Da Sanpa a Casa Emmaus, splendori e miserie di due comunità agli antipodi

Con "Nessun destino è segnato" Luca Mirarchi ci porta alla scoperta di una realtà virtuosa nel recupero dalle dipendenze. Un racconto pieno di verità che ci spinge a guardarci dentro, e a un confronto ingombrante: San Patrigano e le sue ombre

Da Sanpa a Casa Emmaus, splendori e miserie di due comunità agli antipodi
Vincenzo Muccioli tra gli ospiti della comunità nella sala da pranzo di San Patrignano

Le dipendenze non si superano, casomai si sostituiscono. Perché tutti siamo esposti ai venti della vita anche se crediamo di avere saldo il controllo. Il punto è la consapevolezza, sapersi scegliere, se così si può dire, la dipendenza giusta, qualcosa che riempia di senso la straordinaria insensatezza dell’esistenza.

È l’impressione che si ricava dal racconto delle vite degli ospiti di Casa Emmaus, dalle loro cadute e ricadute raccolte in un volume agile e prezioso, un reportage dal titolo Nessun destino è segnato (Alfa editrice). Lo ha scritto Luca Mirarchi, giornalista e critico letterario di Unione Sarda e Blow Up.

Fine anni ’80, siamo in una delle zone più depresse della Sardegna, l’Iglesiente. Molta disoccupazione e un tessuto sociale sfilacciato, un professore di liceo che si è messo in testa di aiutare i ragazzi anche se non sa bene come fare. È l’inizio di un’utopia lunga 32 anni, quella di Nico Grillo e di una comunità di recupero che ha aiutato centinaia di persone a fare i conti con i propri demoni.

Nessun destino è segnato (Alpha editrice) di Luca Mirarchi

Nel racconto di questa avventura e di questo gruppo di pionieri che ha stravolto la propria vita per metterla a servizio degli altri – con il dubbio non essere all’altezza come compagno di viaggio, virtù troppo spesso sottovalutata – emergono con forza una serie di valori che confliggono in maniera sorprendente con il concetto di comunità che ha monopolizzato il nostro immaginario collettivo: San Patrignano.

Nei mesi scorsi, rilanciata dal grande successo della serie Netflix Sanpa, abbiamo avuto modo di ripercorrere l’infinita serie di contraddizioni di un’esperienza piena di ombre, su tutte quella del fondatore e mentore Vincenzo Muccioli. Un’esperienza che, tra i molti limiti, ha avuto quello di voler far credere che nessun modello diverso di comunità fosse possibile, o parimenti efficace, quanto quello creato nella struttura del riminese.

I 32 anni di Casa Emmaus ci spiegano che non è così, ci spiegano che un’utopia è tale quando non si finisce mai di correrle dietro, non quando se ne diventa progionieri con la convinzione di averla raggiunta e domata. Mentre Sanpa si blindava all’interno dei suoi confini, nascondeva, insabbiava, tagliava i legami tra gli ospiti e il mondo - a Iglesias la parola d’ordine è sempre stata apertura.

La comunità ha una struttura porosa, coltiva contatti continui con aziende e istituzioni, scuole e enti di formazione. Attestati e licenze scolastiche sono il principale canale di emancipazione per ricostruire le vite di chi si rivolge a Casa Emmaus. Perché togliere la droga non basta, bisogna riempire quel famoso vuoto, quella grandiosa insensatezza.

Sanpa escludeva le famiglie dal percorso di recupero, Casa Emmaus apre alle visite fin quasi da subito, accompagnate da terapeuti che aiutano a gestire un dolore complesso, perché un problema di dipendenza non è mai un problema unicamente legato a chi ne soffre. Non è qualcosa che riguarda soltanto gli altri. Gli altri siamo noi, sembra dirci questo libro.

Ma Nessun destino è segnato è molto più che un confronto tra modelli diversi – si veda in proposito il bel dialogo con Fabio Cantelli nello spazio web di “Unione Cult” - è un viaggio nella sofferenza che ci sta intorno, un tentativo di esorcizzarla senza nascondere sotto il tappetto le cose che ci spaventano. Perché anche solo nominare certe cose, a volte, è come rompere un tabù: il disagio psichico, i disturbi alimentari, la tossicodipendenza. I mali che spesso non si vedono, o rispetto ai quali è facile girare la faccia.

E Luca Mirarchi, con bravura e delicatezza, con il talento discreto di chi sa mettersi al servizio delle parole degli altri, ci racconta le storie di chi ha vissuto cento vite che sono cento romanzi. Vite che non sono le nostre ma potrebbero, avrebbero potuto, che ci costringono a guardarci dentro e a domandarci qual è, se c’è, il senso che noi abbiamo trovato. Se quel vuoto abbiamo avuto il coraggio di guardarlo negli occhi, accettarlo, dargli un nome e una risposta.