Quando i capelli diventano una bandiera di Libertà: è arrivato il momento di Ri-"Leggere Lolita a Teheran"

Mentre le strade di Teheran erano teatro di violenze tremende, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi in un’impresa fra le più ardue, e cioè spiegare a ragazzi e ragazze esposti in misura crescente alla catechesi islamica una delle più temibili incarnazioni dell’Occidente: la sua letteratura.

Quando i capelli diventano una bandiera di Libertà: è arrivato il momento di Ri-'Leggere Lolita a Teheran'
Manifestante iraniana

Se è vero che insegnare è un atto d'amore, in Leggere Lolita a Teheran si racconta una delle più grandi beffe giocate a qualunque dittatura del pensiero.

L'immenso Pietro Citati scrisse di questo capolavoro del 900: "Il libro di Azar Nafisi è pieno di dolore e di nostalgia: amabile, spiritoso, fluido, talora ingenuo, spesso terribile; e piacerà, ne sono convinto, a moltissimi lettori e lettrici".

Impossibile dunque non parlarne in queste settimane di proteste in Iran dopo l'uccisione di Masha Amini da parte della polizia morale che l'aveva arrestata per non aver indossato correttamente il vero, questo best seller edito per la prima volta nel 2003. L'autrice è Azar Nafisi che è stata professoressa di letteratura inglese presso l'università Allameh Tabatabei di Teheran ed ora insegna alla prestigiosa SAIS della Johns Hopkins University a Washington, D.C..

"Adesso che non potevo più pensare a me come a un'insegnante, una scrittrice, che non potevo più indossare quello che volevo, né camminare per strada al mio passo, gridare se mi andava di farlo o dare una pacca sulla spalla a un collega maschio, adesso che tutto ciò era diventato illegale, mi sentivo evanescente, artificiale, un personaggio immaginario scaturito dalla matita di un disegnatore che una gomma qualsiasi sarebbe bastata a cancellare".

Azar Nafisi racconta i due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini. Un periodo di repressione e violenza per le strade e anche nei campus universitari di Teheran. Consapevole dell'importanza della sua professione di insegnante e della responsabilità di formare giovani studenti e studentesse che fossero in grado di ragionare con la propria testa, l'autrice-protagonista si cimenta in un’impresa fra le più ardue: spiegare a una manciata di giovani fino ad allora indottrinati da una soffocante catechesi islamica, la più temibile delle espressioni dell’Occidente, la sua letteratura.

"Voglio scrivere un libro in cui ringrazio la Repubblica islamica per tutto quello che mi ha insegnato, ad amare Henry James e Jane Austen e il gelato e la libertà" confidò l'autrice del romanzo autobiografico. Nafisi diede infatti le dimissioni dall’Università di Teheran, ma negli anni successivi la professoressa di letteratura inglese decide di realizzare la sua piccola rivoluzione in solitaria: creare un seminario di letteratura clandestino con le sue sette studentesse più meritevoli.

Queste missioni coraggiose avvengono ogni giovedì nel salotto dell’autrice dove, come lei stessa afferma, si combatte il censore cieco. Quel regime totalitario della Repubblica islamica dell’Iran che prima di ogni altra cosa uccide l'empatia. E per farlo cancella l'identità femminile. In quel salotto- che è una sorta di trincea- in cui si resiste a ogni pagina sfogliata, troviamo otto donne simbolo di quella terribile condizione. Donne nascoste dietro veli neri che hanno come scopo annientare menti brillanti. 

Ma l'empatia si impara soprattutto attraverso la letteratura. Sapersi immedesimarsi nel prossimo grazie alle storie di altri, magari lontani da noi e dalla nostra cultura, è il miglior esercizio per comprendersi e creare ponti. Tutto quello che l'Iran voleva evitare e cancellare. Quei grandi classici proibiti della letteratura occidentale, scuotono le partecipanti al seminario privato, che resistono all'omologazione e alla terribile cancellazione della loro identità. Se sono tutte coperte allo stesso modo, la donna diventa uno strumento dello Stato spersonalizzato.

Ma mentre il dolore della loro insegnante è perdita, molto diverso risulta quello delle giovani allieve che provano mancanza per una libertà mai provata prima.

"Un romanzo non è un'allegoria, è l'esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai ad identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. È cosi che si legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare".

In ogni totalitarismo i primi nemici a essere 'bruciati' sono i libri, triste e identico destino che li accomuna alle donne, pensiamo alle streghe nel medioevo. Leggere è, comunque la si pensi, un atto di resistenza che celebra l’immaginazione. E nelle dittature immagnarsi un'altra vita vuole sempre dire immaginarsi maggiore libertà e dunque una ribellione. Tutto ciò che è vietato. Il bene e la soddisfazione del singolo vengono sacrificati in nome di un interesse collettivo che non si fa scrupolo di annientare le persone. E le prime persone a subirne gli effetti sono sempre le donne. 

"La mia fantasia ricorrente è che alla Carta dei Diritti dell'Uomo venga aggiunta la voce: diritto all'immaginazione. Ormai mi sono convinta che la vera democrazia non può esistere senza la libertà di immaginazione e il diritto di usufruire liberamente delle opere di fantasia. Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti. Altrimenti, come facciamo a sapere che siamo esistiti? I fatti concreti di cui parliamo non esistono, se non vengono ricreati e ripetuti attraverso le emozioni, i pensieri e le sensazioni".

Nel libro però si impara anche a conoscere un Paese che non si è mai del tutto arreso, grazie anche all'università. Luogo fisico di attivismo che tentò sempre di tutelare un minimo di pluralismo e partecipazione. 

Non è dunque la prima volta che le donne iraniane manifestano e si ribellano. Con forme sempre molto ingegnose e al limite del consentito si sono sempre battute in questi 40 anni contro la disuguaglianza di genere istituzionalizzata.

Ricordiamo di recente il movimento dell'Onda Verde, dopo le elezioni presidenziali del 2009 che videro riconfermare (in modo irregolare) Ahmadinejad. In quelle mobilitazioni le donne erano in prima linea.

Questa rabbia non è esplosa solo per Masha Amini. Nel 2021 le donne iraniane vengono “epurate” dal Consiglio dei Guardiani, l’organismo che vigila sulla compatibilità delle leggi con l’Islam. Tutte queste restrizioni hanno fomentato una rabbia sempre più incontrollabile che oggi vediamo sfocciata in questa ondata di proteste represse nel sangue. 

Le donne iraniane sono straordinariamente coraggiose e partigiane della libertà di genere da quattro decenni. Il libro di Nafisi lo spiega molto bene. Riprenderlo in mano oggi è un dovere morale.