Giulia Blasi, "perché di un uomo non si dirà mai che è un cesso": essere brutta per una donna è un peccato mortale

Costrette alla bellezza per avere un ruolo in società le donne raccontano le loro discriminazione attraverso l'autobiografia di Giulia Blasi. Videointervista all'autrice

La società le esige decorative o quanto meno funzionali, altrimenti inutili. Cos’è allora una donna? A questa domanda risponde Giulia Blasi, scrittrice e giornalista che con il suo ultimo libro “Brutta – storia di un corpo come tanti”, edito da Rizzoli, esplora il vasto mondo delle donne e della pressione che, fin dalla nascita, subiscono per rispondere ad aspettative sociali che non hanno contribuito a creare.

“Si perché le regole non le hanno fatte loro, ma i maschi. Loro detengono il potere di giudizio insindacabile, loro quello di sentenziare sulla bellezza o la bruttezza – racconta la Blasi dal palco del festival cagliaritano Pazza Idea - Lo sguardo maschile decide chi è bella e chi non lo è, con conseguenze negli affetti, nel lavoro, nella vita di tutti i giorni”.

Il libro

La bellezza è requisito basilare per affrontare il mondo con un minimo di sicurezza, definire brutta una donna è un modo per ferirla, umiliarla, rimetterla al suo posto. Di un uomo non si dirà mai che è un “cesso”, non si faranno battute sul suo aspetto fisico in giro, non si posteranno commenti offensivi sui social per denigrarlo.

Il rapporto col proprio corpo e la società non è mai indolore. Questo costante giudizio finisce per condizionare la percezione che tante hanno di se stesse, diventando a loro volta giudici implacabili di difetti, debolezze, atteggiamenti, considerati non accettabili. Una donna, in quanto tale, non può scampare a questa analisi di massa: essere bella è una necessità sociale. “Perché essere brutta è un peccato mortale, una tara, un crimine a cui bisogna porre rimedio con ogni mezzo – scrive la Blasi - trucchi correttivi, chirurgia estetica, tagli di capelli strategici e abiti per “valorizzare” la forma del corpo, perché il corpo di una donna non ha valore che non sia quello attribuito dall’estetica”.

Uno sbilanciamento sistematizzato

Questo dictat è stato talmente assorbito che, oltre a un controllo e una ricerca continua verso una perfezione fisica, è diventato impossibile mostrarsi in pubblico senza trucco e capelli perfetti. Chi non si conforma disturba, sta male oppure è una femminista che crea problemi perché frustrata e qui interviene la società maschile con il suo stigma.

Forse resta solo l’infanzia a una donna, come momento libero dal giudizio che non sia il proprio e utilizzato con il misurino della fantasia. Nei film, nelle serie tv spessissimo la donna brutta tollerata è quella che, levandosi gli occhiali, diventa sexy, altrimenti resta sullo sfondo come migliore amica della protagonista bella e felice. Gli anni ’80 hanno cementato questo concetto in cui bruttezza e intelligenza andavano combattute come malattie mortali e ciò che si chiedeva dalle donne era di essere “semplicemente” bellissime. Ma anche questo è stato, ed è, un atteggiamento discriminante: la donna bella e intelligente verrà comunque sospettata di aver ottenuto il lavoro per l’avvenenza e quindi anche in questo caso sminuita. Se è troppo bella sarà punita dalle dicerie: da brutte e complessate ad arriviste e“poco di buono” il passo è breve: l’odio è nell’occhio di chi guarda.

Vivere in una trappola

Nessun uomo si sentirà rimproverare i segni del tempo sul viso, né un addome non più tonico perché il suo peso nella società è comunque importante. Le donne non riescono ancora oggi a disfarsi delle catene del carico fisico ed emotivo del corpo perché concettualmente legato da sempre all’essenza stessa della donna, che deve incarnare determinate qualità estetiche e, di conseguenza, comportamentali e morali.

“È una trappola, e ci viviamo dentro - prosegue la Blasi - perché siamo sempre noi a dover minare il nostro animo alla ricerca di sentimenti positivi verso il nostro corpo, quando intorno c’è tutto un mondo pensato apposta per farci fallire?  È un altro carico di lavoro che ci tocca fare, altre energie mentali da impiegare, altra fatica”.