Tra calcio e poesia la danza sublime di Andrés Iniesta, «l'uomo che ha messo ordine al caos»

Gianni Montieri è un poeta, la sua ultima raccolta si intitola «Le cose imperfette» (Liberaria 2019). Scrive per Doppiozero, minima&moralia e HuffPost. Si occupa di calcio e letteratura per Rivista Undici e L'Ultimo Uomo. Dal 7 ottobre per 66thand2nd racconta l'avventura di uno dei più grandi calciatori di sempre.

Tra calcio e poesia la danza sublime di Andrés Iniesta, «l'uomo che ha messo ordine al caos»
Elaborazione grafica della copertina di «Andrés Iniesta, come una danza» (66thand2nd)

Il 7 ottobre vede la luce Andres Iniesta, come una danza, un libro sorprendente firmato da Gianni Montieri per 66thand2nd. Un ritratto poetico della vita formidabile di un campione formidabile. Uno schiaffo al pregiudizio tutto italiano che vorrebbe il pallone e i suoi campioni relegati ad argomento da bar.

In questo libro, in questa vita, c’è invece tanta letteratura, c’è il lirismo della leggerezza, c’è la commovente fragilità degli esseri umani, che ha a che fare con il peso del talento, con il dolore per la lontananza di un padre e di una madre, con la morte prematura di un amico, con una certa malinconia piena di consapevolezza.

Andrés Iniesta Luján è un calciatore spagnolo che ha vinto tutto, con la maglia del Barcellona e con quella della sua nazionale. Oggi 37enne, è andato a chiudere la carriera in Giappone, a Kōbe, con la maglia del Vissel.

Giorgio Parisi è invece un fisico e accademico italiano di 73 anni, fresco premio Nobel per i suoi studi sui sistemi complessi. Ha detto a Repubblica: «Se dovessi dire qual è la cosa più bella per me, è trovare un ordine nel caos».

Dice Montieri a proposito di Don Andrés: «[...] non ama il disordine, ha una vocazione innata per la risoluzione del caos, specie quando questo caos si manifesta su un campo da calcio».

Andrés Iniesta, premio Nobel per il centrocampo.
Quasi mi commuove questa coincidenza. Iniesta in campo ha fatto esattamente quello, ha messo ordine nel caos e lo ha fatto attraverso una bellezza estrema. Per lui trovare l’ordine era tenere la palla qualche secondo in più del tempo consentito a un calciatore umano, dribblare un paio di avversari, trovare uno spazio che vedeva soltanto lui in cui finalmente far passare la palla, e consentire lo sviluppo dell’azione così come doveva essere.

Questo libro non è esattamente una biografia, certamente non è un romanzo, non segue nemmeno la vita di Iniesta in un ordine cronologico: in qualche modo è un esercizio di caos organizzato?
Prima di mettermi a scrivere avevo due idee: la prima era che non ci fosse un filo troppo rigido. Poi se ci pensi gli estremi non sono così distanti: quella mancanza di ordine cronologico ha un suo ordine che risponde a criteri di ritmo, di rimandi tra i capitoli, ha una sua circolarità.

E la seconda idea?
Era che Iniesta parlasse.

Che è una delle cose che rende questo libro sorprendente: l’io narrante molto spesso è l’ autore, ma in certi capitoli è colui che dovrebbe essere l’oggetto del racconto.
Mi sembrava divertente che Iniesta partecipasse al libro. Buona parte della sua vita, pubblica e privata, è nota a tutti. Era interessante far commentare a lui le vicende della sua vita in tepo reale, mentre avvenivano. E poi a posteriori aggiungere una sua voce attuale, di lui in Giappone, con uno sguardo più distante dalle cose.

Come ci hai lavorato, com’è stato essere Iniesta?
Me lo sono immaginato attraverso la sua biografia, che è uscita soltanto in Spagna, e ho integrato con documentari e interviste. Ha un tono di voce molto tranquillo, riflessivo, così com’era in campo. Sembra che anche nel parlare non butti mai via una parola, che stia lontano dal superfluo. È sempre stato un cercatore di bellezza, ma mai fine a se stessa. Così mi sono immaginato una persona con una leggera ironia, molto precisa, con una visione d’insieme delle cose.

La bellezza, appunto. Rendi naturale parlare di calcio e di poesia nello stesso libro, nella stessa pagina, nella stessa riga. Come se fosse naturale raccontare un tipo di bellezza attraverso una bellezza altra.
Con Iniesta questo viene facile, è uno che aiuta la poesia, aiuta il racconto fantastico. Sembrava che sul campo fluttuasse leggero, che nemmeno toccasse la palla, che scivolasse sull’erba, come diceva Guardiola. Il calcio e la poesia in certe cose sono molto simili: c’è uno spazio da occupare e uno spazio da lasciare libero. In questo senso il calcio di Guardiola sembra quasi un manuale di metrica.

Tra le molte citazioni poetiche, due in particolare rubano l’occhio. Una è della canadese Anne Carson, che ha che fare con «l’imperduto», con il concetto di assenza. La cosa sorprendente è che dà voce a un pensiero di Lionel Messi.
Messi si trova in mezzo al campo, si gira e non vede più Iniesta, che ha già lasciato il Barcellona. L’economia dell’imperduto è proprio quella piccola cosa, anche inutile secondo Carson, in cui però risiede l’essenza della poesia. Il suo non servire a nulla in realtà serve a tutto. E come se Messi, per un istante, si fosse rifugiato in quella piccola cosa che non c’è più, in quell’assenza che tu citavi, scoprendola fondamentale.

L’altro è un verso di Diego Armando Maradona, riguarda il peso della Coppa del Mondo.
Pensavo di aver visto e sentito ogni cosa relativa a Maradona. E invece su Instagram è spuntato questo video in cui Diego dice che sono migliaia le persone che giocano a calcio, eppure lui è uno dei pochi fortunati che conosce il peso della Coppa del Mondo. Mi è sembrata un’immagine stupenda e l’ho usata con Iniesta, perché anche lui è tra quei fortunati, conosce quel peso e sa che è leggero, sublime.

Pasolini diceva che ogni partita di calcio è un discorso drammatico. Anche nella vita di uno degli atleti più vincenti ci sono dei risvolti drammatici.
La depressione di Iniesta è stata molto raccontata - anche da lui in prima persona - e molto ben gestita. Sia dal Barcellona che dalla famiglia, dai suoi amici e dal medico che lo aveva in cura. È stato un lavoro di squadra che gli ha permesso di uscirne. Arriva come un colpo di pistola, dice lui, con la morte di Dani Jarque, un suo amico che giocava con l’Espanyol.

Un infarto a 26 anni, a Coverciano, durante un tour estivo in Italia con la sua squadra.
La stessa morte di Davide Astori. Iniesta arrivava da un periodo molto stressante, quello è stato il detonatore. Era l’estate del 2009, riprenderà a giocare a febbraio 2010. A luglio vincerà il mondiale segnando in finale, sotto la maglia della Spagna ne aveva un'altra con scritto: Dani Jarque siempre con nosotros.