Chi è Lafanu Brown? Intervista a Igiaba Scego, in libreria con "La linea del colore"

Dall'America in lotta per l'abolizione della schiavitù all'Italia in guerra per l'indipendenza un'eroina straordinaria che vuole diventare una vera artista

Chi è Lafanu Brown? Intervista a Igiaba Scego, in libreria con 'La linea del colore'
©SIMONAFILIPPINI

Alla Libreria Tuba in Zona Pigneto a Roma: sai è la libreria delle donne.

Igiaba Scego  è una delle donne e delle scrittrici che più ammiro. Ho appena terminato di leggere il suo nuovo libro, e ne sono stata folgorata, come di tutti i libri precedenti a partire da “La mia casa è dove sono” (Rizzoli) fino ad “Adua” (Giunti), passando per “Roma negata” (edizioni Ediesse).

Quindi è con grande gioia che entro insieme a lei idealmente nella libreria Tuba e vi invito a mettervi comodi per leggere come sarebbe andato il nostro incontro.

Igiaba Scego torna in libreria con un nuovo libro, “La linea del colore” (Bompiani) che non è solo uno splendido romanzo, aspro e tagliente, accorato e dagli scenari importanti, ma contiene anche un puntuale e dettagliato saggio critico, che prende il lettore per mano e lo conduce con passione e partecipazione nel laboratorio creativo della scrittrice italiana di origini somale, chiarendogli motivi di ispirazione per il romanzo, dati reali e storici su cui è basato e illuminando personaggi sconosciuti ai più, come Edmonia Lewis e Sarah Parker Remond.

Protagonista assoluta una donna eccezionale, tanto autentica e ben descritta da sembrare del tutto reale (confesso di aver fatto una ricerca in rete nella certezza di trovare le sue pitture da poter ammirare, e invece i rimandi erano unicamente al libro di Igiaba Scego): Lafanu Brown, nata da una donna della tribù indigena d’America Chippewa e da un uomo haitiano, che “sapeva dare forma ai volti”.

L’artista Lafanu Brown compie a ritroso la tratta atlantica che a partire dal Cinquecento portava nelle Americhe come schiavi uomini e donne africane, disegnando un triangolo che partiva dall’Europa passava per l’Africa e terminava nelle Americhe. Lafanu nasce in America durante le lotte abolizioniste, giunge in Europa per diventare un’artista vera, si stabilisce a Roma quando non è ancora la capitale d’Italia, e idealmente con il suo quadro più importante, Forever Free, approda in Africa:

Al centro  c’era una donna dai capelli crespi e corti, nuda. Era in piedi su una conchiglia, con le catene ancora evidenti ai polsi. Catene che erano state spezzate dal vento o forse dalla ragazza stessa. C’era solo quella ragazza, in piedi sulla conchiglia.

Come nella Venere nera disegnata da Lafanu confluiscono tutte le donne più importanti della sua vita, così Lafanu Brown mi sembra che sia una sintesi e una sublimazione dell’essere donna, determinata e consapevole del proprio ruolo e della propria “missione”.

Chi è Lafanu Brown per Igiaba Scego?

