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Da Hirst a Cattelan, il critico Caliandro si scaglia “contro l’arte fighetta”

Lo storico dell’arte ha pubblicato un pamphlet contro chi fa arte facilmente comunicabile e, a suo parere, senza sfumature. Cita pochi esempi. Ma trova nel “pop sotterraneo” casi luminosi. Oppure tragici come Kurt Cobain dei Nirvana

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

Cos’è “l’arte fighetta”? È un’arte capace di comunicare e di navigare solo in superficie, che si adegua alle esigenze del mercato e dei ceti più ricchi. Cosa non è fighetto? In musica, per esempio, non lo sono stati i Nirvana con Kurt Cobain distrutto da quel sistema di mercificazione al quale il gruppo voleva opporsi e dal quale è stato risucchiato. Ricaviamo queste osservazioni da un pamphlet dal titolo accattivante: “Contro l’arte fighetta” (Castelvecchi editore, 160 pagine, 16 euro, senza illustrazioni). Lo firma Christian Caliandro, storico dell’arte del 1979 e “Normalista”, vale a dire che si è laureato nel più qualificato istituto di alta formazione del Paese, la Scuola Normale di Pisa e chi passa di lì mantiene l’imprinting per sempre.

Lo studioso ha un obbiettivo: smontare l’arte che punta anzi tutto a essere facilmente comunicabile, oggi si dice instagrammabile. Caliandro striglia quelle opere che “si adeguano ai meccanismi interni della comunicazione pubblicitaria”, che rifuggono le sfumature, a “ogni complessità interna”, che rinunciano a ogni afflato utopico, a ogni tentativo di trasformare il pensiero ma si adeguano.  

Conta solo il prezzo o il numero di album venduti 

Caliandro rileva una prassi poco sana che, ad esempio nei media, è consolidata: è il prezzo (alto o meno) a determinare se un’opera è valida o meno, non viceversa. Quando si tratta di musica il numero di album venduti, oggi di visualizzazioni o di brani scaricati, diventa il criterio con cui si giudica un lavoro della creatività. Senza che Caliandro la citi, basti aver visto una delle tante trasmissione televisive (anche l’ottimo “Che tempo che fa” di Fabio Fazio) per rendersi conto di come il numero di copie vendute sia talmente strombazzato da diventare metro di giudizio superiore a ogni valutazione critica. Provate a dire che un dato album campione di vendite per voi è scadente: se vi va bene sarete etichettati come “professorone” o “snob” che non capisce la gente.

La banana-installazione di Maurizio Cattelan, qui esposta alla mostra “Sembra vivo!” fino all’8 ottobre 2023 a Palazzo Bonaparte, Roma. Foto Ansa / Angela Gennaro

Chi ha in mente Caliandro?

Torniamo all’arte contemporanea. “Si afferma dunque definitivamente il modello dell’artista-imprenditore di successo, che porterà subito dopo a quello dell’artistar – scrive Caliandro – […] Molto velocemente le opere d’arte si adeguano ai meccanismi della comunicazione pubblicitaria. Basta analizzare anche solo superficialmente, da questa prospettiva, i lavori di molti autori appartenenti alla Young British Art (primo fra tutti, ovviamente, Damien Hirst) oppure confrontare alcuni lavori anni Novanta di Maurizio Cattelan con, per esempio, le campagne pubblicitarie realizzate da Oliviero Toscani per Benetton nello stesso periodo. L’opera deve essere immediatamente accessibile, deve ‘comunicare’ (piuttosto che ‘esprimere’, deve fare ‘sensazione’ (Sensation, appunto, si chiamava la mostra spartiacque di opere degli Young British Artists dalla collezione di Charles Saatchi allestita alla Royal Academy of Arts di Londra nel 1997)”. 

No all’opera “decorativa, retorica” 

L’opera d’arte sotto il tiro di Caliandro diventa “decorativa, retorica”, adotta un linguaggio “non disturbante”. A pagina 23 l’autore appunta: “si schiera implicitamente in favore delle classi agiate” magari “sfruttando l’estetica del disagio sociale in un’ottica di vera e propria poverty pornography” senza disturbare il manovratore. Caliandro prende una posizione necessaria. Tuttavia cita pochi nomi. Perché? Forse perché l’autore sa che chi frequenta od occhieggia il mondo dell’arte contemporanea capisce i suoi riferimenti? E chi ne è estraneo? Ovvero: non si tratta di fare il tiro al bersaglio, bensì di far capire a tutti il proprio messaggio se non lo si vuole mantenere nel circuito del sistema economico, finanziario, critico, dell’arte stessa. Lo studioso pensa anche a un artista come Ai Weiwei, per dire? O ad Anish Kapoor? Non lo scrive. Invece gli esempi servono, a chi non è addetta/o ai lavori.

 “Penso a Jeff Koons, a Hirst, a Cattelan”. Ma serve distinguere

A chi pensa allora Caliandro? In una presentazione al Museo del Novecento di Firenze a una domanda lo storico dell’arte ha risposto così: “Penso a Jeff Koons, a Hirst, a Cattelan, le loro opere funzionano con i meccanismi della comunicazione pubblicitaria mentre l’opera ha un meccanismo opposto alla pubblicità, prevede sfumature, ambiguità, la gente è disabituata a cogliere le sfumature mentre l’arte è fatta di sfumature”.
Poiché conta di più la parola stampata, forse Caliandro poteva citare Koons anche nel libro. E poi su un autore come Cattelan andrebbero fatti dei distinguo: un conto è la furbata della banana appesa al muro come un’opera, rimasticando azioni praticate dalle avanguardie di un secolo fa, altra faccenda sono sculture come “Him”, un piccolo Hitler in ginocchio che è quanto meno perturbante, inquietante, pieno di sfumature.

Per un’arte “sfrangiata”. Fino al dramma di Kurt Cobain

Mosso da motivazioni etiche prima che estetiche, Caliandro propugna un’arte “sfrangiata”, prona, “scomoda”, “non accattivante”. Lancia una proposta come una sorta di manifesto. Più che nelle arti visive rintraccia esempi riusciti di “arte sfrangiata” nel “pop sotterraneo” fine anni ’70, anni ’80 e anni ’90. Un periodo in cui ricorda i dischi berlinesi di David Bowie e i suoi “heroes”, capolavori come “Fear of Music” o “Remain in Light” dei Talking Heads con Brian Eno, i Depeche Mode, i Bauhaus, i Joy Division , i Cure insieme a molti altri. Ed è in questo mondo che registra con tono partecipato una tragica contraddizione: una musica contro il “sistema” economico, ideologico e finanziario quale quella dei Nirvana una volta diventata fenomeno mondiale è diventata oggetto del “sistema” stesso con un meccanismo che porterà un sensibilissimo e autentico Kurt Cobain ad autodistruggersi.
Che sia una tragedia insolubile, quando il mercato assorbe ogni cosa, anche chi lo contesta una volta che questi rende soldi a palate? 

 

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

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