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L’enigma del Manoscritto Voynich: è scritto in una lingua sconosciuta e nessuno sa decifrarla

L’università di Yale custodisce un codice di primo ‘400 con testo e immagini che gli studiosi hanno provato invano a decifrare. Incuriosì anche Umberto Eco. Claudia Lafranconi, assegnista universitaria, racconta questa storia stupefacente

Stefano Milianidi Stefano Miliani   

Avete mai letto o sentito parlare dell’enigmatico “Manoscritto Voynich” o “The Voynich Manuscript”? Nel 2013 Umberto Eco, arrivato alla Yale University per una conferenza, pregò di sfogliare quel documento conservato nella Beinecke Rare Books & Manuscript Library dell’ateneo nel Connecticut, negli Stati Uniti. Il semiologo sfogliò le pagine del codice con estrema cura e curiosità. Senza capirle. Perché questo volume, probabilmente di primo ‘400, è un enigma irrisolto: è scritto in una lingua incomprensibile, sconosciuta, che non rimanda a nessun impianto linguistico, è costellato da immagini affascinanti, con piante, segni e donne senza corrispondere ad alcunché di conosciuto. Tanto bene nasconde il proprio mistero, tanto vi si sono scervellati invano frotte di studiosi, da spingere l’università nordamericana a riprodurlo e mettere il volume in vendita online in una accurata edizione critica del 2016 della Beinecke Rare Book & Manuscript Library con la Yale University Press stessa. Un paio di anni dopo è seguita una pubblicazione italiana della Bompiani.

Clicca qui per “The Voynich Manuscript” della Beinecke Rare Books & Manuscript Library with Yale University Press (in inglese, include la possibilità di acquistarlo online)

Ci racconta la storia Claudia Lafranconi, appassionata del manoscritto

Chi descrive questa storia ai confini dell’incredibile è Claudia Lafranconi, 26 anni, originaria del Lago di Como: assegnista di ricerca nell’ambito dell’educazione all’università di Firenze, ha una copia della Yale perché la muove una ammirevole e divorante curiosità intellettuale per il manoscritto con la speranza che prima o poi l’arcano venga svelato. “Dopo la laurea in lettere moderne alla ‘triennale’ alla Statale di Milano alla ‘magistrale’ mi sono laureata in insegnamento dell’italiano agli stranieri all’Università per stranieri di Perugia. Come tesi ho fatto un’edizione interpretativa di un manoscritto inedito del poeta e umanista Lorenzo Spirito Gualtieri (Perugia 1426-1496, ndr) e cercando metodi per decodificarlo sono venuta a conoscenza del ‘Manoscritto Voyinich’. Che mi ha appassionato”. 

Clicca qui per “Il manoscritto Voynich” nell’edizione italiana pubblicata da Bompiani

Parole ricorrenti tra disegni di piante, radici e simboli

Il manoscritto originario misura 16 centimetri di larghezza, 22 di altezza e 5 di spessore, tra recto e verso ha 234 pagine e se ne sono perse 13. Anche solo sfogliare la copia è un’esperienza ammaliante e, al contempo, straniante. Al testo in prosa si inframmezzano disegni colorati di piante, radici, simboli, donne nude in sorta di bagni dall’acqua verde o impegnate a maneggiare tubature o ampolle, in altre pagine compaiono presumibilmente segni zodiacali, tra i pochi elementi comprensibili del volume. La scrittura va da sinistra a destra ed è una delle pochissime certezze. Come appare  evidente che nel testo ricorrono intere parole. Incomprensibili, va da sé.

Voynich comprò il codice nel 1912 a Frascati dai gesuiti

 “La datazione al carbonio lo colloca tra il 1404 e il 1438, con un 65% di probabilità tra il 1411 e il 1430. È un documento anepigrafo, col che in filologia si intende che non ha un nome, e adespoto (con l’accento sulla e), che non ha nome”, osserva Claudia Lafranconi. Però un nome c’è: quello di Voynich. Chi era? “Wilfrid Voynich (1864-1930) era un polacco che viveva in Lituania, un rivoluzionario spedito in un campo di prigionia in Siberia. In Inghilterra sposò Ethen Lilian Boole, figlia del matematico George Boole (1815-1864), e divenne antiquario e collezionista”, risponde Claudia Lafranconi. In questa veste a un’asta di libri rari bandita dai gesuiti nel 1912 a Frascati presso Roma Voynich acquistò un intero lotto di libri rari. “Non vendette il manoscritto, volle tenerlo per provare a tradurlo. Dopo la sua morte rimase alla moglie, infine lo acquistò Hans P. Kraus che nel 1969 lo passò alla Beinecke Library di Yale”.

