Conto alla rovescia per non leggere Baco, il nuovo romanzo di Giacomo Sartori

Giacomo Sartori non è un editor né un critico né un giornalista né un giurato di premi letterari, dunque che lo leggiamo a fare?

Conto alla rovescia per non leggere Baco, il nuovo romanzo di Giacomo Sartori
di Giuditta legge

Dieci Buoni Motivi di Giacomo Sartori per NON leggere "Baco"

Dieci: perché nel romanzo Baco non c’è nemmeno un architetto di mezza età, nemmeno un professore divorziato, nemmeno una nonna un po’ maga, nemmeno un abitante di Roma, nemmeno uno scrittore, nemmeno un lavoratore precario, nemmeno un commissario sovrappeso, e nemmeno una partigiana, a differenza dei romanzi italiani come Dio comanda.

Nove: perché nel romanzo Baco ci sono vermi schifosi (persino il titolo richiama verminosità), api che agonizzano a causa dei pesticidi, una madre in coma, un bambino sordo che si strafoga di Nutella, un padre che non sa fare il padre, non ci prova neanche, e un essere artificiale che spara e fa cazzate, quindi anche il tema dell’intelligenza artificiale perde l’attrattiva che potrebbe avere.

Otto: perché i romanzi di Sartori dragano tematiche che non hanno nulla a che fare una con l’altra, non hanno tesi univoche o insomma ben riconoscibili, meglio moderatamente progressiste, o di denuncia, e in definitiva non si capisce mai cosa vogliano dire.

Sette: perché Sartori non è un editor (sic) di una casa editrice, non è un critico letterario, non è un giornalista culturale, non è nella giuria di diversi premi letterari, non è un celebre cantante, non è un magistrato, è un agronomo drammaticamente fedele a un’idea di scrittura cruda e spietata, ma anche struggente, quindi a leggerlo non ci si guadagna nulla né come lettori succubi di classifiche – non è certo di lui di cui si parla –, né tanto meno come addetti al mestiere.

Sei: perché nella lingua di Sartori non si sono quegli aggettivi supercollaudati che il lettore aspetta al varco, quei verbi precisini, quelle frasi giornalistiche che sembrano appena tracimate da un quotidiano, ma nemmeno quelle linde paginette tanto ben scritte (e che dicono: “guardate come siamo ben scritte!”), o anche garbatamente sperimentali, o scafatamente paratattiche, che si pretendono in genere da un romanzo italiano.

Cinque: perché i manoscritti di Sartori sono stati rifiutati complessivamente ottantaquattro (otto-quattro) volte (contabilizzando i testi diversi alla stessa casa editrice), e se vengono in genere bocciati da tutti gli editori, che sanno fare il loro mestiere (e spesso anche quello di scrittore, come dimostrano i premi e la fama), sarà ben per qualcosa.

Quattro: perché la collana nella quale esce Baco si chiama “quisiscrivemale”, e vorrà ben dire qualcosa.

Tre: perché Giacomo Sartori, non ha mai vinto un premio in vita sua, pur avendo scritto vari romanzi e raccolte di racconti e di poesie, e pur essendosi candidato a diversi premi; e sarà ben per qualcosa.

Due (per gli integrati letterari): perché in questo momento stanno uscendo tanti bei nomoni italiani supercollaudati (qualche volta si resta un po’ delusi, ma questo è un altro discorso), perché rischiare leggendo Sartori.

Uno (per gli apocalittici letterari): perché i romanzieri italiani “fanno pena”, Sartori o non Sartori, e dio ce ne salvi.