L’archeologia al cinema? Molto lontana dalla realtà ma dannatamente divertente

Da Indiana Jones a Lara Croft: tutti i volti del mestiere peggio interpretato al mondo

L’archeologia al cinema? Molto lontana dalla realtà ma dannatamente divertente

Quando si parla di archeologia, inutile negarlo, si affacciano alla mente figure e situazioni che è impossibile scardinare: Harrison Ford, innanzitutto, nella sua interpretazione di Henry Walton Jones, per gli amici Indiana, e poi un susseguirsi di immagini frenetiche tra mummie, avidi predoni, marchingegni mortali e maledizioni egizie. Ma c’è qualcosa di vero in tutto questo nella realtà di un archeologo?

Un ritratto alquanto romanzato

È vero che almeno fino ai primi del Novecento la figura dell’archeologo era più vicina a quella dell’esploratore e dello studioso che a un operatore di scavo archeologico. Lo studio della stratigrafia non era neanche lontanamente contemplato. Ci si concentrava sui tesori, fondamentalmente, e sulla ricerca in terre lontane, ammantate di mistero e pericoli. Pericoli da cui alcuni in effetti non tornarono mai: Percy Fawcett, ad esempio, sparito nella giungla brasiliana alla ricerca di una città perduta. Lui, e più di lui Hiram Bingham, altra figura in voga all’epoca tra gli avventurieri in cerca di luoghi inesplorati, contribuirono a creare l’immagine dell’archeologo e a servirla su un piatto d’argento per l’avvento del cinema: stivaloni, frusta, giacca multi tasca e un atteggiamento sprezzante. Tutto l’armamentario che la saga di Indiana Jones (per la regia di Steven Spielberg dal 1981 al 2008) ci mostra orgogliosamente.

L’archeologo sul set

Ruvido, sicuro di sé, capace di imparare dai suoi errori ma con la forte convinzione di essere nel giusto. Queste le caratteristiche eroiche che accompagnano sul grande schermo la figura dell’archeologo. Non c’è da stupirsi che questa visione dinamica sia stata preferita a quella ben più realistica del lento lavoro di scavo, pulizia, lavaggio e catalogazione di ogni minimo frammento trovato nel terreno di indagine, compilazione e consultazione di infinite scartoffie. Al cinema l’archeologo, e poi anche la sua controparte femminile, è uomo d’azione: sventa piani malvagi, salva la sua e l’altrui pelle, agguanta il tesoro di turno e lo fa con non chalance. Mentre la figura maschile presenta caratteristiche ricorrenti e simili per le donne è un’altra musica: inizialmente goffe le archeologhe sono capaci di grandi intuizioni e allo stesso tempo tenere ingenuità. Questo fino all’arrivo di Miss Lara Croft, eroina del videogame dal significativo nome Tomb Raider, cioè razziatore di tombe, interpretata da Angelina Jolie sulla pellicola (regia di Simon West, 2001), che con un look non adatto a uno scavo archeologico e revolver alla mano non si mette troppi problemi a distruggere interi monumenti pur di ottenere ciò che vuole.

archeologia e cinema

C’è un tesoro? Me lo prendo

Sin dai primi film l’idea del prendere il bene ritrovato e tenerlo per sé o consegnarlo alle autorità competenti europee o statunitensi ha fatto da padrone. Implicito in tutta la filmografia, così come era nella realtà, che i paesi in cui questi tesori venivano alla luce non fossero in grado di riconoscere il loro valore se non quello meramente commerciale da sfruttare vendendoli al migliore offerente. Da qui il pregiudizio tutto occidentale che sia lecito appropriarsene. Ma prendere il tesoro non è facile in questi film: violare una tomba si accompagna a terribili maledizioni, a incidenti mortali con trabocchetti sofisticati, risvegli di creature soprannaturali assetate di vendetta come stregoni, vampiri, ragni spaziali, talpe assassine e ovviamente mummie: la più celebre, interpretata da Boris Karloff, risale al 1932 (regia di Karl Freund), e ha fatto da apripista per un ricchissimo filone. Un unicum rimane “L’Esorcista” del 1973 (regia di William Friedkin) che si apre con le immagini abbacinanti di uno scavo archeologico in Iraq da cui emerge la tremenda statua del demone Pazuzu. Ma non è solo il passato a minacciare la vita sulla terra, anche lo spazio e il futuro sono ambienti da temere, come in “Prometheus”, il prequel del celebre “Alien” (regia di Riddley Scott).

Insomma neanche al cinema l’archeologo riesce ad arricchirsi tanto facilmente. Questo lo accomuna alla sua più vera e reale figura di studioso in attesa di fondi per aprire gli scavi, dei macchinari necessari e della indispensabile manodopera, come ad esempio nel delicato e più veritiero “La nave sepolta” (regia di Simon Stone, 2021).

Il giornalista Francesco Bellu ha raccontato, con approfondita indagine, il rapporto tra archeologia e cinema nella sua tesi di laurea, di recente pubblicata da NPE col titolo “L’archeologo sul grande schermo”, analizzando argomenti, contraddizioni e fantasie di un genere cinematografico prolifico, quello dell’avventura a tema archeologico, che assume di volta in volta sfumature comiche e romantiche o al contrario atmosfere vicine all’horror e alla fantascienza.