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Eco e l'odio per "Il Nome della Rosa". Quel libro da 60 milioni di copie che non avrebbe mai voluto scrivere

Gli omaggi per i 90 anni di un gigante: un graphic novel di Manara, la ristampa del suo primo saggio e una nuova casa per la sua immensa biblioteca

Daniela Amentadi Daniela Amenta   
Eco e l'odio per 'Il Nome della Rosa'. Quel libro da 60 milioni di copie che non avrebbe mai voluto...

Lapidario, intransigente, coltissimo, curioso come un gatto, graffiante, bibliofilo impenitente, gran lavoratore, narratore divertito di aneddoti e barzellette, disegnatore anche, talvolta. E poi certamente tutte le formidabili moltitudini che ha incarnato con un talento strepitoso: semiologo, filosofo, scrittore, traduttore, accademico, medievista, critico, direttore editoriale. Soprattutto professore, perché Umberto Eco amava insegnare e il Dams di Bologna fu una delle sue grandi passioni, la creatura ribelle, probabilmente la più amata proprio perché irriverente e fluviale come lui. Quando nel 1977 sui muri dell'università apparve la scritta "Eco, coiffeur pour Dams" probabilmente gli scappò una risata.

Umberto Eco era nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932. Avrebbe compiuto 90 anni pochi giorni fa. Per questo, per onorare un compleanno ideale, una data tonda, la casa editrice La Nave di Teseo - altra scalpitante invenzione - ha ripubblicato il suo primo testo del 1958. Si intitola 'Filosofi in libertà', un esperimento di 'saggistica leggera'con filastrocche, poesie in rima, buffi disegnini per raccontare la filosofia, appunto, a modo suo. Ovvero con un taglio fulminante, laterale, imprevisto, irridente. "Un gioco serissimo", ha detto Elisabetta Sgarbi che continua a traghettare La Nave che fu anche di Eco con intelligenza e passione. Quel testo il professore lo firmò Dedalus, come l'artista da giovane di James Joyce. Aveva paura fosse troppo "leggero", scanzonato, una macchia per la sua carriera accademica. Furono stampate poche copie. Oggi è disponibile per tutti, un divertissement da leggere, sistemare alla lettera E delle nostre modeste librerie.

Nulla a che vedere con la biblioteca di Eco, pantagruelica, immensa. C'è un video su YouTube, a suo tempo trasmesso dalla Rai, dove il professore si aggira tra i suoi libri, montagne di libri, suddivisi tra corridoi simili a una mappa stradale: il salone come una piazza, di là la "via dei cretini", poco oltre lo "slargo degli indimenticabili". Quel filmato è un piano sequenza lungo un minuto e venti secondi con  Eco che cammina tra tomi, tascabili, volumi rilegati, copertine: una cattedrale di carta. O meglio un labirinto dove contenere molto delle scibile umano e magari qualche manoscritto misterioso.

Il modello della biblioteca ideale per Eco fu probabilmente la Stiftsbibliothek di San Gallo all’interno dell’abbazia benedettina svizzera che poi ricostruì nelle pagine de Il nome della rosa, il romanzo culto pubblicato nel 1980 da Bompiani: oltre 60 milioni di copie vendute, un  trionfo dal quale prese le distanze. Al Salone di Torino nel 2011 il professore lo disse chiaro e tondo: "Di romanzi ne ho scritti sei, gli ultimi cinque sono naturalmente migliori, ma per la legge di Gresham quello che rimane più famoso è sempre il primo. Che io odio".

Eppure l'obiettivo de Il Nome della Rosa fu centrato in pieno, perché Eco voleva scrivere una storia colta ma abbordabile anche dal grande pubblico. Così fu. Tanto che il testo "odiato" - tradotto in 45 lingue - ha inaugurato un genere letterario, è diventato un film di pari successo con Sean Connery nella parte di Guglielmo da Baskerville, ma anche una serie tv con John Turturro e Rupert Everett, un adattamento teatrale di Stefano Massini, un videogioco.

E adesso, proprio in occasione dei 90 anni del maestro, il romanzo diventerà un graphic novel firmato da Milo Manara. Lo ha annunciato Igort, il direttore di Linus, che proprio ad Eco ha dedicato l'ultimo numero monografico.
Ma non è il solo omaggio a questo gigante della cultura: la sua favolosa biblioteca, oltre 40mila volumi, ha trovato due spazi espositivi di prestigio: il grosso andrà nell’ala novecentesca della Biblioteca Universitaria di Bologna, allestita ex novo con librerie bianche, identiche a quelle che il professore aveva nella casa di Milano, in Piazza Castello, lì dove è morto il 20 febbraio del 2016. I volumi più antichi e preziosi invece resteranno nella Biblioteca Braidense del capoluogo lombardo.

Infine per i Quaderni dell'Aldus Club, è appena uscito il fascicolo 'Echi di Eco' con disegni di Tullio Pericoli e testi tra gli altri di Stefano Bartezzaghi, Giuseppe Lupo, Giuseppe Marcenaro sulle varie sfaccettature del professore: editore, romanziere, conferenziere, giornalista, battutista. Basterà per non smarrire l'eredità dell'uomo che improvvisava interviste impossibili, mescolava Roland Barhes e Dylan Dog, Mike Bongiorno e Wittgeinstein? Che teorizzava l'eterno fascismo, quello che parlava e parla ancora attraverso machismi, complottismi e populismo di massa amplificati  dalle trappole della tv e della Rete? L'intellettuale che studiava tanto i testi scolastici delle elementari quanto Kant, l'alchimia, il mondo vegetale e James Bond?
Sempre così avanti Umberto Eco che si fa fatica ancora a decifrarlo, comprenderne la mercuriale essenza, nelle infinite sfaccettature. Nelle sue ultime volontà, lasciate alla famiglia, ha chiesto per i 10 anni successivi alla morte non venissero autorizzate conferenze in suo nome. Ne riparleremo nel 2026 mentre un pendolo ticchetta incessante da qualche parte, forse tra le Langhe e il Monferrato.

Daniela Amentadi Daniela Amenta   
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