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"Vi svelo come insegnare ai bambini della scuola elementare la parità di genere, per una società libera dal maschilismo"

Il libro di Patrizia Danieli contiene delle proposte: materiali, ricerche, giochi, per l’insegnante e per chiunque senta responsabilità educative. Strumenti per costruire una cultura della parità

Claudia Sarritzudi Claudia Sarritzu   
'Vi svelo come insegnare ai bambini della scuola elementare la parità di genere, per una societ...

Patrizia Danieli ha scritto il volume Che genere di stereotipi pubblicato da Ledizioni. E' educatrice teatrale, pedagogista e insegnante di scuola primaria. Da diversi anni si occupa di pedagogia di genere, attraverso percorsi di formazione per adulti e adulte, ma anche attraverso laboratori di narrazione e spettacoli teatrali per bambini e bambine. E' autrice di articoli per le riviste Pedagogika.it, Vitamine Vaganti e Leggendaria.

"La mia prima identità professionale è quella di educatrice teatrale. Nel 2010 volevo costruire uno spettacolo sul femminile: mi interessava capire come, nel tempo, alcune donne fossero riuscite a coltivare i propri talenti fino a realizzare una professione, nonostante la società fosse loro ostile.
Come spesso accade (soprattutto accade alle donne, visti i dati sul Divario retributivo di genere e l’ultima edizione dell’indagine Istat sull’uso del tempo tra donne e uomini a cura di Cappadozzi, Michelini, Sabbadini) il “metter su famiglia” condiziona la vita professionale. Sono diventata mamma, ho cambiato città di residenza ed ho accantonato le mie ricerche. Ma non per molto: nel 2015, in occasione di una tesi per una seconda laurea, mi sono chiesta come potevo unire il lavoro sul femminile con la pedagogia. Ho iniziato così a esplorare un mondo molto vasto, fatto di studi che in Italia hanno ormai più di 50 anni di vita. Ho notato che spesso le scienze umane hanno lavorato in modo specifico attraverso i settori disciplinari; il mio intento era creare uno strumento utile, sintetico ma non superficiale, che potesse mappare l’esistente, sia in termini di contenuti, rilevando gli studi delle diverse discipline nel corso del tempo, sia rintracciando delle buone pratiche: strumenti dunque per fare educazione di genere, ma anche riferimenti oggi
fondamentali: attività di associazioni, gruppi, iniziative, case editrici. Il libro è nato con l’idea di “fare rete”".

Danieli ha scritto un libro molto importante che parte dall'analisi della società in cui viviamo, immersa in una cultura familistica, in cui le donne italiane lavorano meno della media delle donne europee e sopperiscono alle carenze del welfare. La trasmissione di credenze, valori e ruoli sociali è il cuore dell’educazione: nelle case, nelle istituzioni. Ed è da questa consapevolezza che dobbiamo partire se vogliamo costruire una società migliore e paritaria. 

L’intento di questo volume è, da una parte, decostruire l’ovvio, riconoscendo gli stereotipi di genere nel linguaggio, nelle immagini, nei libri di testo della scuola primaria, nel canone letterario. Dall’altra proporre un’idea di formazione pedagogica che parta dal sé, poiché nessuno può dirsi esente dall’incorrere in stereotipi di genere, sia nella vita personale che professionale. Proprio per il suo potenziale trasformativo, la pedagogia di genere dovrebbe far parte del bagaglio di ognuno. Questo testo contiene delle proposte: materiali, ricerche, giochi, per l’insegnante e per chiunque senta responsabilità educative.

Quando si è accorta che i bambini e le bambine iniziano a diventare maschilisti? 

La cultura patriarcale viene interiorizzata attraverso i luoghi comuni, i modi di dire, attraverso i silenzi. Secondo un’idea di conoscenza che non è oggettiva ma incorporata, situata (Standpoint theory), che parte dall’esperienza, invito chiunque a porre attenzione a ciò che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Nell’introduzione ho riportato questo episodio:
Era il 2016, quando mio figlio, stava per festeggiare il suo primo carnevale alla scuola dell’infanzia. “Gaia”, mi disse, “non può vestirsi da cavaliere”. “Perché?” risposi io. “Perché è una femmina, mamma”. Penso, oggi alle parole della giovane e pluripremiata scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, “perché sei una femmina, non è mai un buon motivo per fare o non fare qualcosa”.