Lafanu per me è una sorella, un’amica, una compagna di lotta e spesso è stata un angelo custode. Infatti è arrivata a me in un periodo molto difficile per la mia vita. In famiglia si sono ammalati in tanti. Mio fratello ha avuto un cancro devastante (e ho dato a Leila la protagonista della parte contemporanea del libro il carico di questo tumore) di cui per fortuna è guarito, mia madre ha avuto altri problemi ma va avanti e mio padre ci ha lasciato, ma come mi ha detto la mia amica Carla Toffolo, i nostri genitori non ci lasciano mai. Sono solo nella stanza accanto. E io sento che Papà c’è sempre. Lafanu non mi ha lasciato mai e le sono grata. La vena poetica poteva inaridire dopo tutta questa sofferenza, ma invece lei è rimasta. Inoltre abbiamo superato anche le crisi economiche insieme. Di solito le persone quando pensano a noi scrittori/scrittrici ci vedono come i film di Hollywood con una villa sul mare, una bibita ghiacciata, un vestito firmato, il computer e lo sguardo perso oltre l’orizzonte. Invece la realtà di molti, non di tutti, è che te ne stai nella tua tana metropolitana in affitto con il traffico che ti scorre quasi dentro le orecchie. Certamente ci sono scrittori privilegiati con la villa al mare, ma molti sono come me: fanno mille lavori per mantenersi la scrittura, per mantenere un sogno. Non è facile (in Italia direi impossibile) vivere di scrittura, ma lo continuiamo a fare perché ci aiuta a vivere la scrittura e soprattutto mette in relazione il nostro io profondo con i lettori/lettrici. E a volte quando incontri in questo io profondo una Lafanu Brown ti salva la vita, quando tutto ti crolla intorno. Lafanu è nata dalla congiunzione di queste due donne realmente esistite, Edmonia Lewis e Sarah Parker Remond, e mi è sembrato bellissimo che due donne nere abbiano trovato rifugio nella mia Roma. Ma la mia Lafanu per me oltre che personaggia è anche un ponte che mi ha fatto vedere la mia Roma, la mia Italia, con occhi diversi. Mi sono dovuta spogliare del mio essere romana, per vedere la città e il paese che spesso c’è, ma nessuno nota. Ecco perché nel libro insieme alle vicende dei vari personaggi c’è un percorso che illumina la Black Italy, quell’Italia fatta di presenze nere che sbucano da un quadro, da una fontana, da un capitello. Quell’Italia che ci racconta il paese nella sua pluralità. Lafanu quindi è anche stata una specie di guida, mi ha portato per mano (e spero sarà così anche per chi legge) dentro un paese che spesso ci dimentichiamo quanto è bello e ricco di storie. Poi naturalmente Lafanu è anche una sognatrice, in questo mi assomiglia. Pensare di diventare una scrittrice nera e italiana era qualcosa di impossibile ai miei tempi. Sento che la mia generazione (non solo io, ma Cristina Ali Farah, Gabriella Kuruvilla, Gabriella Ghermandi) ha lottato parecchio per ottenere quel diritto all’immaginazione che ci è stato negato. Per molto tempo non siamo stati considerati/e letteratura italiana. E ancora oggi c’è chi ci considera non parte del canone nazionale, me ne accorgo del trattamento che spesso hanno i nostri scritti da un certo mainstream. Ma anche il mainstream sta cambiando e insieme a noi oggi ci sono le giovani generazioni a combattere. E all’estero si sono accorti quanto fermento c’è in questa Italia che è anche altrove. Quindi essere sognatrici ci accomuna, io e Lafanu sogniamo e lo facciamo alla grande. Perché chi smette di sognare è perduto.

 

Si sente che in “La linea del colore” c’è un sostrato di dolore, tangibile e battente, che mette ancora più in risalto la figura di Lafanu Brown e la sua determinazione a percorrere la sua strada.

Accennavi al secondo binario della storia: i nostri giorni in cui l’io narrante, Leila appunto, innamorata come te di Lafanu Brown, decide con l’aiuto di un’altra studiosa, di portare l’artista nera alla Biennale di Venezia. Uno spaccato d’attualità che serve per evidenziare con maggiore incisività quanto siano importanti vite come quella di Lafanu. In particolare un tema che mi sembra ti stia particolarmente a cuore, e che rifulge dolorosamente attraverso la figura di Binti, una giovane ragazza che cerca di attraversare quella che è la nuova tratta di vite umane: la libertà di viaggio e la differenza sempre più profonda tra un passaporto forte e uno invalido.

“La linea del colore” si inserisce profondamente nella battaglia per i diritti, che ti vede da tempo in prima fila?

