Mele perfette, uva senza semi e kiwi gialli: così l'industria si è impadronita delle nostre tavole e ci fa mangiare quello che vuole

Si intitola "Chi possiede i frutti della terra", il libro inchiesta di Fabio Ciconte che ci racconta come è controllata e perché la filiera agroalimentare all'insaputa dei consumatori

Mele perfette, uva senza semi e kiwi gialli: così l'industria si è impadronita delle nostre tavole e ci fa mangiare quello che vuole

Tutto ha inizio da una mela, esattamente come nella Bibbia. Solo che in questo caso non è la metafora della tentazione o del peccato. E' il prologo di un business. Quello della famiglia Stark che dalla Lousiana, nel 1914, trasformerà per sempre la produzione della frutta nel mondo. Di questo e di molto altro racconta Chi possiede i frutti della terra, saggio inchiesta avvincente come un romanzo d'avventura scritto da Fabio Ciconte (Laterza, pagg. 209, euro 16). L'autore dirige l'associazione ambientalista Terra! e da anni si occupa di denunciare la piaga del caporalato e le relazioni strettessime tra filiera agroalimentare e cambiameni climatici. Vedi i suoi precedenti testi, sempre illuminanti: da Il grande carrello con Stefano Liberti a Fragole d'inverno. Ciconte ha una mission: spiegarci chi decide cosa mangiamo e perché. Soprattutto ci dimostra che il cibo che arriva sulle nostre tavole è quasi sempre la sintesi di strategie di marketing studiate a tavolino a dispetto dell'ambiente, della terra e anche del nostro portafogli. E' in pratica il risultato di una selezione che rende il frutto o l'ortaggio di bell'aspetto, dalla forma calibrata, dai colori vivaci, accattivanti e che spesso, è di proprietà esclusiva di industrie genetiche.


Ripartiamo dalle mele. All'inizio del Novecento, attraverso un concorso per la frutta migliore d'America, Paul Stark, uno dei rampolli di famiglia, individua in West Virginia una varietà gialla dal sapore delizioso. Si sobbarca un viaggio di 15mila chilometri, praticamente un'odissea per l'epoca, e trova l'albero delle meraviglie nella fattoria di Anderson Mullins. Lo compra per 5mila dollari con la certezza che chiunque possa replicare il "suo" melo semplicemente staccandone un rametto. Per questo decide di ingabbiarlo, proteggerlo con un sistema di allarme, chiudere la cima con una imbracatura di ferro. Comincia così la produzione massiccia delle Golden Delicious. Ma a chi appartengono i frutti della terra, come scrive appunto Ciconte? E chi sono i breeders, i cacciatori di semi? E che c'entra la genetica? E che cos'è il Plant Patent Act, la legge americana del 1930 che permette di brevettare nuove piante, nuovi frutti, nuovi alberi?
Il libro di Ciconte ci catapulta in un mondo di botanici geniali, agronomi con il pallino delle invenzioni e grandi affaristi. Da allora ad oggi la filiera si è ridotta pericolosamente. Scrive l'autore: "Mangiamo poche specie vegetali e pochissime varietà, tutte uguali le une alle altre. Esteticamente perfette. È un fatto naturale? Assolutamente no. È un fatto neutro e senza conseguenze? Assolutamente no. Nel corso dell’ultimo secolo si è perso il 75% delle piante e dei frutti commestibili a favore di varietà esteticamente perfette. Il kiwi giallo o l’uva senza semi che hanno invaso i mercati, sono gestiti da potenti club che oggi decidono chi e come può coltivare frutta sotto brevetto. Pochi e potenti gruppi industriali hanno estromesso dal mercato altre varietà, riducendo drammaticamente l’agrobiodiversità e imponendo un modello produttivo che ha radicalmente trasformato l’agricoltura, rendendo i coltivatori dei semplici licenziatari".


La natura insomma è stata trasformata in una fabbrica. E sul banco di questo planetario franchising aperto in particolare per i consumatori dell'Occidente facciamo la spesa senza alcuna consapevolezza. Qui compriamo i medesimi pomodori - quelli piccoli gialli ora vanno di gran moda - le fragole anche d'inverno e le mele un tempo ingabbiate in un campo della West Virginia (a proposito: l'albero originario è morto nel 1958, ma un cartello segnala il punto esatto in cui era nato spontaneamente).

Ciconte per documentare quanto scrive è volato fino alle isole Svalbard, nell'Oceano Artico, per visitare la banca del germoplasma. Si chiama Global Seed Vault, è un imponente prisma di cemento dove sono conservati oltre un milione di semi che arrivano da tutto il mondo. E quindi proteggiamo la biodiversità, almeno quella che ancora ci è rimasta, stoccando in un bunker fagioli, riso, lattuga, orzo e patate? L'autore non ha dubbi: "Questo deposito non è nient'altro che la risposta alla stupidità umana. Se oggi abbiamo bisogno di depositare i semi, preservarli, fare in modo che resistano nei secoli a venire, lo dobbiamo esclusivamente al fatto che negli anni abbiamo costruito un modello agricolo che ha ridotto la biodiversità con una velocità incredibile". A rischio non è solo la produzione di mele e pomodori ma l'offerta di cibo per il mondo, soprattutto quello più povero.
Gli agricoltori che non si adattano alle regole del gioco dei "club" vengono estromessi dal mercato. 

In un'inchiesta realizzata da Terra! si legge che:"Ogni frutto che arriva nei market deve rispondere a standard di commercializzazione e a severe norme europee, che non tengono conto dei tempi e della variabilità della natura e, soprattutto, degli effetti della crisi climatica sul comparto. La grande distribuzione organizzata, l’Unione Europea e la miopia delle istituzioni nazionali influenzano le nostre abitudini alimentari attraverso scelte di mercat. E mentre lo fanno, firmano la condanna a morte dell’intero comparto agricolo, già alle prese con il cambiamento climatico, causando la perdita di migliaia di ettari di terre coltivate. Si va dalla produzione di pere in Emilia-Romagna, che negli ultimi 15 anni ha visto calare le superfici di 6.000 ettari, alle arance di Sicilia, coltivate oggi su appena 82.000 ettari rispetto ai 107.000 di vent’anni fa. E poi il kiwi, la cui produzione a livello nazionale ha registrato dal 2014 al 2019 un calo di quasi 100.000 tonnellate, a causa di una malattia che sembra propagagarsi, secondo alcuni studi, proprio per l’aumento delle temperature".

Ecco, pensiamoci quando facciamo la spesa. Magari raggiungiamo a piedi un mercato rionale, scegliamo anche frutta e ortaggi non belli ma buoni, stagionali, prodotti nel nostro territorio.E' un gesto d'amore che dobbiamo a un Pianeta in sofferenza, devastato dalle logiche del profitto e dalla inconsapevolezza di chi consuma.