Le valchirie rosse: 5 rivoluzionarie dell’Est e gli scontri con i compagni di sinistra

Il saggio di Kristen R. Ghodsee ripercorre le vite di cinque donne sovietiche rivoluzionarie: dalla Lagadinova, partigiana a soli 12 anni, alla moglie di Lenin. Intervista a Noemi Ghetti che ha curato la prefazione

Le valchirie rosse: 5 rivoluzionarie dell’Est e gli scontri con i compagni di sinistra
Aleksandra Kollontaj
Come scrive Noemi Ghetti* nella prefazione al volume: "L’auspicato avvento dell’uomo nuovo non ci sarebbe mai stato senza la formazione di una nuova donna".
Kristen R. Ghodsee ritrae cinque rivoluzionarie socialiste che hanno cambiato la storia politica, sociale e culturale delle donne in Europa e nel mondo. L’aristocratica Aleksandra Kollontaj (in foto), protagonista della Rivoluzione bolscevica; la pedagogista radicale Nadežda Krupskaja, che fu moglie di Lenin; la passionale Inessa Armand, che fu stretta collaboratrice di Lenin e forse sua amante; l’infallibile cecchina antinazista Ljudmila Pavličenko; la partigiana bulgara Elena Lagadinova, scienziata e leader del movimento globale delle donne.
Attraverso le vite di queste attiviste vissute a cavallo tra Otto e Novecento, Kristen R. Ghodsee traccia un’affascinante storia alternativa del movimento femminista.
Le Valchirie rosse furono promotrici di un femminismo inesplorato, che si sviluppò nell’Europa dell’Est, distinguendosi, per modalità e fini, da quello occidentale.
Queste rivoluzionarie infatti ripensarono radicalmente il ruolo della donna nella famiglia e nella società, spesso scontrandosi con le resistenze dei compagni maschi, che consideravano la questione femminile un obiettivo secondario rispetto alla rivoluzione e all’edificazione dello Stato socialista. Sempre in bilico tra le esigenze della lotta di classe e l’impegno a migliorare la condizione delle donne, le Valchirie riuscirono a ottenere importanti conquiste sul fronte dell’emancipazione femminile. 
Dal diritto di voto all’accesso all’istruzione superiore, dalla legalizzazione dell’aborto e del divorzio alla naturalizzazione dei figli nati fuori dal matrimonio, fino alle misure di assistenza alla maternità e all’infanzia. Con le loro storie e i loro successi le Valchirie rosse hanno indicato la strada di un’emancipazione femminile che si inserisca nel più ampio progetto di costruzione di una società equa per tutti: un insegnamento valido ancora oggi per le attiviste di tutto il mondo.
Abbiamo intervistato la professoressa Noemi Ghetti che ha scritto la prefazione al volume pubblicato da Donzelli
 
Scrivere la prefazione di Valchirie rosse è stato semplice? Era a suo agio con questo testo? Si è confrontata prima con l'autrice?
La prefazione mi è stata proposta mesi fa dall’editore Donzelli, che aveva pianificato di pubblicare la traduzione italiana all’uscita dell’edizione inglese del libro. Ho lavorato così in gran parte sul testo originale, pur senza avere l’occasione di confrontarmi con l’autrice. Etnografa americana di origine persiana, docente di studi russi e dell’Est europeo, Kristen Ghodsee ha trascorso in quei paesi molti anni, in particolare in Bulgaria. Alla caduta del muro di Berlino, quando il sistema del socialismo di stato collassò, decise di dedicare i le sue ricerche alla difficile transizione al capitalismo, concentrandosi in particolare sulle specificità del femminismo nell’ex blocco sovietico. Una ricerca originale, alla quale le testimonianze sull’invasione nazista della Russia raccolte da Svetlana Aleksievič ne La guerra non ha un volto di donna hanno agevolato in particolare la contestualizzazione dell’impressionante storia della tiratrice scelta Lyudmila Pavličenko. E anche i soprendenti sviluppi posbellici della questione e i rapporti con il femminismo americano e internazionale che, a me meno noti, nel panorama bellico attuale sono divenuti di grande attualità.
 
Perché queste cinque donne sono promotrici di un femminismo originale?
I profili delle donne scelte, le tre russe Aleksandra Kollontaj, Nadezda Krupskaja e Inessa Armand, che a vario titolo furono vicine a Lenin, e poi l’infallibile cecchina ucraina Lyudmila Pavli
enko e la partigiana bulgara Elena Lagadinova, una protagonista del femminismo internazionale vissuta fino al 2017, consentono di polarizzare l’attenzione su due eventi chiave della storia del Novecento: la rivoluzione bolscevica del 1917, che durante la Grande guerra segnò la fine dell’impero degli zar, e la caduta del nazi-fascismo con seconda guerra mondiale. Un secolo di storia in cui il contributo delle donne fu rilevante, segnando l’ascesa alla ribata della storia di un femminismo socialista, dai caratteri ben diversi da quello borghese emerso a partire dalla seconda metà dell’Ottocento nei paesi capitalisti. Di ognuna delle Valchirie il libro delinea l’originale storia personale, evidenziando allo stesso tempo la comune disponibilità ad anteporre, all’occorrenza, gli interessi della collettività alle proprie inclinazioni. In una originale prospettiva in cui cui soggettività e collettivismo finalmente si integrano, alimentandosi reciprocamente.
 