RISPOSTA: Leila viene da lontano. La prima volta che ho inserito un personaggio figlia di migranti come me è stato nei racconti di Pecore Nere (una raccolta che comprendeva oltre i miei anche i racconti di Gabriella Kuruvilla, Laila Wadja, Ingy Mubiayi) dal titolo Salsicce e Dismatria. Era il 2005 e avevamo deciso di uscire con la nostra identità. L’Italia non ci riconosceva, eravamo stranieri, alieni, altrove. Ma noi eravamo un mix di appartenenze ed eravamo italiani, chi nero, chi musulmano, chi con gli occhi a mandorla, ma italiano. Ci abbiamo messo anni a far capire qualcosa che per noi era ovvio, che eravamo roba made in Italy mischiato ai mondi dei nostri genitori che erano anche quelli altrettanto nostri. E abbiamo in tanti continuato a parlare della nostra situazione in between, di far parte di un paese che in fondo ancora si vergognava di noi. Ci sentivamo figli rifiutati. Poi gli anni sono passati e la nostra età, siamo diventati madri e padri, alcuni sono emigrati all’estero, altri hanno continuato a scrivere. Nuove seconde generazioni si sono affacciate prima alla vita e poi anche all’arte. Ma nonostante le nostre varie età, l’Italia ci considera sempre un fenomeno nuovo e sempre un po’ estraneo. Quindi Leila, la curatrice afroitaliana, che studia Lafanu, è un ponte per vedere l’Italia con lenti diverse, filtrate dalle sue lenti di nera e italiana. Ed è lei a parlare del suo privilegio, perché Leila (che a tratti posso sembrare io, ma in realtà mi sono ispirata alla mia amica Leila el Houssi anche) ha la cittadinanza italiana, sa di avere dei privilegi di viaggi, sa che quel passaporto forte le permette di andare ovunque. Ma la sua origine somala le permette di capire che per i diritti si deve lottare, perché salvaguardare i diritti degli altri significa prima di tutto salvaguardare i propri. Quando Leila dice che la mobilità è un diritto umano, pensa sì alla cugina costretta ad un viaggio inumano, ma pensa anche a se stessa… sa che basta una crisi (e gli italiani/e se ne sono accorti con il Coronavirus) per perdere quello che si ha. Inoltre tutto il libro è una grande riflessione sul viaggio, perché oggi abbiamo messo in mano ai trafficanti e ai dittatori feroci qualcosa di prezioso come il viaggio. Invece di far ricattare un essere umano da un trafficante o farlo finire in un lager, non sarebbe importante ripristinare una legalità di viaggio fatto di visti? Oggi nessuno del sud globale ha la possibilità di entrata legale. Costringiamo molte persone a emigrare come unica scelta. Annullando ogni altra possibilità di viaggio legale, per esempio di studio o lavoro stagionale. Insomma abbiamo reso qualcosa che prima era stato possibile, negli anni 70/80, impossibile. Una follia. Sì il mondo in cui viviamo è folle, totalmente folle.

 

La scoperta della tua scrittura, con “La mia casa è dove sono”, per me è stato lo svelamento di un mondo, che vedevo certo ma che con il tuo libro diventava tangibile, anche per chi come me, nata e cresciuta in un piccolo paese tra la Campania e la Basilicata non ne aveva fatto l’esperienza diretta tra i banchi di scuola, ma solo nelle aule universitarie. E ti sono legata da allora, per questa doppia origine, che è una ricchezza preziosa e che tu condividi con generosità.

C’è qualcosa che lega Leila e Lafanu: la fontana dei Quattro Mori di Marino, uno dei borghi dei Castelli Romani. Come già in “Roma negata” il tuo sguardo acuto, permette di svelare e illuminare opere d’arte, piazze, monumenti che allo sguardo frettoloso del passante possono sfuggire nella loro reale essenza. Per lo stesso motivo, dopo “Adua”, mi è caro l’elefante del Bernini in piazza della Minerva. 

