, lo immerge completamente nell’ambiente narrato; infine un gusto letterario per le citazioni e i pensieri del protagonista.
Una lingua immersiva, nel senso che ha la capacità di afferrare il lettore e di portarlo tra i macchinari, nei bar, in una roulotte in cui si gioca all’amore, in una casa borghese che sa di pulito e cura, in una grande società americana e nella mensa della fabbrica.
Nulla di caotico o artificioso, ma una grammatica lessicale gestita con cura e consapevolezza letteraria ed esperienziale.
Frutto di una ricerca sulla lingua o della naturale abitudine a farne uso?

RISPOSTA: La lingua è una mia ossessione, tendo alla scrittura quasi aforistica (un maestro è stato Giuseppe Pontiggia), nel senso latino di “brevis”, densa ed essenziale, precisa.

Sono innamorato del linguaggio, dunque anche delle diverse lingue (dai dialetti agli idoletti, dalle lingue antiche all’inglese oggi ubiquo o al linguaggio tipicamente specialistico e tecnico delle varie professioni), della filologia (materia nella quale mi sono laureato, e in fondo la filosofia è per buona parte filologia).

In ogni parola c’è una storia e un mondo. Ad esempio mi piace molto consultare i vocabolari etimologici.

Ti ringrazio per la “consapevolezza letteraria”, ci sono molti studi classici nella mia formazione, anche di critica letteraria fin dall’adolescenza.

Sì, c’è molta ricerca, perché non si ottiene niente senza studio e impegno, e poi una naturale abitudine perché coltivo la precisione e la “bella forma” anche nelle e-mail o nelle lettere di lavoro, dove una lingua appropriata significa poi chiarezza espressiva e logica (non possiamo andare oltre il linguaggio di cui disponiamo; mi viene in mente anche Raffaele La Capria che così descrive il proprio patriottismo: “Ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l’Unità d’Italia”).

 

Siamo così giunti all’ultima domanda.
“La classe avversa” lascia il finale aperto sulla svolta della vita del Conte, che salda, però, tutti i conti narrativi aperti nella narrazione e che lasciamo alla lettura di chi ci ha seguiti e letti.
È proprio il romanzo “la classe avversa” e la sua pubblicazione il vero finale del libro?

Sì, la pubblicazione del romanzo è il vero finale, il meta-romanzo, il romanzo nel romanzo… il romanzo che si specchia in se stesso… 

Direi che la tua è stata una lettura davvero intensa e molto competente, che ha colto l’intimità, il cuore della narrazione, della scrittura, dello scrittore.

Grazie davvero, è stato molto proficuo anche per me: il lettore vero e ideale di un romanzo (e lo diceva Pontiggia), aggiunge, “inventa” nel senso latino di invenire, scopre cose che nemmeno lo scrittore stesso sapeva.

di Giuditta Casale