Sarebbe stato possibile un socialismo senza femminismo o un femminismo senza socialismo?
Aleksandra Kollontaj, prima donna ministro della storia, che dopo la rivoluzione d’Ottobre ebbe l’appellativo di Valchiria come le amazzoni che nelle saghe nordiche che presiedevano alle battaglie, fin da ragazza femminista borghese militante, realizzò precocemente che l’avvento dell’uomo nuovo vagheggiato dai socialisti non ci sarebbe mai stato se non fosse comparsa, contestualmente, una donna nuova. Alla coscienza di classe portata dal marxismo occorreva insomma che si accompagnasse anche quella che Gramsci, unico tra i teorici del comunismo, definiva nei Quaderni del carcere la “formazione di una nuova personalità femminile”, consapevole della propria parte anche nel rapporto sessuale. Per ottenere questo era necessario che la donna conquistasse una propria autonomia e l’indipendenza economica, resa possibile dalla presenza di servizi sociali garantiti dallo Stato come l’assistenza medica gratuita, scuole materne, mense e lavanderie pubbliche. Senza contrare la legalizzazione dell’aborto e la parificazione dei figli naturali, conquistate in URSS già con la Rivoluzione d’ottobre.
 
L'uomo nuovo comunista era femminista?
Nel solco di una millenaria tradizione patriarcale anche un anarchico come Pierre-Joseph Proudhon considerava con sospetto il lavoro femminile fuori casa. Nel 1875, dopo la sanguinosa repressione dell’esperienza della Comune di Parigi, che con sconcerto aveva visto le donne combattere sulle barricate, pubblicò un feroce libello dal titolo Pornocrazia o le donne nei tempi moderni. Mai come nel secolo della borghesia, in cui si imposero la famiglia mononucleare e l’obbligo rigoroso della verginità prematrimoniale, il controllo sulle donne era stato tanto occhiuto. D’altra parte la libertà ha un costo: una donna casalinga è certamente più conveniente dal punto di vista economico. Nel proletariato poi l’oppressione delle donne era doppia: la lotta di classe e quella di genere con gli stessi compagni nelle rivoluzionarie comuniste sono sempre strettamente associate.
 
Quali sono le differenze macroscopiche tra femminismo occidentale e femminismo dell'Est? Esiste un femminismo capitalista e uno comunista? E se sì che obiettivi diversi hanno?
Il femminismo occidentale si limitava alla rivendicazione dei diritti positivi, economici e giuridici. Come Rosa Luxemburg e Gramsci acutamente evidenziavano, la galanteria era l’unico privilegio concesso alle donne borghesi. Il femminismo comunista, come Valchirie rosse sottolinea, ha invece molti valori da insegnare alle donne, che ne possano garantire l’effettiva parità in campo sociale e una vita privata, affettiva e sessuale, migliore, come Ghodsee scrive nel libro precedente Why women have Better Sex under Socialism (2018). Senza contare che nei paesi già detti d’oltre cortina nei quali il comunismo si affermò dopo la seconda guerra, e tuttora bilico tra Oriente e Occidente, la durata della vita, la diminuzione della mortalità infantile e la scomparsa dell’analfabetismo realizzarono successi impressionanti in pochi decenni.
 
Nel lavoro di smantellamento del patriarcato hanno conquistato più parità le donne americane ed europee o quelle russe?
Certamente le donne dei paesi dell’Est europeo a pari livello sociale appaiono più libere che nei paesi nostri. Da una parte la consuetudine con il collettivismo e dall’altra l’educazione letteraria costruita su letture come Che fare? di Černysšewskij, il romanzo cult ottocentesco della gioventù rivoluzionaria che ispirava modi di vita da compagni, hanno favorito lo sviluppo di forme di cooperazione, solidarietà e collaborazione tra donne migliori di quelle borghesi, invalse tra illuminismo e positivismo. Largo all’eros alato, la «lettera alla gioventù» con cui Aleksandra Kollontaj nel 1923 rispose alle pesanti offese di Lenin sulla questione del libero amore, è una lettura che consiglio vivamente.
 
Cosa ha imparato da questo libro che non conosceva prima?
«Le donne e la loro sorte mi hanno interessato per tutta la vita, ed è stato questo interesse che mi ha portato al socialismo», dichiara la Kollontaj. Al di là delle innegabili tragedie e del precoce fallimento del sogno comunista di riscatto degli oppresssi della storia, che Ghodsee certo non ignora, Valchirie rosse conferma che ci sono aspetti di quella utopia concreta che, se vogliamo pensare ad una società futura diversa dall’attuale, universalmente dominata dalla disumana dittatura del determinismo economico e del profitto, dobbiamo certamente salvare.
 
Kristen R. Ghodsee insegna Studi russi e dell’Est Europa all’Università della Pennsylvania, ed è conosciuta soprattutto per le sue ricerche di carattere etnografico sulla Bulgaria post-comunista e per il suo contributo nel campo degli studi di genere post-socialisti. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Why Women Have Better Sex under Socialism (Bold Type Books, 2018) e Second World, Second Sex (Duke University Press, 2019).
 
Di Noemi Ghetti ascolta anche l'intervista L'importanza della "questione sessuale" per Gramsci