Attraverso i monumenti, in tutti i tuoi libri, ma fortemente in “La linea del colore” rendi evidente la visione razzista che ha attraversato la Storia italiana, ma contemporaneamente come dimostra il “gondoliere elegante” nel dipinto del Miracolo della Croce a Rialto di Vittore Carpaccio a Venezia, la costante presenza dei neri nella penisola. 

La storia dell’arte più che lo studio della Storia può aiutarci a guardare, a capire, a fare i conti con il passato e gli stereotipi che continuiamo a fomentare? e che valore assumono nella tua scrittura?

RISPOSTA: Ho sempre pensato che la mia città, Roma, fosse come una torta di nozze, è fatta a strati. In ogni strato ci sono infinite storie. E nel tempo ho capito che la città ci parla di tutte le sue storie. In una serie di documentari molto famosa Meet the romans della storica inglese Mary Beard si vede che Roma era fatta da mille popoli e mille favelle: ebrei, africani, spagnoli, siriani ecc., tutti naturalmente cittadini di Roma, perché Roma al contrario dell’Italia inglobava tutti e dava la cittadinanza. E da sempre Roma, ma oserei dire l’Italia intera, è stata plurale: da Federico II alla guerra di corsa, dalla storia coloniale alle migrazioni di oggi. La storia, bella e brutta che sia, ha portato le persone a intrecciarsi, a conoscersi. Inoltre ho scoperto, prima con Roma Negata e ora con La linea del colore, che la città parla. Ci dice tutto. Persino le alluvioni che ha avuto, quella del 1870 che c’è nel libro, prima ancora di documentarmi in archivio, l’ho scoperta perché era segnata l’altezza dell’alluvione del 1870 in una parete di un palazzo a Piazza Navona. Quindi l’arte, i ruderi, le fontane, i palazzi parlano sempre. E non sono quasi mai tracce che ci lasciano indifferenti. Da una vita che mi capita di vedere neri, alcune volte incatenati e altre volte per fortuna liberi, in quadri e monumenti antichi. Nel romanzo naturalmente è Lafanu e poi Leila che condividono con me il colore della pelle a non rimanere indifferenti davanti a certe tracce e a cercare in ogni modo di decodificarle, darle un senso. Lafanu le disegna, Leila le studia. E questo le collega attraverso i secoli. Non è un caso che loro si accorgono e altri no. Perché la sofferenza degli antenati, portati in ceppi nelle Americhe, fa capire a Lafanu che anche l’Italia non è esente da una storia coloniale e schiavile e fa capire a Leila che quel colonialismo, quella schiavitù non è davvero finita del tutto, ma si è solo evoluta. Non a caso quel sistema violento si abbatte su Binti e su tutte le ragazze che compiono il viaggio dalla Loro Africa ad un Europa che non le vede come persone, ma come problema.

Per questo insisto sulle mappe e sulle tracce nei miei libri. Per costruire non solo un’altra storia, ma anche un’altra geografia spaziale. Io non sono per la distruzione dei monumenti, anche quelli dal significato pesante (penso all’obelisco con la scritta Mussolini Dux al foro italico), ma una loro decostruzione/decolonizzazione. In un suo famoso articolo Gianni Rodari proprio del foro italico diceva che andavano fatte delle aggiunte, perché il fascismo lì si autoglorificava e invece andava portata tutta quella grandiosità teutonica del totalitarismo ad una dimensione reale, mostrare il male che era stato fatto alle genti. Per esempio un’aggiunta potrebbe essere parlare di colonialismo ottocentesco (perché noi spesso parliamo del colonialismo fascista, dimenticandoci che Mussolini era in continuità con l’Italia liberale) quando si vede la stele di Dogali a Roma. Non è un caso che il libro si apre proprio con la scena dell’arrivo della sconfitta italiana a Dogali per mano dei partigiani etiopi. Perché per me ci sono tante Italie nel libro, tutte sotto il segno della bellezza. Unica eccezione l’Italia coloniale, quella che vediamo all’inizio, che guasta a Lafanu l’idea d’Italia. Per fortuna non del tutto. Grazie questo a Ulisse Barbiere, anarchico, anticoloniale, che si innamora di lei.

