New wave, punk e dark, dai Litfiba a Tondelli: quando Firenze negli anni 80 era la culla della controcultura

Intervista a Bruno Casini, un protagonista di una stagione dove la cultura giovanile sperimentava a tutto spiano nuovi linguaggi nella città toscana amata non a caso da Tondelli. Un libro ricco di voci e immagini ricostruisce quel decennio

Pullulava di sperimentazioni ed effervescenza, di notti infinite, la Firenze giovanile degli anni ’80. Era una città molto europea, tra melanconie dark e insieme una vivacità estrema e multicolore tradotta in feste senza fine nella notte. Il capoluogo toscano non indugiava affatto sul passato dorato. Al contrario, si muoveva in più territori spesso inediti tanto da portare Pier Vittorio Tondelli a narrarne il clima post moderno e a vivere per anni nel capoluogo toscano.

Dalla new wave rock e alla dark music in abiti neri, nascevano e crescevano gruppi come i Litfiba di Piero Pelù, i Neon, i Diaframma, capofila di una scena coraggiosa. Discoteche e rokkoteche, tanta moda, design, emittenti come Controradio e Radio Centofiori che organizzavano anche concerti, nuove forme di teatro, ovunque molti tentavano linguaggi, osavano per interpretare un decennio tra desiderio di vivere e ombre. È tornato in libreria con nuovi capitoli un volume che ritrae quel fervore in modo eccellente, godibile, attraverso interviste, articoli, foto, i protagonisti e con un apparato di immagini variegato: è “Frequenze fiorentine. Firenze anni ’80”, a cura di Bruno Casini, GoodFellas editore, 288 pagine con illustrazioni, 25 euro.

Oggi 69enne, Casini ha raccolto un coro di voci di quegli anni delineando un quadro veritiero e pieno di sfaccettature. Con un chiarimento: “Frequenze fiorentine” non vuole essere un inno nostalgico quanto documentare un fenomeno dalle molte ramificazioni che non è stato passeggero, che ha lanciato semi poi germogliati e vorrebbe spingere a osare di più, oggi. Molti di quei talenti hanno proseguito nelle loro strade.

Oltre che primo manager dei Litfiba, Casini curava appuntamenti, faceva da ufficio stampa per divulgare qualcosa in cui credeva,  fu tra i fondatori del Banana Moon, club in pieno centro protagonista di una stagione dove più locali sperimentavano formule di convivenza e intrattenimento e mescolavano artisti, professionisti e curiosi fino a notte fonda. Come accadeva in piazza Santa Maria Novella nel pur piccolo Salt Peanuts dove transitarono i migliori jazzisti del globo. Casini è un esperto di comunicazione – tanto bravo quanto cortese – tuttora in attività. A lui la parola.

Casini, in quella Firenze si vedeva al contempo tanto divertimento sia malinconia mescolati. Concorda?

Erano anni abbastanza oscuri. Ricordiamo che nell’84-85 arrivava in Italia l’Aids condizionando quella generazione votata al divertimento notturno a prendere determinate precauzioni. Molti amici se ne andarono, non c’erano i farmaci che bloccano il virus come oggi.

La predilezione per il colore nero era molto diffusa.

C’erano tante comunità: la cultura dark, after dark e after punk prediligeva il nero, la letteratura dedadentista, scrittori come Baudelaire e Mallarmé. Firenze era la città con la più alta presenza locali di dark, come la Rokkoteca Brighton alla Casa del popolo di Settignano dove i Litfiba tennero il loro primo concerto, il 6 dicembre 1980, e nella prima fase erano estremamente dark nel sound, nei testi e nell’immagine. La discoteca Tenax a Peretola i primi due anni era tutta nera e il pubblico al 90 % vestiva di nero. Il Manila a Campi Bisenzio invece era più colorato, si orientava verso gli stilisti giovani, verso i primi fenomeni di hip hop, break dance e graffitisti. Il locale Casablanca, più easy, fu allestito con una vampata di colore da due architetti, Cesare Pergola e Giancarlo Cauteruccio (che fondò il gruppo teatrale e multimediale dei Krypton), diventò un videobar postmoderno.  La città era attraversata da tante traiettorie: quella dark era la più seguita e in sintonia con le ombre dei palazzi rinascimentali.

 

Bruno Casini negli anni '80. Foto di Derno Ricci, fotografo di gran talento purtroppo scomparso troppo presto che fu tra i protagonisti della scena fiorentina degli anni ‘80

 

Si respirava una dimensione internazionale?

Sì. A metà anni ’80 nasceva “Pitti Trend”, un salone che ora si chiama “Pitti Immagine” e aveva il 40% di espositori stranieri. Vivienne Westwood si fermò a Firenze, venivano John Galliano, Scott Crolla che disegnava le camicie a David Bowie, stilisti francesi, austriaci. Alla fiera dell’Independent Music Meeting nata nell’84 venivano la Rough Trade e la Mute Records, tra le etichette più importanti oggi.

Nel libro si parla di Pier Vittorio Tondelli. Come lo ricorda?

Visse a Firenze dal 1982 a al 1986. Frequentava club, teatri, festival, il Manila, il Tenax, i concerti, le feste, è stato un cantore dell’epoca postmoderna fiorentina, buona parte del suo “Week end postmoderno” raccontava di Firenze. Voglio ricordare che frequentavano la città molti artisti visivi, erano di casa Fernanda Pivano, lo scrittore americano David Leavitt che visse qua un anno, Steven Brown del gruppo dei Tuxedomoon con il loro romanticismo tecnologico. David Byrne presentò il suo “Stop making sense” al Florence Film Festival e rimase tre mesi vedendo tutto quel bailamme creativo.

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La musica aveva un ruolo predominante.

Era al centro di quel rinascimento rock. C’era contaminazione fra musica, teatro, moda, etichette indipendenti che producevano dischi, “Che fine ha fatto Baby Jane?” organizzava feste mitiche, uno stilista come Samuele Mazza vestiva i Litfiba. E il gruppo di Piero Pelù, Ghigo Renzulli e gli altri sonorizzò una “Eneide” dei Krypton storica, fece discutere molto ed ebbe la “prima” al Teatro Variety, una sala che non esiste più. La città aveva tante sale, oggi molti cinema sono diventati centri commerciali. La proposta spettacolare (pensiamo ad esempio ai Magazzini Criminali) e la risposta giovanile erano pazzesche, non si dormiva mai. E molti di quei protagonisti sono all’opera anche oggi. I Giovanotti Mondani Meccanici partecipano alla mostra “Il video rende felici” aperta fino al 4 settembre al Palazzo delle Esposizioni di Roma. I Krypton esistono ancora, i Litfiba hanno iniziato l’ultimo tour, i Diaframma hanno pubblicato un album, i Pankov fanno tournée all’estero, Alexander Robotkink è uno dei più importanti elettro dj. Rispetto ad altre scene queste forze non si sono esaurite, hanno continuato a creare.

Quindi è rimasto qualcosa di quel fermento?

Molto. Intanto escono libri, documentari mostre, ci sono progetti in corso, e intendo anche su Roma, Milano, Torino, quel decennio è molto seguito e amato. Quando ho presentato il libro alla libreria Libraccio di Firenze lo hanno comprato ragazzi sotto i trent’anni. Sul palazzo della cantina dove provavano i Litfiba, in via de’ Bardi in Oltrarno, regolarmente qualcuno scrive qualcosa sulla facciata che poi il proprietario deve ridipingere. Molta di quella scena in altre città non esiste più, qui in tanti ci divertiamo come allora.

Anche lei?

Anch’io. Faccio le stesse cose e ancora non vado in pensione.