I luoghi comuni, i modi di dire sono oggetto della ricerca pedagogica perché condizionano il processo educativo, sono aspettative che riversiamo sui piccoli e sulle piccole fin dall’infanzia e sono così potenti da orientare uomini e donne ad alcune scelte piuttosto che altre. Mio figlio aveva solo tre anni. Qualcuno gli aveva insegnato –forse anch’io, senza accorgermene- che ci sono cose per maschi e cose per femmine. Colori, sport, giochi per maschi e giochi per
femmine, vestiti e poi –evidentemente- professioni e talenti. Per fortuna oggi abbiamo una ricca letteratura scientifica che dimostra come donne e uomini intraprendano professioni diverse proprio in base a precise idee cristallizzate, stereotipi di
maschile e di femminile che, nel tempo, sono state considerate naturali, quindi immodificabili, addirittura impensabili, non sottoposte al vaglio della critica di genere.
Nelle scuole, nei momenti informali mi capita spesso di vedere associati degli attributi di temperamento alle bambine o ai bambini in virtù dell’appartenenza biologica al loro sesso. “Lei è debole perché tutte le femmine sono deboli. Ma cos’ho detto di male maestra? Intendevo dire delicata. Cosa ho detto di male?”
Anche in questo caso, può essere utile guardare alla propria esperienza: esistono molti uomini delicati accanto a donne che lo sono meno, occorre parlarne e coltivare nuove narrazioni, fin dalla più tenera infanzia.

E’ possibile insegnare a scuola il linguaggio di genere o si trovano resistenze ideologiche?

Si, è assolutamente possibile, anzi, doveroso. Il linguaggio è legato all’immaginazione, alla capacità di pensarsi e pensare il mondo. Per fortuna, oggi, nella scuola primaria, esistono case editrici che si sono esposte per portare avanti un’attenzione specifica alla parità di genere, partendo dal linguaggio, ma senza trascurare le immagini e i contenuti. Il libro di testo aiuta molto l’insegnante, supporta il lavoro e rinforza la visibilità non solo del femminile ma anche di altre
categorie sottorappresentate.
Ricordo Rizzoli-Erikson, con la collaborazione della Prof. Biemmi (professoressa di pedagogia di genere) e la casa editrice Pearson con la collaborazione della prof Cavagnoli (linguista) e della prof. Serafini (storica). Nell’anno di pubblicazione del mio libro è nato Indici Paritari: un gruppo di docenti volto a promuovere le nuove pubblicazioni legate al mondo della scuola, proprio in virtù di studi ormai decennali che testimoniano come l’educazione sessista venga istituzionalizzata
attraverso i libri di testo. Le resistenze, anche fra colleghi e colleghe, quando esistono, non sono di natura grammaticale, ma culturale. Il maschile è tradizionalmente associato al prestigio, ed ecco le resistenze rispetto alle declinazioni delle professioni. Inoltre le donne sono entrate nel mondo del lavoro retribuito non molti anni fa (in termini storici): le persone dunque non sapevano declinare al femminile i termini di alcune professioni. Da qui l’emergere dei numerosi suffissi in essa, oggi considerati non necessari.

Secondo lei la scuola elementare italiana è all'altezza dell'epoca complicata in cui viviamo?

Da un rapporto della commissione europea, nel 2010 l’Italia viene annoverata tra i paesi “sprovvisti di politiche sostanziali in materia di parità tra i sessi nel campo dell’istruzione”. Dallo studio comparato dell’epoca emergeva che tutti i paesi europei si stavano muovendo per mettere in atto politiche in materia di parità. L’Italia rappresentava dunque un’eccezione. Dal 2015 esistono delle linee guida che raccomandano percorsi per sensibilizzare alla parità ma sono a
discrezione dei singoli istituti. Pensare alla parità significa guardare la realtà con nuove lenti, ripensare al proprio percorso, mettersi in discussione sul piano delle relazioni. In questo senso, temo che sia più facile affidarsi ad altri obiettivi, pur importanti, dell’Agenda 2030.

Esistono corsi di formazione per insegnanti attualmente sulla cultura di genere?

In Italia i percorsi strutturati sull’educazione di genere si contano sulle dita di una mano. Voglio ricordare il Progetto Alice e l’associazione S.CO.S.S.E. Nel libro ho parlato di Impariascuola, un progetto di AFOL Metropolitana, agenzia di formazione milanese, nato nel 2010, che vanta oggi 12 anni di attività. Tra le coideatrici troviamo Mara Ghidorzi, (sociologa) e Barbara Mapelli, una delle più note docenti di pedagogia di genere in Italia.

Le insegnanti (donne) sono maschiliste?

Il maschilismo non ha sesso. Il genere è una variabile neutra che serve a studiare il mondo sociale. Indaga le relazioni, tra uomini e uomini, tra uomini e donne, tra donne e donne e rileva quali maschilità o femminilità sono dominanti e quali subalterne. Ognuno di noi interiorizza stereotipi di genere e modelli di comportamento. Sta a noi rileggere noi stessi, noi stesse e le nostre relazioni attraverso le lenti di genere.

Qual è il paese europeo che a suo avviso rispetta maggiormente la parità?

In Svezia e in Danimarca l’educazione di genere viene praticata a scuola per legge. Io penso che questa possa essere una scelta di lungimirante di un volere politico. Lo stato deve infatti assumersi la responsabilità di formare persone: cittadini e le cittadine. Fare educazione di genere è fare cittadinanza e democrazia.

Claudia Sarritzudi Claudia Sarritzu   
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