 

Tante Italie in “La linea del colore”, ma soprattutto un’Italia, ma anche un’Europa, e in particolar modo una Roma viste da un’angolatura particolare: lo sguardo, l’ottica, la percezione e l’immaginario di un’afroamericana come Lafanu. A sua volta una personalità d’eccezione, che guarda, vede ed è alla ricerca di prospettive insolite.
Nelle pagine finali, ribadisci che “La linea del colore” non è un romanzo afroamericano, ma afroitaliano perché tu lo sei.
Quanto è stato complesso trovare un equilibrio tra i due poli in cui si muove la storia principale: l’America schiavista e abolizionista e l’Italia non ancora totalmente ricostituita; la visione di Lafanu e quella di Igiaba Scego; e in che modo la storia parallela di Leila ha facilitato o amplificato la convergenza?

RISPOSTA: Allora prima ti spiego una cosa per rispondere alla tua domanda. Devi sapere che noi afroitaliani/e, sia della mia generazione (quarantenni abbondanti) sia i più giovani, abbiamo sempre guardato all’America o meglio agli afroamericani. Loro sono sempre stati il nostro faro. Io personalmente sono grata a Rosa Parks, James Baldwin, Malcolm X, Martin Luther King, l’immensa Toni Morrison. Sento che la mia libertà viene dalla loro lotta. Sono stati i nostri modelli di vita quando nella nostra Italia eravamo invisibili. Sono stati il nostro giubbotto di salvataggio quando non trovavamo le parole per descriverci. Ci e mi hanno insegnato a lottare, a credere come dice Sam Cooke “It’s been a long time coming, But I know a change is gonna come, oh yes it will”. Ma detto questo c’è una verità che io personalmente mi sono detta intorno ai 25 anni. Pur ammirando, amando gli afroamericani, ho capito che non lo ero. Che mi attaccavo a qualcosa di importante, che era parte di me, ma io ero qualcos’altro. E questo qualcosa non era afroamericano, era somalo e italiano. Ho capito che dovevo fare due cose: 1) scoprire l’Africa o meglio il Corno D’Africa e 2) scoprire l’Italia. Ovvero capire che la mia identità era afroitaliana e non afroamericana. E con Lafanu ho fatto una cosa importante per me. Vedere sì una donna afroamericana che sogna però di venire in Italia. Quasi un rovesciamento di quello che ho vissuto. Uno sguardo che attraversa l’Atlantico, facendo il viaggio alla rovescia degli schiavi, e che si posa sul nostro paese. E così che ho trovato l’equilibrio, ho seguito Lafanu in questa sua passione (dove ci sono anche delusioni, in primis l’Italia coloniale) per l’Italia e ho capito quanto di fatto io amo il mio paese sgangherato, la mia città Roma sgangheratissima. L’equilibrio me lo ha dato il fatto di capire come dice spesso Tomaso Montanari, che siamo tutti Italiani per ius soli, perché è l’esposizione al bello, all’arte che ci rende veramente italiani. Non il sangue, ma il fatto che questa terra la viviamo, ne facciamo parte, tutti e tutte. Lo sguardo mio e di Lafanu di fatto si intreccia grazie a Leila. E lei che fa da ponte tra la mia scrittura e la mia personaggia principale. Leila di fatto è un ponte, ma anche un paio di occhi che mi hanno guidato nella stesura di una lingua che ho cercato, me lo diranno i lettori poi, a non rendere mai banale o scontata. Speriamo di esserci riuscita.