La copertina del volume sul “Voynich Manuscript” della Beinecke Rare Book & Manuscript Library con la Yale University Press e, a destra, dell’edizione italiana pubblicata da Bompiani

“C’è chi pensa a una lingua proto-romanza, c’è chi ipotizza sia un gioco”

Stando al sito dell’università nordamericana il libro sarebbe stato composto nell’Europa centrale. “Comparve a Praga”, annota Claudia Lafranconi. “Lo comprò l’imperatore i Rodolfo II di Germania, forse dall’alchimista John Dee”, un inglese vissuto dal 1527 al 1602. L’autore è sconosciuto, l’ostacolo insormontabile rimane la lingua: “Non esiste, non sembra riconducibile ad altro – segnala con forza l’assegnista – I caratteri non sono latini, delle lettere si ripetono come in un alfabeto, il testo appare coerente. C’è chi pensa a una lingua proto-romanza, c’è chi ipotizza sia un gioco”. Tuttavia l’ipotesi di un gioco pare avere fondamenta fragili: difficile scrivere per burla un libro intero, così complesso, dove testo e immagini interagiscono, tanto più su pelle di vitello “che era costosa”.

“La congettura più accreditata rimanda all’alchimia”

“Altri studiosi suppongono sia un tentativo di creare una lingua comune che tutti possono leggere - prosegue il racconto -. La congettura più accreditata lo collega all’alchimia perché si basa su analogie con codici cifrati. Forse è il testo riservato a una setta che lavora a processi alchemici segreti, scritto con un linguaggio riservato a una cerchia ristretta, ma i disegni non collimano con la teoria alchimica, né sono comprensibili, tranne quelli che rimandano ai segni dello zodiaco, come l’ariete e il toro”. 

Dalle piante mai viste alle donne nude al bagno

Claudia Lafranconi ricorda come il “Manoscritto Voynich” sia suddiviso in sezioni, “La prima sembra un erbario medioevale però ha piante che non esistono, anche se quella nel verso del foglio 7 a me ricorda una stella alpina o almeno somiglia a qualcosa di visto. Magari sono piante reali raffigurate in modo cifrato come potrebbe essere un testo cifrato.  La seconda sezione è astronomica e astrologica: si riconoscono segni dello zodiaco circondati da figure in cerchi concentrici; la terza sezione è la più misteriosa: è legata all’alchimia e alla balneologia, ossia lo studio dei valori curativi delle acque termali. La quarta sezione è stata definita ‘farmacologica’: sembra un ricettario sulle piante e radici illustrate nella prima parte”. Anche la pista alchemica presenta indizi non del tutto solidi: “A livello dell’acqua di solito nei testi alchemici sono sempre presenti l’uomo e la donna, qui compaiono solo figure femminili, nude, si bagnano e compiono azioni strane che non capiamo”.

Un falso? “No, lo dice la datazione al carbonio”

A parte poche pagine strappate, lo stato così buono del volume può sollevare qualche interrogativo sulla sua autenticità.  Non può essere un falso d’epoca più moderna? “La datazione al carbonio lo rende impossibile – risponde Claudia Lafranconi – ed è un vero manoscritto, il falsario avrebbe dovuto scrivere fitto fitto su oltre 200 fogli bianchi di quell’epoca”. Finora, rimarca l’assegnista, chi ha cantato vittoria quando ha ritenuto di aver trovato la chiave interpretativa è stato presto smentito. “Se viene trovato un antico erbario con almeno una delle piante qui raffigurate potrebbe essere un appiglio. Ma tutto qui è una congettura, a volte fa anche arrabbiare”, confessa svelando una fame di conoscenza finanche divorante. “È bello però che l’università di Yale abbia diffuso una versione editoriale per vedere se qualcuno arriverà a decifrare il manoscritto”. Chissà se e quando accadrà. 

 

 

Stefano Milianidi Stefano Miliani   
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