 

Da lettrice posso confermarti, Igiaba, per quello che mi riguarda, che la tua lingua è sempre pregnante e mai scontata né banale.
Non so se per “La linea del colore” nel tuo laboratorio linguistico sia cambiato qualcosa, ma per quanto mi riguarda da lettrice mi sembra che la tua attenzione linguistica sia sempre stata molto alta e accurata. Una lingua non asettica né neutra.
Nel nuovo romanzo mi sembra che ci sia anche una particolare cura nella struttura narrativa. Non solo e non tanto nei due binari narrativi che scorrono in parallelo sulla linea del tempo, l’una nella seconda metà dell’Ottocento l’altra nella contemporaneità, e che si intersecano nei temi e nelle situazioni, portando a quella compenetrazione di visione tra Lafanu e Leila, quanto soprattutto nelle sfaccettature che hai saputo rendere nella storia di Lafanu che muta costantemente da una confessione epistolare che poi si allarga a una narrazione in terza persona.
Un dentro, attraverso la focalizzazione su Lafanu, e un fuori, che permette di ampliare gli orizzonti, creare connessioni, sovrapporre mondi e prospettive. In questo modo il mondo di Lafanu, che abbraccia tre diversi continenti, non viene limitato ma amplificato dall’eccezionalità del personaggio e non si esaurisce nella donna, ma lascia spazio ad altre figure fondamentali e luoghi diversi.
La lettera confessione di Lafanu in che rapporto sta con la narrazione in terza persona?

RISPOSTA: Per La linea del Colore è stato fondamentale lavorare sui personaggi cosiddetti secondari. Dico cosiddetti perché per me nessun personaggio è veramente secondario. Un romanzo è come lo scheletro umano, ogni osso è necessario, anche quello più piccolo. Lafanu non si muove in uno spazio vuoto, ma il suo essere persona si crea in aderenza od opposizione agli altri. Cosa sarebbe Lafanu se non ci fosse il padre haitiano rivoluzionario? E il suo rapporto con Timma sorella amata e poi mai più vista? E sì Lafanu diventa se stessa grazie all’istitutrice Lizzie Manson, per non parlare del suo rapporto amore-odio, dipendenza e voglia di libertà che instaura con Betsebea. Per me La Linea del Colore è un affresco, non un brano solista. Lafanu esiste in rapporto agli altri. E lo stesso Leila. Per far emergere tutte queste voci ho dovuto continuamente tradire le forme stilistiche scelte ovvero l’epistolario nella parte ottocentesca, il discorso in prima nella parte contemporanea. Le forme sono infatti spurie. L’epistolario di Lafanu contiene altre voci, a volte altri epistolari come quello di Lizzie a Harriet. O ci sono dialoghi, descrizioni. E la prima persona di Leila sembra quasi come una donna che in un film ci parla direttamente in camera. Inoltre per me è stato incredibile entrare dentro i corpi di persone così diverse da me per epoca storica vissuta e per lingua usata. Devo dire che mi sono divertita molto a creare i dialoghi di Betsebea Mckenzie, Henrietta Callam e Lizzie Manson. Poi c’è Frederick. Mentre scrivevo di lui mi innamoravo di lui ed è stato difficile far vedere che un uomo a tratti perfetto portava su di sé quei germi di maschilismo che troviamo spesso anche negli uomini della nostra vita. Lui non capisce fino in fondo Lafanu, ma fa uno sforzo. Ho cercato di calarmi dentro il suo corpo di maschio e i suoi tentennamenti.

In questo libro ho lavorato molto sul linguaggio. Ho cercato di evitare di fare dialoghi di maniera, ma ho cercato nonostante i secoli che mi dividevano dai personaggi di rendere tutto fluido e realistico.

Nonostante poi i temi forti, i personaggi non mancano di ironia. Quando Lizzie descrive le sue studentesse per esempio. L’Ironia nei miei libri non manca mai. C’è dramma, ma anche ironia.

QUI il link alla mia lettura di “La mia casa è dove sono” Rizzoli.

QUI il link alla mia lettura di “Roma negata”

QUI il link alla mia lettura di “Adua”

di Giuditta Casale